Multipotenziali: creature mitologiche?

Di che si tratta

Negli ultimi anni c’è stato un gran parlare delle persone multipotenziali: chi sono, cosa fanno, cosa le distingue da altre. Il discorso di Emilie Wapnick al TEDx ha inquadrato l’argomento in un modo così accattivante da stimolare una fiumana di articoli. Molti si riconoscono in questo profilo. Che cos’ha di affascinante?

Qualche giorno fa, il mio compagno mi ha consigliato di leggere un articolo su Shopify. Il titolo è: “Troppi interessi? Come sfruttarli per creare un lavoro“. Uomo premuroso, il mio compagno. Da qui è nata la voglia di approfondire l’argomento, sebbene sapessi che presto sarei incappata in un discorso che già conoscevo, e in uno dei termini più in voga e più discussi degli ultimi anni.

Multipotenziale. Chi è, cosa fa

Le definizioni di “multipotenziale” sono tante, e potevamo aspettarcelo. Tante, e infervorate, sono anche le voci del web che si prodigano soprattutto a distinguere chi è multipotenziale da chi non lo è. Non mancano nemmeno gli accapigliamenti sulla terminologia stessa.

Il mio obiettivo, qui, è il riepilogo.

Una persona multipotenziale è:

  1. piena di passioni e interessi, spesso molto diversi fra loro;
  2. curiosa, anzi affamata di conoscenze e nuove scoperte;
  3. creativa;
  4. discontinua nelle sue attività;
  5. facile alla noia.

Alcune di queste caratteristiche non sono così distintive. Non è difficile, per esempio, trovare una persona che abbia più di un interesse. Allora, mettiamo a fuoco.

Una persona multipotenziale ha anche notevoli capacità di:

  1. sintesi di idee;
  2. apprendimento veloce;
  3. adattamento.

Questa immagine è più chiara. Se è ragionevole ritenere che tutti possiamo nutrire più di una passione, lo è meno pensare che tutti siamo capaci di sintesi, o che tutti siamo veloci nell’imparare qualcosa, o che nessuno di noi fa particolare fatica a vivere un’esperienza di cambiamento.

Una persona multipotenziale può cambiare lavoro, passando da una professione a un’altra, senza particolari difficoltà.

Multipotenzialità e sanzione sociale: «Che lavoro fai?»

Il curriculum del multipotenziale potrebbe essere così multiforme da sembrare quello di un individuo che non abbia ancora capito cosa vuole fare nella sua vita (cosa in effetti possibile, se è un multipotenziale). Non si riuscirebbe, cioè, ad appuntargli sul petto un’identità professionale definita e inequivocabile.

Pare che, per questa ragione, i multipotenziali siano stati – e siano ancora un po’, – oggetto di disapprovazione sociale, o perlomeno di diffidenza. Sempre coinvolti in un nuovo progetto, spesso in più di un progetto alla volta, hanno, almeno agli occhi di chi multipotenziale non è, la colpa dell’inconcludenza e il difetto della straordinarietà.

C’è, in effetti, il rischio di passare per fannulloni vagabondi. Tuttavia, ecco un drappello di aggettivi utilizzati spesso per connotare in senso positivo persone profilabili come multipotenziali: “poliedrica”, “eclettica”, “versatile”, “duttile”, “camaleontica” (qui senza la sfumatura negativa della mutevolezza e dell’opportunismo).

Multipotenziali camaleontici? Photo by Pierre Bamin on Unsplash
Photo by Pierre Bamin on Unsplash

Il multipotenziale non ha sempre la risposta pronta alla domanda: «Che lavoro fai?». Forse apprezza un approccio di tipo contestuale: «Che lavoro stai facendo in questo momento?». Né, da bambino, sapeva rispondere senza esitazioni a chi gli chiedeva: «Cosa vuoi fare da grande?». Il problema è che questo può succedergli anche a quarant’anni.

Emilie Wapnick e la riscossa dei multipotenziali

Nel 2015 sale sul palco del TEDx Bend una ragazza dalla faccia simpatica. Fa subito una richiesta al pubblico: «Alzate la mano se vi è mai stato chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?”». Inizia così il suo discorso sul “Perché alcuni di noi non hanno una singola vocazione”. Il video del suo intervento, che è chiaro, intelligente e ironico, ottiene non so quanti milioni di visualizzazioni e la traduzione in più di 30 lingue.

Dal discorso di Emilie Wapnick in poi, siamo tutti multipotenziali, chi più, chi meno.

Il test sulla multipotenzialità proposto da Emilie Wapnick nel suo sito è più divertente di altri ed è gratuito (purché tu sia disponibile a lasciare prima il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail). Fabio Mercanti nutre qualche dubbio sul valore di questo tipo di test. In effetti, rispondere alle domande del test Wapnick sembra bastare per essere multipotenziale. Il risultato, infatti, è sempre un certo tipo o un certo grado di multipotenzialità.

Va bene, purché non diventi un alibi

L’impressione di essere multipotenziale, o la volontà di riconoscersi tale, potrebbe essere un rifugio ideale per chi, nella vita, nel lavoro, non ha la pazienza di andare fino in fondo nelle cose che fa: mi stufo presto perché, sai, sono multipotenziale e quindi lascio perdere. Mi ha fatto sorridere una frase di Andrea Giuliodori, che su EfficaceMente scrive: «… la Wapnick è diventata, suo malgrado, la santa protettrice dei cazzari di mezzo mondo».

È vero che la quantità di dati e di stimoli a cui siamo esposti è vertiginosa: passare da una voglia all’altra non è impensabile e, anzi, siamo incoraggiati a farlo. Ma la multipotenzialità, che non è un disturbo, rischia di diventare una scusa per non impegnarsi fino in fondo in un lavoro e diventare davvero bravi in quello.

Multipotenziali al lavoro

Spiderman at the Great Wall of China, Photo by Raj Eiamworakul on Unsplash
Spiderman at the Great Wall of China, Photo by Raj Eiamworakul on Unsplash

Ho scelto collaboratori guardando (poco) al curriculum e (molto) alle abilità. La multipotenzialità – o qualunque cosa fosse quella che avvertivo durante i colloqui, quando l’avvertivo, – si è rivelata determinante nelle scelte che ho fatto (Prendo Tizio o prendo Caio, a lavorare con me? Prendo Tizio, perché, nonostante Caio abbia più titoli per questo mestiere, sto cercando un profilo come quello di Tizio, perché ho bisogno di …).

Emilie Wapnick descrive uno schema di comportamento preciso: un multipotenziale si appassiona a un argomento, poi lo impara benissimo, infine si annoia e decide di passare a un altro argomento. Lo impara benissimo, dice.

Questo significa che non è così raro trovare un multipotenziale che, pur avendo una mentalità enciclopedica, si sia specializzato in un campo, che sia molto esperto di qualcosa, pur senza aver sentito e accolto a vita “la chiamata della vocazione”. Al massimo, può essere un esperto timoroso, che soffre di sindrome dell’impostore.

Nel suo discorso al TEDx Bend, Emilie Wapnick cita gli esempi del Dott. Bob Childs, liutaio e psicologo, e di Amy Ng, editrice, illustratrice, imprenditrice, insegnante, direttrice artistica. A me viene in mente un caso più noto a noi italiani, l’Ingegner Carlo Emilio Gadda, che scrisse una tesi di laurea su “Turbine ad azione Pelton con due introduttori” e poi La cognizione del dolore.

Un multipotenziale per amico

Non è necessario, comunque, ricorrere al prestigio di nomi famosi. Parliamo di Fabio, il mio migliore amico, che conosco da più di trent’anni. Fabio è ingegnere biomedico e lavora nella chirurgia oftalmica. È anche un chitarrista eccellente, diplomato in chitarra classica al conservatorio, e componente di più di un gruppo musicale, con uno dei quali ha inciso due dischi. Si è appassionato, nell’ordine: alla zoologia, alla storia, alla filosofia e, più di recente, all’astronomia (chiedetegli di decifrarvi il cielo stellato, mentre lo osservate dal telescopio che ha sistemato in terrazza). Fabio è un multipotenziale? Non lo so, e credo non lo sappia neanche lui, né forse gli interessa verificarlo.

Uomo Multipotenziale, Uomo Rinascimentale

Anche in fatto di multipotenzialità, comunque, la nostra modernità non è poi così originale.

Uomo Rinascimentale: Louvre Museum, Paris. Photo by Alicia Steels on Unsplash
Louvre Museum, Paris. Photo by Alicia Steels on Unsplash

Per questo è bizzarro osservare come noi italiani di oggi, eredi di quella cultura rinascimentale che apprezzava la persona capace di distinguersi in più campi, siamo più scettici di altri Paesi verso la multipotenzialità (pur riempiendocene la bocca), mentre ci sentiamo sempre rassicurati di fronte alla specializzazione.

Il filo che unisce

Nel mondo del lavoro, e anche in generale, non mi sembra rilevante sapere se una persona è o non è multipotenziale. Non è rilevante né dal punto di vista di chi cerca un lavoro, né dal punto di vista di chi cerca un candidato. Che significa, in un curriculum o in una presentazione, “multipotenziale”? Nulla, così come nulla significa “specialista”.

Credo che sia rilevante, invece, impegnarsi a trovare un valore ricorrente in tutte le scelte personali e professionali, proprie e degli altri. Può essere il tipo di approccio alle situazioni, o il modo in cui si svolge un lavoro, o un’attitudine non dichiarata che però affiora sulla superficie delle azioni, o un interesse ben coltivato.

Poi sì: un team di lavoro composto sia da specialisti che da multipotenziali può essere una fortuna enorme, l’unione felice di uno sguardo verticale e di uno sguardo orizzontale verso un problema e verso la sua soluzione. Intanto, però, diamoci da fare tutti, con o senza superpoteri.

Gente «dal multiforme ingegno»: nulla di impressionante

Il tipo più versatile che mi ha dato da pensare, comunque, non è di carne e ossa, ma è pur sempre frutto di una mente umana, che lo ha generato molto, molto tempo prima della Compagnia di Emilie Wapnick.

Lo hanno definito in tanti modi, fra cui: versatile, di fertile pensiero, ricco d’ingegno, d’ingegno sagace, d’ingegno molteplice, dall’agile mente, dal multiforme ingegno.

La parola originaria però fu una: «polýtropos». Si tratta di un tizio «che si volge da molte parti». Spesso, insomma, non sa dove sbattere la testa. A volte, non ha pace. È di rara intelligenza e sa fare un sacco di cose. Segue percorsi non lineari e trae profitto dalle stranezze con cui entra in contatto. Affronta tutte le situazioni che gli capitano e più di una volta rischia di restarci secco. Ma alla fine sa come tornare a casa, e a se stesso.

L’antichità ride di noi, che affolliamo il web di discorsi e di test sulla multipotenzialità: Ulisse, il multipotenziale archetipico, ci ha fregato da un pezzo.


Quattro letture sulla multipotenzialità

  1. Barbara Sher, Refuse to Choose! A Revolutionary Program for Doing Everything that You Love (Rodale Pr, 2006);
  2. Emilie Wapnick, How to Be Everything: A Guide for Those Who (Still) Don’t Know What They Want to Be When They Grow Up (HarperOne, 2017);
  3. Fabio Mercanti, Multipotenziali. Chi sono e come cambieranno il mondo del lavoro (Ultra, 2018).
  4. Omero, Odissea, nella traduzione di Giovanna Bemporad.