Gestire il tempo (e le idee). Confessioni semiserie di una manager insospettabile

In breve

Quanto è bello depennare le cose che hai fatto dalla lista delle cose da fare? E quanto è brutto scoprirsi a contare se sono di più o di meno di quelle che devi ancora fare?

In questo articolo, attraverso il racconto, personale ma non troppo, delle mie ultime tre settimane, ti parlo di strumenti e metodi per la gestione del tempo e di come io li ho messi da parte.

Tempo di lettura stimato: dipende dal tuo metodo.

Gli elenchi e il caos calmo

Pietro Paladini, il personaggio protagonista del romanzo Caos calmo di Sandro Veronesi (Bompiani, 2005), un giorno comincia a scrivere elenchi, seduto su una panchina del parco davanti alla scuola di sua figlia. Raccoglie elenchi di qualsiasi tipo: elenco delle compagnie aeree con cui ho volato, elenco delle ragazze che ho baciato, elenco dei traslochi che ho fatto, elenco delle comete che ho visto.

Lui lo fa, credo, per un bisogno di normalità e di sicurezza, dopo una tragedia che gli ha sconquassato la vita come un pugno sui denti preso alla sprovvista.

Io, nella mia commedia quotidiana, lo faccio da sempre.

Cose che ho fatto nelle ultime tre settimane di lavoro

1) Ho scritto

  • 2.891 parole per articoli di blog.
  • I contenuti giornalieri per due pagine e un gruppo Facebook.
  • Una newsletter.
  • I testi di tutte le pagine di un sito.
  • I testi di due nuove pagine del mio sito.
  • 0 (zero) articoli nel mio blog. Ma oggi un paio di migliaia di parole le butto giù, via.

2) Ho fatto un viaggio di lavoro

Ho partecipato come manager a due giorni di conferenza internazionale Helen Doron® English a Baveno, sul Lago Maggiore.

La signora Helen Doron, CEO e fondatrice dell’organizzazione che porta il suo nome dal 1985, era in gran forma.

Io, invece, sono tornata a casa con la febbre, il raffreddore, il mal di gola e la tosse dopo aver:

  • Stretto la mano a Helen che, mentre eravamo in posa per la foto di rito, mi ha chiesto dov’è Ascoli Piceno.
  • Conosciuto colleghi provenienti da tutto il mondo e capito qualcosa in più del mio lavoro.
  • Frequentato due seminari con due titoli che ancora non riesco a ricordare senza andare a rileggerli: “Picking a Winner Every Time. Alternative Approaches to Sales” e “Finding Mr. or Ms. Right Online. Social Networking Strategies to Generate Qualified Leads”.
  • Ascoltato il discorso di Steve Yastrow sull’arte della conversazione persuasiva, raccontata nel suo libro Ditch the Pitch (BookBaby, 2014), di cui Seth Godin ha detto: «This book will give salespeople the courage to be human» (grassetto mio).
  • Mangiato vegano, mio malgrado, ai pranzi aziendali.
  • Concluso la trasferta con una tappa personale a Milano, dove ho sentito il bisogno di riaffermarmi come umana semplice, con un pranzo a base di ossobuco e polenta, e una chiacchierata con amici.

3) Ho preso decisioni

Ho ufficializzato il programma del prossimo Summer Camp, un progetto che mi sta sempre a cuore, tanto, e che mi impegna più di altri. Per questo progetto ho:

  • Preparato le domande di un sondaggio online da mandare a tutte le persone che hanno partecipato alle precedenti edizioni.
  • Analizzato i risultati del sondaggio e riflettuto su che cosa ha funzionato e che cosa si può migliorare.
  • Inserito un elemento di novità nel programma.
  • Calcolato i rischi della novità.
  • Preparato il foglio Excel della simulazione di costi e ricavi.
  • Parlato con tutti i collaboratori.
  • Trattato con la struttura ospitante.
  • Preparato tutto il piano della comunicazione.
  • Avuto paura di non fare le scelte giuste.

4) Ho selezionato personale

Ho scelto due nuovi collaboratori, dopo aver:

  • Ragionato di nuovo e a lungo su curriculum e “soft skills”.
  • Preparato uno schema di domande con l’obiettivo di ottenere le informazioni che quasi mai trovo nel curriculum. Per esempio, chi è la persona che ho davanti, cosa pensa, e quali valori potrebbe portare.
  • Fatto una serie di colloqui con candidati molto, molto diversi fra loro.
  • Avuto paura di non fare le scelte giuste.

Cose che ho fatto nelle ultime tre settimane di vita privata

1) Ho iniziato a organizzare il trasloco in una nuova casa, tutta da arredare pezzo per pezzo, dopo quattro anni in cui ero riuscita a starmene buona a un indirizzo fisso. “Trasloco”, ho scritto “trasloco”; non è una parola leggera da leggere con leggerezza. Occorre ricordare che il trasloco è una delle principali cause della depressione, insieme al lutto e al divorzio?

2) Ho scelto il letto Ikea e il colore “Verde Sierra” di una parete della camera insieme al mio compagno, che poi è anche la persona che trasloca insieme a me.

3) Sono andata regolarmente alle mie lezioni di tango argentino del lunedì sera, alla pratica del giovedì sera e alle milonghe del fine settimana, portandomi a casa un piacevole dolore all’anca destra e peggiorando il raffreddore che avevo.

4) Ho fatto la mia spesa al supermercato per preparare il cous cous alle verdure, rituale delle cene con i miei amici.

C’è ancora tempo (per gli elenchi e per il panico)

Di libri e articoli sulla gestione del tempo, ce ne sono in quantità. Io ne scrivo da apprendista e ti racconto come è andata con i metodi che conosco.

La Tecnica del Pomodoro

tecnica del pomodoro
Fonte: francescocirillo.com

La Tecnica del Pomodoro è un metodo di gestione del tempo ideato alla fine degli anni ’80 da Francesco Cirillo.

È semplice: dividi il tempo in porzioni di 30 minuti, di cui 25 da destinare al lavoro e 5 alla pausa. Imposti il timer a 25 minuti e ti metti al lavoro, senza cedere ad alcuna distrazione, né accettare interruzioni. Dopo 4 pomodori consecutivi, ti meriti una pausa dai 15 ai 30 minuti.

Con me non ha funzionato. Il mio timer, che tengo ancora sulla scrivania dell’ufficio, è rotto dal giorno in cui ho perso la pazienza.

Il Metodo GTD®

«Your mind is for having ideas, not holding them» (David Allen)

Il Metodo GTD® (Getting Things Done) di David Allen per un po’ mi ha attratto, perché è rigoroso e spietato. Aiuta a osservare, analizzare, contenere, controllare e padroneggiare il flusso di lavoro, in quest’ordine.

Riassumo a modo mio le cinque fasi del flusso di lavoro:

1. «Capture. Collect what has your attention»

Raccogli in un contenitore tutto ciò che cattura la tua attenzione, idee, brandelli di pensieri, intuizioni, qualsiasi cosa da fare nel lavoro e nella vita privata, dagli articoli da scrivere per il prossimo progetto al tavolo da comprare per il soggiorno.

2. «Clarify. Process what it means»

Esamina il materiale collezionato e mettilo in ordine, smistando le azioni che puoi fare e quelle che puoi delegare, le date e le scadenze. A proposito di delegare: ci ho messo circa un anno per imparare a farlo senza patire e, comunque, in alcuni casi ho toppato nella scelta di chi e cosa.

3. «Organize. Put it where it belongs»

Organizza le azioni dentro delle liste. Per esempio, crea liste ordinate per categoria (telefonate da fare, e-mail da inviare, acquisti, letture, riunioni, …).

4. «Reflect. Review frequently»

Controlla con regolarità le liste per aggiornarle. Cose che hai fatto, cose che devi ancora fare, cose che puoi spostare dentro altre categorie. In sostanza, è come riordinare i cassetti dell’ufficio (o della camera, se preferisci)

5. «Engage. Simply Do»

Fai le cose che hai deciso di fare, in base a contesto (posso farlo qui e ora?), tempo necessario (quanto me ne serve?), energie fisiche e mentali (quanta febbre ho oggi?), priorità (cos’è più urgente?).

Applicazioni del Metodo GTD®

L’articolo di Anna Di Gennaro su Pennamontata aiuta ad applicare questo metodo a lavori di content marketing e copywriting. Nell’articolo c’è anche una bella infografica che riassume le fasi del flusso di lavoro secondo il Metodo GTD®.

Fra gli strumenti di supporto consigliati da Anna, io ho provato Trello e Remember the Milk. Ho tratto benefici soprattutto dal primo, che per qualche tempo ho cercato di usare insieme a una mia collaboratrice.

gestire il tempo con Trello

Tuttavia, anche il libro di Allen a un certo punto è finito in esilio, in questo caso sul mio comodino in camera da letto, prima di tornare nelle mani del suo proprietario, il mio compagno, e sprofondare infine dentro uno degli scatoloni del nostro trasloco. Lo ritroveremo, un giorno o l’altro, quasi certamente vicino al romanzo di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Il Bullet Journal

«The analog system for the digital age»: questa è la presentazione che compare nella homepage del sito ufficiale di Ryder Carroll.

È un semplice taccuino con pagine vuote da numerare e da dividere in sezioni con l’aiuto di un righello o di una squadra. Poi, dopo che hai fatto i conti con le tue abilità in disegno e geometria, ci scrivi l’indice di tutte le sezioni e i relativi riferimenti al numero di pagina. Un esempio di sezione è “Future Log”, cioè la vista generale sui prossimi mesi per gli impegni già definiti.

Tutto il resto è qui in questo video. Io sto ancora cercando di capire cosa lo distingue da altri sistemi di organizzazione (sono pronta a tutto, mi aiuti a capirlo?).

Il Metodo Konmari per la gestione dello spazio

“Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”. Perché non è mica solo una questione di tempo: gli oggetti, come i pensieri, affollano la mente.

Marie Kondō ha scritto Il magico potere del riordino (traduzione di F. Di Berardino, Vallardi 2014) per aiutarti a scegliere cosa buttare e cosa tenere di tutti gli oggetti che ingombrano la tua casa, il tuo ufficio e la tua vita.

Potrebbe tornare utile in fase di trasloco. Tuttavia, anche l’arte del “decluttering” non mi appartiene. Per questo non so dove mettere tutte le cose che porterò nella nuova casa e per questo ho il ripostiglio e l’archivio dell’ufficio colmo di cose che non servono, però ben ordinate. Non servono adesso, poi che ne sai.

Moleskine per sempre, senza squadre e righelli

Allora. Io scrivo con la penna. E uso l’agenda Moleskine, quella giornaliera da 12 mesi.

Sono almeno quindici anni che le colleziono. Perché non le butto mica, dopo averle usate. No, no, Signora Kondō, a me piace trattenere informazioni inutili, per esempio: in quale anno e in quale giorno della settimana ho fatto l’esame di linguistica italiana all’università; in quale luogo e in quale momento della vita mi trovavo quando ho annotato frasi come “Se perdi il treno delle 7.45, sei un’idiota”, “Correggi i compiti entro domani sera!”, “Impara a ragionare”. Mi servono.

Uso anche i taccuini Moleskine. A Firenze ho comprato il Professional Notebook con la copertina viola (ma a me piace dire che è color vinaccia), però sulle etichette finali delle “To-Do Lists” non ho scritto mai nulla. Alla stazione di Roma Tiburtina sono stata tentata, per ragioni ormai ovvie, dal Journal Home Life: “Dai alla tua casa una nuova dimensione”, dice la descrizione. Il mio compagno ha commentato «Ma per favore!».

Mi servo anche di post-it che attacco ovunque, pure sulle pagine dell’agenda stessa (e, se non ho a portata di mano quelli adesivi, li pinzo direttamente sulla carta).

Non ho un’organizzazione precisa, credo di non aver mai superato la prima fase del Metodo GTD®.

«Diane, temperatura 12 gradi, cielo leggermente nuvoloso»

Quando non posso scrivere subito quello che mi viene in mente, parlo e mi registro, con lo stesso tono di voce dell’agente Cooper nella prima stagione di Twin Peaks.

Fonte: Entering Twin Peaks, video YouTube by miontorus

Per esempio, ho preso appunti vocali per scrivere l’articolo su “come non scrivere“. Stavo guidando sotto la pioggia e ascoltavo su Rai Radio 3 l’intervista a Claudio Giunta. Sapevo che l’avrei trovata presto nel podcast del programma e che avrei potuto riascoltarla con calma, ma non sapevo se avrei ritrovato nella testa quello che stavo pensando in quel momento.

Va così. Io cammino (o guido) e parlo da sola. Lo faccio nonostante l’esistenza della Tecnica del Pomodoro, del Metodo GTD®, del Bullet Journal, del Metodo Konmari e di tutti gli altri che non conosco, che conoscerò e che userò per un po’ prima di accantonare.

Non ho un metodo

Molti colleghi e amici pensano che io sia costante, meticolosa e precisa nella mia pianificazione. Dev’essere perché mi vedono annotare qualsiasi cosa, o perché penso ad alcuni progetti di lavoro almeno sette mesi prima di realizzarli.

Invece sono pigra e vivo di folgorazioni, che avvengono perlopiù non sulla via di Damasco ma sul raccordo autostradale 11. Oppure, quando proprio sono in stato di grazia, seduta sopra il posto più intimo e rassicurante di casa mia.

Pare che Benjamin Franklin, le cui frasi sono fra le più abusate nella pratica delle citazioni autorevoli, abbia detto: «Se fallisci nel pianificare, stai pianificando il tuo fallimento». Sarà così?

 

Epic Fail

Il lavoro ai tempi delle “soft skills” (Storia di Anna, Bianca e Giacomo)

“Soft skills”: come valutarle nel mondo del lavoro? Come considerare la flessibilità e la creatività di una persona? Con quali criteri misurare la sua capacità di definire i propri obiettivi? Che dire, poi, del suo temperamento? Quale peso dare alla sua capacità di gestire il tempo, lo stress, i problemi, le relazioni?

Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei? 

curriculum
Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

Storia di Anna, Bianca e Giacomo

Anna, Bianca e Giacomo sono stati compagni di liceo. Insieme, hanno attraversato il pantano dell’adolescenza negli anni segnati dal rosso e dal blu della temuta matita a due punte.

In quegli anni, a scuola, la matita a due punte usata dai professori per la correzione dei compiti sanciva che l’errore ha due colori: rosso per gli errori di poco peso, perdonabili; blu per gli errori gravi e deplorevoli.

Il “Team Working”, quando non c’era

I tre amici avevano messo a punto un metodo di lavoro di squadra per smaltire le numerose versioni di latino e greco assegnate per le vacanze. Di solito, la lunghezza di ogni versione andava dalle 15 alle 20 righe, secondo i picchi di insofferenza della professoressa al proprio lavoro.

Anna, Bianca e Giacomo si riunivano per “sporzionare” il lavoro – così dicevano loro, “sporzionare”, come la pizza della ricreazione. Ognuno dei tre si occupava di una fetta di Cicerone o di Plutarco. Poi avveniva lo scambio delle competenze e il confronto.

Anna

Per ogni versione, Anna, che era quella con le migliori capacità di organizzazione del lavoro, aveva il compito più delicato di fare una prima lettura veloce per capire il senso generale e dividere il testo in tre parti, una per sé (di solito, la prima), una per Bianca e una per Giacomo, stando ben attenta che la distribuzione delle quantità di righe fosse equa.

Bianca

Dopo che ognuno aveva lavorato in autonomia alla propria porzione di testo, interveniva Bianca, che rileggeva tutto in sequenza e lavorava di sinonimi. La sua specialità, infatti, consisteva nel trovare la soluzione più adeguata per sostituire alcune parole e frasi in italiano, ed evitare così che le tre traduzioni risultassero identiche durante la correzione (l’esperienza insegnava che a traduzioni identiche veniva assegnato d’ufficio un tratto di matita blu).

Giacomo

Giacomo si occupava della coerenza dell’assemblaggio finale: il discorso filava o no? C’era una logica nella struttura delle frasi? Il suo forte, inoltre, era la contraffazione. Infilava al posto giusto qualche errore di poco peso (matita rossa), distribuito qui e là nei tre testi. Siccome Bianca, da sola, in latino e greco se la cavava meno bene degli altri due, per lei Giacomo decideva anche un bell’errore blu conforme ai suoi voti.

Il bello del “Team working”, quando non sai cos’è

lego serious play
LEGO® SERIOUS PLAY® Methodology – Photo by Rick Mason on Unsplash

Tempi e risorse risultavano ottimizzati, le capacità personali di ognuno arricchivano quelle dei compagni di squadra, le versioni di latino e greco andavano bene, ognuno raggiungeva il proprio obiettivo in maniera verosimile, e tutti e tre si godevano meglio le vacanze.

Ma c’era di più: in quelle riunioni, Anna, Bianca e Giacomo si divertivano da matti. Quando possibile, alcuni principi del metodo venivano replicati anche durante i compiti in classe, però con prudenza in alcuni delicati passaggi di informazione (Giacomo era il più prudente di tutti).

Alla maturità capitò la versione di latino, un brano dal De Architectura di Vitruvio. Anna, Bianca e Giacomo non avevano mai tradotto quell’autore prima di allora, né potevano in quell’occasione rischiare l’applicazione del metodo.

Se la sono cavata tutti e tre, è andata bene a ognuno secondo i propri mezzi, ma nessuno si è divertito, né ha qualcosa di bello da ricordare. Dopo la maturità, si sono persi di vista per un po’.

Anna, Bianca e Giacomo. Adesso.

Anna, Bianca e Giacomo si sono ritrovati diversi anni dopo. Adesso vanno a cena insieme il sabato sera, qualche volta anche con i rispettivi compagni (Giacomo si è sposato e ha un figlio, Bianca convive, Anna è sola). Si confidano, si aiutano, si raccontano le giornate. Qualche volta, per gioco, si “sporzionano” le versioni di latino e greco uscite negli ultimi esami di Stato. Sono un po’ arrugginiti con le lingue classiche, ma il metodo funziona ancora. Si fanno i “selfie” insieme su Instagram e su Facebook.

Anna

Anna si è laureata in lingue a Venezia, a pieni voti e in tempi rapidi. Dopo un dottorato di ricerca in scienze del linguaggio con una borsa di studio, ha fatto anche un master in traduzione e interpretariato, facendo nel frattempo una raffica di ripetizioni di inglese e tedesco a ragazzi delle scuole superiori. Ha tradotto diversi libri dall’inglese all’italiano e ha avuto degli incarichi come interprete in Germania. Infine è tornata in Italia, dove è rimasta senza lavoro.

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Photo from: 100musicalfootsteps.wordpress.com

Adesso Anna insegna inglese in alcuni istituti privati, fa qualche traduzione e, per il resto del tempo, si lamenta dello stato della cultura nel nostro Paese.

Bianca

Bianca non ha finito gli studi di architettura a Roma. Ha lasciato l’università e ha iniziato a lavorare come cameriera in un ristorante. Ha preso un monolocale in affitto e per diverso tempo ha fatto un po’ di tutto: segretaria, baby-sitter, barista, bigliettaia. Poi ha seguito dei corsi di formazione per diventare guida turistica e qualche corso di scrittura creativa. Ha viaggiato molto e ha imparato il tedesco grazie a un fidanzato di Colonia. Lavora saltuariamente e, se occorre, fa più di un lavoro alla volta. Legge molto, si nutre di letture di ogni tipo, cerca nel web qualunque cosa le serva.

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Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Adesso Bianca collabora con un’agenzia di marketing e comunicazione, dove cura l’organizzazione di eventi, ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Giacomo

Giacomo si è laureato in ingegneria informatica a Firenze. Non aveva voglia di completare la carriera universitaria e abilitarsi alla professione. Per questo, due mesi dopo la laurea triennale, ha trovato subito lavoro come programmatore nella ditta dove aveva fatto uno stage per la tesi. Ci lavora ormai da diversi anni, ha uno stipendio e un orario di lavoro che gli permettono di organizzare il proprio tempo da dedicare alle passioni di sempre (la chitarra e le escursioni in montagna).

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Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Adesso Giacomo comincia a essere un po’ stanco, non sopporta più il suo capo e il clima in ufficio non lo aiuta a lavorare bene. Per il momento si tiene il lavoro che ha (“di questi tempi …”), ma vorrebbe cambiare e ha iniziato a mandare qualche curriculum.

“Soft skills”. Perché è difficile parlarne

Scrivere di curriculum e “soft skills”, oggi, mi rimane difficile per due ragioni.

La prima ragione è che c’è già chi lo fa. In questa lista ho raccolto alcuni contenuti utili e ti ringrazierò se vorrai aiutarmi a tenerla aggiornata:

  1. Rudy Bandiera in un suo video su LinkedIn: Come costruire un curriculum efficace (30/01/2018);
  2. Riccardo Scandellari nel suo blog: Hai un ottimo curriculum? non basta! (13/12/2017);
  3. Francesca Contardi sul Sole 24 Ore: Soft skills: l’arte fin troppo sottovalutata di comunicare bene (05/10/2017);
  4. Livia Liberatore su Business Insider, Flessibilità, creatività e… Le “soft skills” sempre più richieste nei colloqui di lavoro (26/01/2017);
  5. Elena Dall’Amico per VHSM, Quali sono le Soft Skill più richieste dalle imprese? Indagine transnazionale sulle richieste del mercato del lavoro rispetto a professionalità medio-alte e migranti, (Report gennaio 2016).

La seconda ragione è che, rispetto a un po’ di tempo fa, sulla mia bilancia la pesa del curriculum ha un valore minore (minore, non inutile). D’altro canto, le “soft skills” sono, a prima vista, evanescenti e impalpabili. Che fare?

Quanto ce l’hai lungo, il curriculum?

Non lo nascondo: per un certo numero di anni ho lavorato al mio curriculum con insano e ottuso orgoglio.

“‘Soft skills’? Ma per favore! (e poi che roba è?)“. Nutrita di studi, provvista di titoli, definita da esperienze di lavoro pertinenti al mio profilo iniziale, quello per cui mi ero formata, io ritenevo di avere diritto di accesso preferenziale alle strade professionali che mi interessavano (fa ridere, vero? A me sì).

Non avevo capito niente. L’ho scoperto grazie a un nuovo lavoro. Il nuovo lavoro l’ho scoperto in un momento in cui stavo iniziando a percepire che qualcosa non funzionava e quindi a cambiare atteggiamento.

Il nuovo lavoro – che faccio con lo scrupolo e il senso di responsabilità che la natura mi ha dato in sorte, ma al tempo stesso con la pace dell’imperfezione e con la consapevolezza della provvisorietà di ogni condizione personale e professionale – mi ha portato a stare dalla parte di chi, i curriculum, li riceve. Mannaggia.

Grazie per la tua candidatura. Ma tu chi sei?

curriculum
Screenshot from Revolutionary Road (USA 2008). Source: rednow.com

Il mio archivio trabocca di curriculum ricevuti negli ultimi due anni. Rispetto al tipo di lavoro per il quale questi curriculum finiscono nel mio archivio, alcuni sono prestigiosi, altri modesti, altri imbarazzanti. Nessuno, tuttavia, mi fornisce informazioni davvero utili su chi avrò davanti al colloquio, motivo per cui al colloquio chiamo persone con curriculum prestigiosi, modesti e imbarazzanti.

In passato, sarei stata una candidata col curriculum prestigioso e arrabbiata con il mondo del lavoro: sono qui, granitica nel mio ruolo, e non mi sposto di un passo. Oggi, credo, sarei una candidata che tara e ritara il suo curriculum in base ai lavori che vuole fare e alle persone con cui dovrà parlare: sono qui, dimmi di cosa hai bisogno e mi impegnerò a farlo. Non è detto che ci riesca, però l’idea è questa.

In tutta sincerità, a volte faccio fatica anche adesso a “mollare il personaggio” (qualcuno dei miei amici più cari lo direbbe in un modo più franco, un modo che ha a che fare con un deretano e un manico di scopa). Però è importante togliersi la giacca, allentare i lacci delle scarpe, fare come quando torni a casa e nessuno ti vede, perché noi siamo soprattutto quello che facciamo quando nessuno ci sta guardando.

Bill Self picking his nose.
Bill Self picking his nose. Photo from: thebiglead.com

Il lavoro ai tempi del “Digital Personal Branding”

Dedico molta attenzione anche al tipo di vita digitale delle persone che vogliono lavorare con me e di quelle con cui voglio lavorare io. Voglio sapere, per esempio, quali canali usano di più e come li usano; che genere di contenuti pubblicano; cosa è di loro interesse; come si comportano sui social e come si esprimono quando commentano i post degli altri. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo su questo. Però è così. Se sei nel web, hai una responsabilità (se non ci sei, hai un problema).

Non saprei definire in maniera chiara e decisiva cosa sono le “soft skills” e perché sono determinanti per chi cerca lavoro e per chi cerca candidati, ma mi sono resa conto che, quando parlo con qualcuno per scopi lavorativi, misuro una delle “soft skills” con il modo in cui raccontiamo la nostra storia.

Sezionata e schedata in un curriculum, la nostra storia è piuttosto banale e noiosa.

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Quello che abbiamo nel curriculum di Anna, Bianca e Giacomo è una radiografia del loro operato. Sappiamo cosa hanno fatto finora nello studio e nel lavoro. Ma come hanno determinato le loro strade? Con quale tipo di intelligenza hanno fatto le loro scelte? Che persone erano quando si scambiavano le versioni di Cicerone e Plutarco? In quali persone si sono trasformate negli anni successivi? Cosa hanno fatto affinché gli anni successivi fossero quello che sono stati e cosa hanno intenzione di fare affinché gli anni futuri siano quelli che loro vogliono oggi? Ma soprattutto: cosa vogliono oggi?

Non ho detto che è facile. Forse, Anna, Bianca e Giacomo non hanno ancora capito perché qualcuno dovrebbe scegliere loro e non altri. Il loro curriculum, in effetti, non lo dice o non lo dice abbastanza.

“You are not your resume”

Poi è arrivato Seth Godin e questo mio articolo non ha più speranza di servire a qualcosa. Qualche giorno fa, Seth ha pubblicato un post di 95 parole nel suo blog, il quale, al contrario del mio, possiede la grazia della sintesi e la dote della perseveranza.

“Where did you go to school?”

An interesting question, perhaps, but irrelevant to a job interview.

The campus you spent four years on thirty years ago makes very little contribution to the job you’re going to do. Here’s what matters: The way you approach your work.

What have you built? What have you led? How do you make decisions? What’s your reserve of emotional labor like? How do you act when no one is looking?

You are not your resume. You are the trail you’ve left behind, the people you’ve influenced, the work you’ve done.

Posted by Seth Godin on January 26, 2018

Sia benedetto Seth Godin. Potremmo citare il suo post nel nostro curriculum, alla nuova voce “Perché io“. Ma poi girerebbero migliaia di curriculum con la stessa citazione di Godin e saremmo tutti punto e a capo, chi cerca e chi recluta, chi manda il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e chi lo riceve con la speranza di trovare una storia nuova.

Quindi possiamo fare di meglio: raccontiamola a modo nostro. Sulla carta, nel web, nei colloqui di persona. Magari facendo attenzione al numero di parole, perché il mondo va più veloce di noi e non ha tempo, se la storia non è interessante.