“Come non scrivere”. Claudio Giunta a Rai Radio 3

È meglio se scrivo come si deve e ci metto le parole difficili, o se non scrivo per niente? Scrivo.
(Nanni Moretti, rivisto per l’occasione)

«Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura».

Questa è la citazione di Stephen King con cui Claudio Giunta ha deciso di aprire il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa.

Claudio Giunta, Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano, UTET 2018, pp. 336.

claudio giunta

Il libro nasce dalla sua esperienza di insegnamento all’Università di Trento e raccoglie per i suoi studenti, e per tutti i lettori interessati, le regole di base per evitare gli errori più comuni nella scrittura argomentativa.

Mettiamoci l’anima in pace subito: la lettura di questo libro non insegna a scrivere (quale libro lo fa?). Anzi, il Prof. Giunta ha organizzato all’università dei corsi di non-scrittura, perché, dice  lui, “è più facile insegnare non la verità, ma l’errore”. Come? Leggendo tanti esempi di testi brutti. Fortunatamente, aggiungo io, fonti di questo tipo non mancano.

Intervista in diretta, sotto la pioggia

Oggi pomeriggio Claudio Giunta è stato ospite di Fahrenheit, il bel programma di Loredana Lipperini su Rai Radio 3. L’intervista è andata in onda subito dopo la musica di Paolo Conte e io l’ho ascoltata mentre guidavo sotto la pioggia.

Automobilista distratta sul raccordo autostradale 11. Piovono pensieri mal manovrati.

radio 3
Photo by Mario Calvo on Unsplash

L’intervista, così come il libro, è una miniera di spunti utili a tutti noi, “scriventi” e “scrittori”. Voglio condividerli in questo articolo, elaborato quasi in diretta e scritto poco dopo, appena raggiunta la scrivania.

È la prima volta che non dedico tempo e attenzione a una ricerca più approfondita di fonti e link, alla scrittura e riscrittura del testo e all’editing, al controllo della lingua. Tanta è la voglia di raccontare quello che dice Giunta nell’intervista, che faccio il contrario di quello che suggerisce Giunta nel libro.

La lingua come si deve

A scuola ci hanno insegnato a scrivere come si deve. Ma come si deve?

Ci hanno fatto leggere Primo Levi e Italo Calvino, autori dalla penna limpida. Eppure, quando scriviamo, tendiamo a non considerare la limpidezza come esempio di buona scrittura. Siamo tentati, anzi, di scegliere l’opacità di un linguaggio di maniera barocca. Il rischio, detto come lo direi io (e ora lo dico), è quello di attorcigliarsi nel cappio di scelte linguistiche che poi non sappiamo governare.

Perché gli italiani leggono Levi e Calvino e tentano di scrivere come Gadda?

Sembra un problema di ipercorrettismo: la scuola, impegnata ad arginare l’italiano decisamente troppo colloquiale che viaggia sulle bocche dei ragazzi, finisce col promuovere una lingua di plastica. Succede, allora, di premiare gli studenti che imbellettano i propri scritti con una lingua involuta, concettosa, piena di paroloni (o “parolone” come ha detto Giunta in radio? Adesso mi è venuto il dubbio, dopo vado a controllare …). Scambiamo così il contorsionismo linguistico con la capacità di scrittura.

Lingua, scrittura, identità

Vorremmo scrivere bene. Ci hanno detto che scrivere bene è essere corretti e composti. Noi ci teniamo tanto a essere corretti e composti, perché abbiamo bisogno di soddisfare l’umano bisogno di ascesa sociale.

D’altra parte, la lingua è un atto di identità. Questo, anche se non c’era bisogno di ricordarlo, me lo ha ricordato Vera Gheno, la sociolinguista che gestisce l’account Twitter dell’Accademia della Crusca, in suo recente intervento a Play Copy 2018.

vera gheno
Vera Gheno a Play Copy 2018 by Pennamontata. Fonte: twitter @ludolingua

Vada dunque per il bello scrivere, se ci fa belli al mondo. C’è un problema: nella costruzione della nostra identità linguistica, e quindi sociale, maneggiamo l’antico idioma con minore naturalezza di quella che abbiamo nel modo di esprimerci tutti i giorni e finiamo col confezionare testi simili alla lettera di Totò.

Carta, calamaio e penna: « … veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, …»

totò
Fonte: http://www.antoniodecurtis.com

A me viene subito in mente l’italiano popolare. Un’associazione mentale forse impropria, ma non fa niente. La nomenclatura “italiano popolare” è stata suggerita da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Il primo lo definiva come «il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale». Il secondo come «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto».

L’abito della festa e i vestiti di tutti i giorni

Diamo una mano di belletto alla lingua: “vi sono” al posto di “ci sono”, “tipologia” al posto di “tipo”, “aspettualità” al posto di “aspetto”, “esemplificazione” al posto di “esempio”. Così nelle circolari ministeriali, così nei testi dei ragazzi a scuola, nella convinzione che impressionare chi legge significhi scrivere diversamente da come si parla, cosa che è vera in parte: la pianificazione del messaggio, la vigilanza sulla sintassi, l’attenzione alla punteggiatura sono alcuni degli aspetti che distinguono l’italiano scritto da quello parlato, ma per scrivere bene non è necessario indossare tunica e coturni.

Se proprio vogliamo sforzarci di imitare modelli letterari nei nostri scritti, imitiamo la chiarezza e la semplicità dello stile di Natalia Ginzburg: leggendo Le piccole virtù, il lettore capisce, quindi si compiace, quindi si diverte.

Ma allora Joyce?

Durante l’intervista a Claudio Giunta, un ascoltatore fa questa domanda in diretta con un sms. Già, che ce ne facciamo di Joyce?

«Joyce non ha bisogno del mio libro», risponde Giunta. Ma soprattutto: Joyce scriveva romanzi. Posso non capire l’Ulisse, ma devo capire una circolare ministeriale, o una legge. Di scrittura argomentativa qui si parla, e bisognerebbe saper distinguere gli obiettivi di ogni registro dell’italiano, e avere ben chiaro il destinatario.

Tuttavia anche molti narratori di oggi potrebbero aver bisogno di leggere Come non scrivere, per non prendersi troppo sul serio e tornare a dare un’occhiata allo stile di Vitaliano Brancati, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Camilla Cederna, Indro Montanelli, e a un esempio di prosa anglosassone trasparente: George Orwell.

«Solo gli insicuri sanno sempre tutto»

«Ci vergogniamo di non sapere le cose», dice il Prof. Giunta, che ha confessato di aver scoperto soltanto alla fine dell’università che “arrugginire” si scrive con due “r” e due “g”.

Non c’è niente di male ad avere dei dubbi e questo vale anche per gli insegnanti, spesso imbarazzati all’idea di non saper rispondere alle domande degli studenti (e non solo degli studenti). La lingua va meditata e il giorno dopo si può dare una buona risposta. Basta avere voglia di cercarla.

Polare, rispetto all’ignoranza, è l’arroganza di quelli che sanno sempre tutto.  Fra l’antipatia dell’arroganza e il candore dell’ignoranza, Giunta sceglie il secondo. Perché all’ignoranza c’è rimedio, se c’è voglia di rimediare.

Essere modesti e cortesi, insomma, è un buon atteggiamento per scrivere meglio.

Il libro di Giunta va letto. Anzi no, seguiamo il consiglio di limitare l’uso dei verbi passivi: leggete il libro di Giunta.

A proposito di buoni consigli sulle forme verbali e su molte altre insidie linguistiche: teniamo sulla scrivania anche l’agile Guida di stile di Luisa Carrada (Zanichelli 2017). Ma questo libro l’avevo già segnalato.

L’intervista integrale a Claudio Giunta adesso si può ascoltare sul podcast di Rai Radio Tre.

Come non ringraziare

Della genealogia dei nostri parenti, amici e cani, non interessa a nessuno. Dei grandi autori morti, nemmeno, se li citiamo per far vedere che li abbiamo letti.

Allora io ringrazio Paolo Conte perché, poco prima di imbattermi nell’intervista a Claudio Giunta su Rai Radio Tre, stavo ascoltando “La vera musica” in macchina, sotto la pioggia.

Aggiornamento del 22 febbraio

Un lettore mi ha scritto che questo articolo è un po’ difficile da leggere. Mi piacerebbe riscriverlo, ma per ora facciamo così: se è difficile, ecco un altro esempio di “come non scrivere”.

Scrivere, e scrivere meglio. Piccola biblioteca del conforto

«Imparare a scrivere è, in pratica, una educazione alla quotidianità»

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic)

Cronache dagli anni ’80

Il maestro Cesare ci faceva scrivere una cronaca tutti i santi giorni. Erano gli anni ’80 della scuola elementare e si prendevano mazzate in tutta tranquillità.

Ogni pomeriggio, a casa, io avevo davanti a me il mio quaderno a righe aperto su una pagina nuova, l’orologio della cucina sopra di me e il blocco dello scrittore dentro di me.  Dovevo raccontare le cose del giorno, per forza. Il maestro ci diceva che era “per imparare a scrivere”.

Siccome non avevo ogni giorno qualcosa di nuovo da raccontare, a volte bisognava inventare. Tutto è iniziato così.

cronache di scuola
Non trovo più le mie cronache di scuola. Questa è di mio fratello, anni ’90 (io non mi sarei mai mascherata da Wolverine).

“Scrivere è un cazzotto in bocca”.

Non è una bella frase. Non è nemmeno una frase utile a generare il consenso, che serve sempre a chi scrive nel web. Però si può dire che è una frase.

L’ho scritta molti anni dopo le cronache per il maestro Cesare, il 6 maggio 2013, in un blog di nome Tornasole, dove scrivevo per amore. Non nel senso che scrivevo per amore verso qualcuno (forse, verso qualcosa), e nemmeno per amor di cronaca. Probabilmente solo per non fare palestra, quella dove si fa il “fitness”.

Suppongo di aver scritto così pensando non solo alle difficoltà del processo di scrittura, ma anche alla difficoltà di trovare buone storie da scrivere. Ricevere un cazzotto, oltre a far male fisicamente, è umiliante.

Tutti scriviamo. Prima del web, abbiamo iniziato a farlo sulla carta, cioè abbiamo usato tanta cellulosa e per questo motivo ci siamo sentiti tutti un po’ scrittori. Soprattutto di narrativa. Ci sono in giro più romanzieri che lettori.

« … il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia»

(Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo)

Ma c’è un corso per ogni cosa.

Più o meno negli anni in cui io sospiravo in cucina, sopra alle cronache da scrivere “per imparare a scrivere”, veniva fondata in Italia la prima scuola di scrittura creativa, Omero (1988), seguita dalla Holden (1994), seguita da altre. Le ha censite, e messe in dubbio, Silvia Truzzi in un suo articolo intitolato “Pago dunque scrivo. Il business della creatività” (Il Fatto Quotidiano, 28/04/2012).

Da allora in avanti, insomma, molti creativi hanno trovato il loro posto nel mondo, o perlomeno una scuola tutta per loro. Alcuni scrittori nati sulla strada devono essersi un po’ risentiti.

A un certo punto, infatti, l’autodidatta Erri De Luca ha scritto i suoi “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)“:

«Non consiglio corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l’umiltà di apprendere. […] Scrivere […] è una disciplina di silenzio interiore pure dentro una folla. Chi scrive ha davanti a sé la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.»

Il web, chiacchiere da bar (senza distintivo)

Foto di Simone Volpini

Il web, in particolare attraverso i social, ha consentito a tutti di accapigliarsi anche su questo argomento: scuole di scrittura creativa sì o no? Ci sono tante risposte diverse, tutte rispettabili.

A dire il vero, ogni persona interessata all’argomento della scrittura creativa, e della creatività tutta, si è sentita chiamata a dire la propria.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (Umberto Eco su La Stampa, 10/06/2015)

Per imparare a scrivere, devi scrivere (senza pubblicare subito).

Torniamo a scrivere. In fase di allenamento, le ragioni per cui scrivi importano poco.

  1. Sia che tu scriva per studio,
  2. O che tu scriva per lavoro,
  3. O che tu scriva per piacere o, come mi è capitato di sentire, “per te” (ma che significa?),

c’è una cosa che devi fare per imparare a scrivere: scrivere tutti i giorni. Con metodo. Però le cronache del maestro Cesare non bastano, e nemmeno le scuole.

Scrivere quanto?

Ho fatto un calcolo approssimativo: in cinque anni di scuola elementare potrei aver scritto circa un migliaio di cronache da far leggere al maestro Cesare. Poi sono andata alle medie e ho scritto i temi da far leggere alla Professoressa Sponcichetti. Sono andata al liceo e ho scritto temi e riassunti per insegnanti diversi – non ho contato né temi né riassunti, perché non ho dovuto scriverli tutti i giorni scolastici dell’anno. Poi mi sono laureata in Lettere. Dopo l’università, ho seguito tanti corsi (nessuno di scrittura creativa, però, mannaggia). Ho scritto molto e spesso, per studio e per lavoro; forse anche per piacere, se questo significa amare le parole scritte e scrivere per creare benefici.

Eppure vivo nel dubbio. Chiunque si trovi a scrivere, vive nel dubbio. Chi scrive per lavoro, poi, a volte vive nello sconforto. No?

Per imparare a scrivere meglio, leggi e trova conforto.

Ho deciso di salire in mansarda, una mansarda piccola e trascurata, dove per il momento tengo tutti i miei libri in attesa di un trasloco.

Mi sono seduta per terra e ho messo insieme una lista di letture che mi sono sempre utili e che possono essere utili a chi scrive. Soprattutto a chi scrive.

Non troverai una summa. Liste così, popolano ogni angolo del web. Molti titoli sono ovvi, altri meno.

Qui troverai quella che chiamo la mia “piccola biblioteca del conforto“: cosa leggo io, quando non so dove sbattere la testa. Perché di conforto c’è tanto bisogno, per chi scrive, e per cercare di evitare orrori a danno di chi legge.

scrivere
Un angolo della mia piccola biblioteca del conforto. Foto nuda e cruda, scattata con un Samsung modesto

Scrittori, copywriters e linguisti che hanno scritto sulla scrittura

Scrivono (o hanno scritto) su questo argomento per obiettivi e pubblici diversi e da diverse prospettive di osservazione. In comune, hanno tutti l’attenzione alle parole.

  1. Luisa Carrada, Guida di stile, Zanichelli, 2017;
  2. Luisa Carrada, Scrittura & Sintassi, Zanichelli, 2017;
  3. Bice Mortara Garavelli, Silenzi d’autore, Laterza, 2015;
  4. Raymond Queneau, Esercizi di stile, traduzione di U. Eco, Einaudi, 2014;
  5. Annamaria Testa, Minuti scritti, Rizzoli, 2013;
  6. Annamaria Testa, La trama lucente, Rizzoli, 2013;
  7. Daniele Fortis, Scrivere per il web, Apogeo, 2013;
  8. Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, 2ª edizione Carocci 2012;
  9. Luisa Carrada, Lavoro, dunque scrivo!, Zanichelli, 2012;
  10. Luca Serianni, Italiani scritti, Il Mulino, 3ª  edizione 2012;
  11. Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, minumum fax, 3ª  edizione 2011;
  12. Robert W. Bly, The Copywriter’s Handbook, Henry Holt & Co., 3ª edizione 2007;
  13. Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 12ª  edizione 2003;
  14. Annamaria Testa, Farsi capire, Rizzoli, 2000;
  15. Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere, Apogeo, 2008;
  16. Annamaria Testa, La parola immaginata, Pratiche, edizione aggiornata 2000;
  17. Paul Auster, Una menzogna quasi vera, traduzione di L. Ginzburg, minimum fax, 1998.
  18. Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988.
  19. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 1974.

In uscita il 15 febbraio: Valentina Falcinelli, Testi che parlano, Franco Cesati Editore, 2018.

Siti e blog

Pagine dal web che vale la pena leggere, senza cedere alla pigrizia dello “scrolling”.

  • Il mestiere di scrivere, il blog di Luisa Carrada;
  • Nuovo e Utile, il sito di Annamaria Testa;
  • Parole O_stili, il sito dell’associazione no-profit nata per sensibilizzare, responsabilizzare ed educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile;
  • Pennamontata, il blog della web agency più magenta che ci sia, fondata da Valentina Falcinelli;
  • The Writer, il sito dell’agenzia londinese professionista della parola. Si presentano così: “40-odd people on a mission to rescue the corporate world from the tyranny of linguistic mediocrity”.

Narratori

Dei romanzi e racconti che ho letto, io non ricordo quasi niente. Spesso non ricordo “la trama”, per esempio. Una storia non si ricorda quasi mai per i fatti che succedono. Magari ricordiamo un certo capitolo, o una pagina in particolare, ma non è l’architettura che ricordiamo. Io penso che ricordiamo meglio quello che ci ha fatto stare bene. Se una storia ci nutre, noi ricordiamo il nutrimento che ne abbiamo ricevuto.

scrivere
Macchina da scrivere di John Fante (1951). Foto nuda e cruda, scattata nel 2014 al IX edizione del Festival letterario “Il dio di mio padre”, Torricella Peligna (CH)

25 vitamine per vivere bene

  1. John Fante, La confraternita dell’uva, traduzione di F. Durante, Einaudi, 2004;
  2. Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007;
  3. Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Einaudi, 2011;
  4. Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, 2010;
  5. Antonio Pascale, S’è fatta ora, minimum fax, 2011;
  6. Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani, 2005;
  7. Salvatore Mannuzzu, Snuff, o l’arte di morire, Einaudi, 2013;
  8. Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009;
  9. Sebastiano Vassalli, Stella avvelenata, Einaudi, 2003;
  10. Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Rizzoli, 1988;
  11. Tommaso Landolfi, Le due zittelle, Adelphi,1992;
  12. Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 2012;
  13. Paul Auster, Trilogia di New York, traduzione di M. Bocchiola, Einaudi, 2004;
  14. Philip Roth, Lamento di Portnoy, traduzione di R. C. Sonaglia, Einaudi, 2005;
  15. Ágota Kristóf, Trilogia della città di K., traduzione di A. Marchi, V. Ripa di Meana, G. Bogliolo, Einaudi, 2000;
  16. Magda Szabó, La porta, traduzione di B. Ventavoli, Einaudi, 2014;
  17. William Golding, Il signore delle mosche, traduzione di F. Donini, Mondadori, 2001;
  18. José Saramago, Cecità, traduzione di R. Desti, Feltrinelli, 1995;
  19. Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, traduzione di G. Amitrano, Einaudi, 2008;
  20. Ryunosuke Akutagawa, Kappa, traduzione di M. Teti, SE, 2008;
  21. Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di A. Busi, Feltrinelli, 2002;
  22. Franz Kafka, La metamorfosi, traduzione di E. Ganni, Einaudi, 2014;
  23. Peter Bichsel, Storie per bambini, traduzione di C. Allegra, Marcos y Marcos, 1986;
  24. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di R. Colorni e A. Pandolfi, Adelphi, 1991
  25. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, edizioni del ’27 e del ’40 a cura di S. Silvano Nigro, Meridiani Mondadori, 2002.

La venticinquesima vitamina te l’aspettavi? Io no.

Infine, il Manifesto della Leggibilità.

  • Costituzione della Repubblica Italiana (1947), con l’introduzione di Tullio De Mauro e una nota storica di Lucio Villari, UTET, 2006.

Sì, la Costituzione c’entra, anche quando si parla di scrittura.

Costituzione della Repubblica italiana 1947
Fonte immagine: bordeline24.com

La suggerisco come lettura utile per chi lavora con le parole, perché è un manifesto programmatico della leggibilità.

Non è solo il  testo legislativo. La Costituzione è un testo scritto in un momento della storia linguistica italiana in cui il 60% della popolazione non aveva capacità di comprensione dei testi. A proposito di storia linguistica italiana: come l’ha raccontata Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, nessuno mai.

Il Professor De Mauro – che vorrei tanto chiamare “il buon Tullio” senza mancare di rispetto – ci ha insegnato che l’indice di leggibilità di un testo è legato a due fattori: la presenza del vocabolario di base e la brevità dei periodi sintattici.

  1. Per quanto riguarda il primo fattore, il lessico della Costituzione si compone per il 74% del vocabolario di base.
  2. Per quanto riguarda il secondo fattore, i periodi sintattici della Costituzione hanno una media di 19,6 parole per frase.

“Una prestazione eccezionale”, commenta il buon Tullio nella sua introduzione al testo, soprattutto se consideriamo che si tratta di un testo normativo italiano, dunque esposto ai rischi del burocratese, l’antilingua di calviniana memoria.

Oggi, ai tempi di SEO e blog, il testo della Costituzione avrebbe ottenuto un elevato punteggio di leggibilità da WordPress Yoast.

La Costituzione del ’47 ci può suggerire, insomma, che scegliere parole di massima accessibilità di lettura non è soltanto difficile: è un mestiere.

Per questo, l’unico testo legislativo italiano di straordinaria chiarezza può essere, forse, l’esempio definitivo del vero, complicato e pazzo lavoro che sta alla base di ogni scrittura retribuita: la domanda “Per chi scrivo?”.

L’allestimento del testo comincia, o dovrebbe cominciare, dopo questa domanda. Le parole sono tutto ciò che sta in mezzo. Montarle è “uno sporco lavoro”.

è uno sporco lavoro
Foto di Simone Volpini

Dillo a fumetti! 10 domande a Laura Martellini

Se dico “fumetto”, cosa ti viene in mente? Facciamo un gioco: prendi un foglio e una penna e, senza pensarci, scrivi le prime 5 cose che ti saltano in testa.

Poi, prenditi 10 minuti della tua giornata per leggere questo articolo e, alla fine, fammi sapere cosa avevi scritto sul tuo foglio.

L’arte invisibile: “Mettiamo le cose in chiaro”

Due fumetti che leggevo da piccola: Topolino e La Pimpa. Me li andava a comprare mio nonno Santuccio, sulla sua bicicletta Graziella grigia, serie classica, ruota 16′. Lo aspettavo a casa con ansia.

Da adulta, il primo fumetto a cui penso è Persepolis di Marjane Satrapi (che poi è diventato un film, bellissimo per chi ama il genere). E tu?

Fumettisti all’opera

Un paio di anni fa ho conosciuto Laura Martellini, disegnatrice e fumettista ascolana, insegnante di Scuola di Fumetto Marche. Laura è l’autrice della Vita di Sant’Emidio a fumetti, lavoro realizzato per la città di Ascoli Piceno in occasione della festa del patrono.

La vita di Sant'Emidio - Laura Martellini
Riproduzione autorizzata dall’autrice

Fumetto e inglese? Il binomio felice per bambini e ragazzi

Ho deciso che il lavoro di Laura avrebbe potuto rappresentare una bella novità del CreActive Summer Camp 2017, il programma estivo per bambini e ragazzi che ho curato per la Helen Doron® English di Ascoli Piceno (leggi come è andata).

Sfida nuova e impegnativa per me e per il mio staff, quella del Camp al Casale di Colli del Tronto è stata un’esperienza intensa per tutti. Il progetto ha coinvolto per 4 settimane di luglio quasi 150 bambini e ragazzi provenienti dal territorio ascolano, dall’entroterra piceno e da altre città d’Italia (Bologna, Milano, Pescara).

helen doron ascoli piceno
Helen Doron Ascoli Piceno – CreActive Summer Camp 2017- Week 1

Perché il fumetto? Dieci domande a Laura Martellini

In occasione dei lavori a un nuovo progetto insieme, ho voluto fare a Laura dieci domande sul fumetto. Le sue risposte possono essere utili a chiunque sia appassionato di fumetto a ogni livello, ma anche a chi è interessato ad approfondire l’utilizzo del fumetto in ambienti didattici.

#1. Laura, se tu avessi a disposizione poche parole per dire cos’è il fumetto, quali parole sceglieresti?

Per me il fumetto è un mezzo di comunicazione. Chi mi conosce sa che, quando qualcosa mi colpisce, devo subito raccontarlo e il miglior modo per farlo per me è il fumetto.

helen doron ascoli piceno
Il Team di Helen Doron Ascoli Piceno ritratto da Laura Martellini in occasione del CreActive Summer Camp 2017

Molti hanno cercato di trovare una definizione. Il maestro Will Eisner usava l’espressione “arte sequenziale”, riferendosi al fatto che i disegni sono disposti in sequenza e descrivono le azioni che formano una storia.

Quando devo spiegare ai miei alunni cos’è un fumetto, innanzitutto dico che è “una storia raccontata attraverso immagini e parole”, e che bisogna seguire delle regole precise per raccontare a fumetti.

La differenza tra un fumetto e un’illustrazione è che il fumetto è un insieme di disegni che, visti in sequenza creano un’azione, mentre l’illustrazione è un unico disegno che cattura un momento della storia. Con il fumetto si possono ricreare tante situazioni di una storia, suscitare sentimenti e stati d’animo diversi anche solo attraverso i disegni.

#2 . Com’è nato il tuo amore per il fumetto?

L’amore per il fumetto è nato leggendo fumetti. A casa ci sono sempre stati, di ogni genere, da Topolino e Asterix, letture di quando ero più piccola, a Pazienza e Moebius, i primi fumetti che ho scelto e comprato da sola.

Andrea Pazienza
3 fumetti di Andrea Pazienza.
Fonte: www.dailybest.it/fumetti/andrea-pazienza-60-anni/

Come lettrice sono sempre stata curiosa di scoprire nuovi autori e leggere nuove storie. Ho capito che quello che più mi affascinava erano i disegni; così ho imparato a distinguere gli stili e le caratteristiche di ogni disegnatore fino a quando ho sentito che avrei voluto imparare quel mestiere.

Ho compreso col tempo che ciò che amo del fumetto è la convivenza tra razionalità e creatività.

Da un lato ci sono le regole tecniche da seguire per ottenere un buon risultato (lo schema delle vignette, le inquadrature, le parole dentro le nuvolette,) e dall’altro c’è la pura creatività, raccontare storie e personaggi veri o inventati, originali o ispirati a un film o un libro attraverso uno stile proprio e un segno riconoscibile.

#3. Qual è stata la tua formazione come disegnatrice e fumettista?

La mia formazione è partita innanzitutto dai libri illustrati e dai fumetti che ho letto. Fin da piccola amavo ricopiare i disegni che avevo studiato nei minimi particolari consumando le pagine dei libri o dei fumetti che mi capitavano per le mani.

Ancora oggi mi ritrovo a disegnare certi particolari seguendo l’imprinting che mi hanno dato quelle immagini viste tanto tempo fa:

… il naso del cagnolino con quella forma, il profilo di un bambino disegnato in quel modo, le gambe lunghe e magre come le disegnava quell’autore. Sono immagini che ti rimangono nella mente, che non andranno mai più via, che rimarranno un riferimento artistico per sempre.

Ricordo con quanta gioia leggevo e rileggevo alcuni libri: il libro di illustrazioni dell’artista americano Norman Rockwell, i fumetti umoristici dei francesi Goscinny e Uderzo, Topolino con tutti i personaggi del mondo Disney, e tanti altri con disegni di autori minori che i però i miei occhi catturavano e immagazzinavano.

Norman Rockwell
Illustrazione di Norman Rockwell – Fonte: http://www.ilpost.it/2014/11/13/norman-rockwell-mostra/

Ho studiato da autodidatta finché ho sentito l’esigenza di avere una formazione più specifica e un confronto con professionisti del mestiere. Ho deciso quindi di iscrivermi alla Scuola di Fumetto Marche, che ho frequentato per tre anni e della quale sono ora un’insegnante.

#4. Secondo te, che cosa del fumetto può affascinare veramente lettori di ogni età?

Credo che nel fumetto la storia sia raccontata in un modo affascinante perché le immagini e le parole descrivono ambienti, personaggi e azioni, ma rimane sempre lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra da colmare con la fantasia.

Il fumetto, rispetto a un libro, ha un elemento rassicurante:

è come se l’autore, con i disegni, ci volesse accompagnare lungo tutta la storia senza lasciarci soli, aiutandoci ad interpretare e visualizzarne gli elementi.
Come disegnatrice, per me il fascino del fumetto è il suo lato artistico che ci riporta al bello, alla piacevolezza nel guardare un prodotto realizzato da un artista.

Quando leggo un fumetto, mi piace scoprire la storia e i personaggi osservando tutto ciò che è disegnato; mi piace capire perché l’autore ha scelto quel tipo di inquadratura, come se stessi guardando un film; mi piace immaginare la mano del disegnatore che disegna il viso del protagonista con l’espressione giusta per quella scena.

#5. Il fumetto a volte viene usato a scuola con obiettivi educativi. Quali aspetti dell’apprendimento ne possono beneficiare?

Creare una storia a fumetti insegna che la creatività di ognuno può essere canalizzata per comunicare qualsiasi concetto e che se si seguono le regole si raggiunge l’obiettivo prefissato.

Leggendo e guardando il fumetto creato con le proprie mani, il bambino prova una sensazione di soddisfazione che lavora sull’autostima e lo spinge ad imparare e migliorare.

In un mondo dove la maggior parte delle attività che compiono i giovano sono passive e imposte (a scuola svolgono il compito assegnato, guardano la televisione o video su internet), la creazione di un elaborato che nasce dalle proprie mani con idee libere è altamente educativo e stimolante.

fumetto per bambini
Summer Trailer, presentazione del CreActive Summer Camp 2017 di Helen Doron Ascoli Piceno

Dal punto di vista della lettura dei fumetti, molteplici sono gli stimoli e i meccanismi didattici che si scatenano: per seguire una storia occorre che il lettore si concentri sui concetti di prima e dopo, di simile e dissimile; deve riconoscere luoghi e ricordare frasi, rintracciare i nessi tra le scene e le frasi lette. Il fumetto stimola la capacità di saper collocare nel tempo quanto viene letto, di individuare la logica sequenziale che lega i fatti che costituiscono la storia.

#6. Il buon Umberto Eco disse del fumetto: «Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese»! Qual è il tuo punto di vista?

Umberto Eco visto da Tullio Pericoli
Umberto Eco ritratto da Tullio Pericoli (fonte: artribune.com)

Forse aveva ragione! Leggendo un fumetto sei coinvolto in tanti modi: guardi il disegno, leggi il testo, immagini quello che non è disegnato o raccontato esplicitamente; sei coinvolto dal segno della matita che è stato tracciato per suscitare reazioni, emozioni.
Posso dire a riguardo che molti fumetti, forse tutti quelli che mi sono piaciuti, li ho letti e riletti, perché ogni volta coglievo qualcosa di diverso in un segno, un’espressione, una frase.

#7. In base alla tua esperienza, qual è la ricezione attuale del fumetto? Come viene visto oggi?

Daniel Cuello, EcoLinus
Daniel Cuello, EcoLinus. Fonte: fumettologica.it
La quarta di copertina di Linus, marzo 2016, dedicata a Umberto Eco in occasione della sua scomparsa

Il mondo del fumetto a oggi è molto vario, ci sono molti generi, molti personaggi resi famosi dai film, molte pubblicazioni sia nazionali che estere. Sono più reperibili, le fumetterie sono più diffuse, in edicola e in libreria c’è sempre un reparto dedicato ai Comics, online riusciamo a comprare e leggere fumetti in lingua originale da ogni parte del mondo.Insomma, non ci sono più scuse per non leggere fumetti, se non i luoghi comuni come “è roba da ragazzini”, “è meglio se leggi un bel libro”, e via dicendo.

Nella mia esperienza ho imparato che, se crei un prodotto di qualità, tutti i luoghi comuni scompaiono. Per esempio, il fumetto che ho realizzato sulla storia del Santo Patrono di Ascoli veniva acquistato per lo più per i bambini, ma poi il passaparola ha fatto sì che anche gli adulti lo volessero leggere per avvicinarsi a una storia che non conoscevano.

La vita di Sant'Emidio - Laura Martellini
Riproduzione autorizzata dall’autrice

#8. Ci consigli 5 fumetti per bambini e ragazzi?

Inizio dai classici che vanno sempre bene:

  • Topolino e Paperino in tutte le versioni, nuove pubblicazioni in edicola e in libreria, ma anche il giornalino trovato in una soffitta o in un mercatino;
  • Peanuts (Snoopy e tutta la sua compagnia);
  • Asterix e Obelix di Goscinny e Uderzo, edito in Italia da Panini.

Asterix e Obelix

Veniamo ora a nuove pubblicazioni rivolte nello specifico a bambini e ragazzi. Negli ultimi 10 anni alcune case editrici hanno creato collane dedicate ad una fascia d’età più giovane (da 6 a 13 anni). Posso suggerire i titoli più interessanti tra quelli che ho avuto modo di leggere:

  • Geronimo Stilton a fumetti (Piemme Editore) è una collana di storie famose (“Uno per tutti, tutti per Stilton!”, versione dei tre moschettieri, “Il primo Samurai”, “Suonala ancora Mozart”), raccontate a fumetti da Geronimo Stilton, il topo giornalista più amato dai bambini.
  • Claire e Malù di Tauro e Chiara Karicola (Casa editrice Tunuè, collana Tipitondi), storia a fumetti narrata in modo semplice e colorato, di una bambina vivace ed esuberante e della sua cagnolina, paziente e dotata d’ironia.
  • Brina e la banda del sole felino, di Salati e Cornia (casa editrice Tunuè, collana Tipitondi)
  • Gaetano e Zolletta, di Silvia Vecchini (Casa editrice Bao Publishing)
  • Orlando curioso e il segreto di monte sbuffone, di Teresa Radice e Stefano Turconi (Casa editrice Bao Publishing)
Infine, i supereroi
supereroi
Disegno di Marco Martellini. Fonte: www.scuoladifumettomarche.it/corso-fumetto-junior

Molti si avvicinano ai supereroi in seguito ai film visti al cinema. Il mondo dei supereroi è molto vasto e alcuni autori tendono a usare molta violenza. Per questo motivo, il consiglio che posso dare ai genitori è quello di sfogliare il fumetto prima di acquistarlo per capire se è adatto all’età del proprio figlio. A questo proposito, segnalo che la casa editrice DC Comics ha creato una collana di fumetti dei supereroi adatta ai più piccoli con disegni più semplici e storie positive.

Questo è il sito dove si possono leggere gratuitamente i fumetti della DC Kids: https://www.dckids.com/it-it/. Questa è la versione in lingua inglese: https://www.dckids.com/it-it/comics. Personaggi della Warner Bros: https://www.wbkidsgo.com/it-it/comics.

#9. Fumetto e inglese: la scorsa estate hai collaborato con la Helen Doron® English di Ascoli Piceno per il CreActive Summer Camp 2017. Ci racconti come è andata dal tuo punto di vista?

L’esperienza del CreActive Summer Camp 2017 è stata fantastica! Ho trovato ragazzi entusiasti di imparare a disegnare che si sono impegnati a creare delle storie a fumetti in lingua inglese guidati da un argomento prestabilito (un Paese da esplorare per ogni settimana).

fumetto CreActive Summer Camp 2017 Helen Doron Ascoli Piceno
CreActive Summer Camp 2017 Helen Doron Ascoli Piceno

Ho potuto lavorare in un ambiente sereno e allegro, ogni giorno più creativo, contando sulla collaborazione delle insegnanti per la parte della lingua inglese. Alla fine di ogni settimana le tavole di fumetto disegnate erano sempre più belle!

Abbiamo constatato che i ragazzi riuscivano ad utilizzare la lingua inglese e la tecnica del fumetto per raccontare una storia e produrre in gruppo un ottimo risultato. La mostra finale dei disegni è stata la più grande emozione. Gli occhi increduli e sorpresi dei genitori e dei parenti che, guidati dai ragazzi, scoprivano piccoli capolavori.

CreActive Summer Camp 2017 by Helen Doron Ascoli Piceno
CreActive Summer Camp 2017, Week 2 – This is India

#10. È in preparazione un nuovo progetto di collaborazione con la Helen Doron® English di Ascoli Piceno per un’edizione invernale di Comics Storytelling. Cosa combinerai questa volta?

Sono molto contenta di poter far crescere il seme piantato durante il CreActive Summer Camp 2017 con una nuova attività alla Helen Doron® English.

Il programma è rivolto a bambini e ragazzi dagli 8 ai 13 anni e prevede la realizzazione di tavole basate su una fiaba classica o una storia tradizionale, che ogni partecipante potrà scegliere all’interno di una selezione proposta.

Le insegnanti Helen Doron® English seguiranno i bambini e i ragazzi per la costruzione narrativa e la composizione di balloons e didascalie, secondo età e livelli. Finiremo con una mostra delle tavole realizzate da ogni partecipante, che potrà poi portare a casa il proprio lavoro.

La giornata di presentazione di questa edizione invernale è prevista per sabato 27 gennaio alle 16.00.

Partecipa all’evento

Come aiutare i bambini a imparare una lingua (e non solo). 5 consigli

Bambini e apprendimento linguistico. Bambini ed educazione generale. Genitori e bambini. La scuola e i bambini. Se ne parla continuamente, ovunque e in tanti modi; è un tema complesso e inesauribile.

Come fa un bambino a imparare una seconda lingua, mentre è ancora alle prese con l’apprendimento della prima? In che modo gli adulti che gli sono vicini, in collaborazione con il sistema scolastico di riferimento, possono aiutarlo veramente?

Tempo stimato per la lettura di questo articolo: 6 minuti.


Aiutare i bambini a imparare una lingua

Per il Centro Helen Doron® English che dirigo ad Ascoli Piceno, ho scritto una breve guida a uso delle famiglie dei bambini iscritti, con l’obiettivo di assisterle durante il percorso educativo con noi, soprattutto al primo anno.

Questo vademecum, che io e le insegnanti diamo ai familiari di ogni nuovo iscritto, riprende alcuni dei quattro principi cardine della metodologia Helen Doron® English, personalizzandoli e completandoli con nuove considerazioni.

Ho selezionato alcune di queste linee guida interne e le condivido in questo articolo, dandogli un taglio più dialogico. Mi auguro che possano essere utili non soltanto alle famiglie che frequentano i 110 Centri Helen Doron® English in Italia, ma anche a quelle che si avvicinano per la prima volta a qualsiasi altro contesto di apprendimento guidato dell’inglese in età precoce.

Come aiutare i bambini a imparare
Fonte: Shutterstock/lola1960, da thejournal.ie

1. “Listen to songs”

Imparare una lingua straniera ascoltando canzoni è una pratica ormai largamente diffusa e condivisa da studenti di tutte le età. Quanti di noi hanno hanno imparato l’inglese con le canzoni dei propri idoli?

I programmi Helen Doron® English – che sono quelli che per il mio lavoro conosco meglio – contengono canzoni progressivamente adatte ai bambini e ai ragazzi, sia per testi che per generi musicali. L’attività di ascolto quotidiano a casa è parte integrante della metodologia ed è compito dei genitori assicurarsi che venga svolta.

Questa metodologia, se opportunamente seguita, garantisce al bambino una costante esposizione alla lingua e lo predispone all’apprendimento naturale su cui l’insegnante lavora in aula durante gli incontri settimanali.
È importante ascoltare le canzoni in maniera “non dedicata” – molti preferiscono l’espressione “passiva”, io la uso con prudenza, perché rischia di creare associazioni fuorvianti con l’idea di “inattività” del cervello. In ogni caso, qualunque sia la terminologia preferita, significa ascoltare in sottofondo, mentre il bambino è impegnato in altre attività per lui abituali e piacevoli, come negli esempi di questa immagine:

Consigli per aiutare i bambini a imparare una lingua
Fonte: Helen Doron Educational Group® – Media Gallery [con modifiche]

2. “Sing and Dance Together”

Cantare e ballare a casa insieme ai propri figli sulle note di una canzone del corso, tutte le volte che è possibile, sarà bello, sarà divertente, sarà coinvolgente e sarà, soprattutto, un momento di complicità che farà bene ai piccoli e ai grandi, rafforzando il loro legame.

Non importa quanto si riesce a capire delle parole, importa l’emozione implicata nella condivisione del momento. Provate. Inoltre, anche gli adulti che conoscono bene l’inglese potrebbero scoprire parole nuove: non bisognerebbe mai escludere a priori l’ipotesi di avere ancora qualcosa da imparare!

3. “Attend Lessons”

Frequentare regolarmente gli incontri settimanali del corso. Aggiungo: arrivare puntuali per non perdere l’inizio della lezione, che è un momento delicato di accoglienza e “riscaldamento”. La puntualità, inoltre, è un segno di attenzione verso le altre persone coinvolte.

Come aiutare i bambini a imparare
Fonte: Helen Doron Educational Group® – Media Gallery [con modifiche]
La frequenza costante è un impegno che il genitore deve rispettare e far imparare a rispettare. Certamente ci si può ammalare ed essere costretti a rimanere a casa; non mi riferisco a una situazione di questo tipo, peraltro tipicamente ricorrente nell’infanzia. Mi riferisco, invece, all’approccio generale dell’adulto verso gli impegni presi: il bambino ne imita l’atteggiamento, perché ha bisogno di imparare un primo modello di comportamento. Le regole, con i bambini, in particolare con quelli più piccoli, non sono negoziabili. Se l’impegno della frequenza non importa a mamma e papà, a chi dovrebbe importare?

Un buon approccio a questo impegno è, per esempio, evitare le assenze che si possono evitare e organizzarsi al meglio possibile per poter accompagnare o far accompagnare a lezione il bambino, che non è autonomo e ha bisogno dell’adulto per raggiungere il posto dove vuole andare. Vi assicuro che ci vuole andare.

4. “Do Not Test Your Child!”

Non mettere alla prova i bambini durante il percorso con domande relative ai suoi progressi. Per esempio: “Allora, come si dice in inglese …?”; “Che cosa hai imparato oggi?”; “Dai, fammi sentire la canzone che state imparando in classe, come fa?”; “Fai sentire alla nonna quanto sei bravo?”. Non sono domande che piacciono a tutti, in particolare se fatte in pubblico. Può succedere di farle non intenzionalmente, certo, ma producono lo stesso un effetto.

Come aiutare i bambini a imparare
Fonte: firenzeformatofamiglia.it

Questo consiglio – nel quale io credo fortemente – non ha la pretesa di intervenire sui modelli educativi che ogni genitore sceglie di adottare, ma è piuttosto il risultato sia dell’esperienza didattica, sia delle ricerche dei linguisti sull’intelligenza emotiva coinvolta nell’acquisizione di una seconda lingua.

Che cosa significa?

Proviamo a immaginare, noi adulti, di frequentare un corso di una lingua che non abbiamo mai studiato prima, di cui non sappiamo nulla. Vi è capitato di sentirvi a disagio? A me sì. A 30 anni ho frequentato un corso di tedesco per principianti al Goethe Institut di Roma, per il puro piacere di imparare.

Tornare all’infanzia

Quando si impara una lingua nuova da adulti, si torna bambini. Come mi piace dire spesso ai genitori che conosco a scuola, imparare una lingua nuova è rinascere in un’altra lingua. Per questo motivo imparare, per i bambini, è tanto più semplice che per noi adulti: loro sono più vicini di noi all’origine.

Come aiutare i bambini a imparare
Foto di Niki Boon – Fonte: petapixel.com, “Beautiful Candid Photos Capture the Joys of a Tech Free Childhood”

Al Goethe Institut avevo la lezione di tedesco una volta alla settimana (mai persa una) e delle attività da svolgere a casa (sempre fatte). In classe mi divertivo molto, raggiungevo piccoli obiettivi, tutti quelli previsti da un programma della durata complessiva di 40 ore per un livello A1.1, cioè base. L’insegnante era entusiasta di me e io di più.
I miei amici e familiari, di tanto in tanto, mi chiedevano come stava andando il corso, come mi trovavo con l’insegnante e con gli altri studenti del gruppo, se sentivo di fare progressi, se avevo speso bene i miei soldi (530 euro, senza contare i materiali didattici a parte). Erano domande a cui rispondevo volentieri, ma poi mi chiedevano anche: “Dai, dimmi qualcosa in tedesco!”.

Che cosa produceva in me questa richiesta? Imbarazzo, ansiafrustrazione, sfiducia.

Obiezioni, Vostro Onore! (almeno tre)

  1. Perché mai dovrei dirti qualcosa in tedesco, a comando? A che serve? Cosa sono io, un giocattolo parlante?
  2. Se io ti dico qualcosa in tedesco, tu poi mi rispondi in tedesco e iniziamo una conversazione, e quindi possiamo esserci utili a vicenda, oppure finisce lì?
  3. Se io non so ancora dirti qualcosa di sensato in tedesco – nonostante il mio impegno, – tu dopo non mi vuoi più bene?

Questo esempio preso in prestito dalla mia storia personale può essere utile a capire che:
Chiedere continuamente una prova non aiuta affatto una persona a sentirsi a proprio agio durante l’esperienza di apprendimento, che è un’esperienza personale da rispettare, vissuta con i propri tempi e il proprio carattere.

5. “Encourage”

È molto più efficace, invece, incoraggiare e sostenere il bambino durante il percorso, lodandolo per ogni piccolo risultato raggiunto. È quello che il Team di Helen Doron chiama “Positive Reinforcement”.

Come aiutare i bambini a imparare
Fonte: Fonte: Helen Doron Educational Group® – Media Gallery [con modifiche]
Ma è anche quello che, più o meno inconsapevolmente, tutti noi facciamo con i bambini nei loro primi mesi di vita, quando per ogni loro prima parola pronunciata, li elogiamo. Se il bambino continua a ripeterla, fino ad assimilarla, è perché ha avuto un rinforzo positivo grazie alla nostra reazione di gioia. Se invece rimanessimo impassibili di fronte al suo tentativo di comunicare con noi attraverso le parole, o se lo correggessimo continuamente, cosa potrebbe accadere?

Ma quindi come possiamo verificare se sta imparando?

Bisogna essere disposti a capire e a credere che, se in classe si diverte, se ride, se è tranquillo, se si entusiasma nel guardare un cartone animato in inglese, se interagisce volentieri e spontaneamente con l’insegnante e con gli altri bambini del gruppo, significa che sta bene e quindi che sta imparando con piacere. Per lui è un gioco, e deve essere così. Valga la massima sempreverde: non c’è nulla di più serio del gioco. Imparare non è soffrire. Forse è stato così per molti di noi adulti.

Inoltre, bisogna avere fiducia e pazienza, perché l’apprendimento di una lingua non è una di quelle esperienze che producono un risultato immediatamente tangibile da portare a casa, chiavi in mano.


Non raccontiamoci che “non abbiamo tempo”!

Voglio assumermi la responsabilità di questa domanda finale: se nella vita abbiamo trovato pochi secondi del nostro tempo per concepire un figlio, potremo trovare pochi minuti del nostro tempo per aiutarlo, consapevolmente, a gemmare di giorno in giorno?

Una conclusione sui cortocircuiti emozionali: “Iùtimi”

Concludo l’articolo con questo video di TEDx Talks segnalato dalla mia collega e amica Melissa Dari, che ringrazio.

È il discorso sui cortocircuiti emozionali tenuto da Daniela Lucangeli, Professoressa di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Padova ed esperta dell’apprendimento in età evolutiva, che ha passato buona parte della sua vita ad aiutare i bambini a crescere. Il discorso è in italiano, piacevole e accessibile a tutti, anche senza conoscenze scientifiche. Dura 18 minuti e 57 secondi, e vale la pena trovarli. Se non li hai, salva il video per un altro momento.

* Nota per il lettore: prima di pubblicare questo articolo, l’ho fatto leggere a colleghi che lavorano sia in ambiti simili al mio sia in ambiti differenti, a genitori e a insegnanti della scuola dell’infanzia. Li ringrazio per i pareri che hanno voluto darmi e ringrazierò anche te se vorrai fare altrettanto.


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