Scrivere e cucinare. C’è differenza?

Scrittura e cucina hanno qualcosa in comune.

Per parlare della prima, parliamo della seconda.

Ma cominciamo e finiamo con un gioco.

Quando insegnavo italiano a stranieri (il mio primo amore e mestiere), una delle fasi iniziali della lezione era il diagramma a ragno (Spidergram). Scrivevo e cerchiavo la parola chiave del giorno al centro di un cartellone, o della lavagna, e invitavo gli studenti a trovarne altre per libere associazioni di idee, tracciando delle linee a partire dal centro. Ogni nuova parola poteva essere l’inizio di una costellazione, oppure crescere in una frase.

Non importava, in quel momento e per quell’obiettivo, che gli studenti dicessero e scrivessero correttamente le parole che avevano in testa; a quella festa, Ortografia e Fonetica non erano ancora ospiti gradite. Non era importante nemmeno che conoscessero tante parole, ma solo che le cercassero fra quelle già presenti nella propria testa, senza l’aiuto del dizionario.

Per esempio, se l’obiettivo del giorno era che gli studenti prendessero confidenza con l’uso alternato di verbi al passato prossimo e all’imperfetto, la parola chiave più azzeccata per lo spidergram era “Infanzia”, perché il racconto dei ricordi d’infanzia è una cornice narrativa ideale per poter praticare con naturalezza i due tempi dell’indicativo, sia nello scritto che nel parlato.

diagramma a ragno

Dopo esserci preparati ad accogliere le parole, leggevamo un brano di Natalia Ginzburg, oppure ascoltavamo un’intervista a Valeria Moriconi che raccontava la sua infanzia. Alla fine della lezione, gli studenti erano in grado di raccontare i loro ricordi d’infanzia. Custodisco ancora tutti i loro scritti e la registrazione delle loro voci.

Scrivere

Faccio i diagrammi a ragno anche oggi che non insegno quasi più la mia lingua ai non nativi. Lo faccio soprattutto per me, per aiutarmi a pensare meglio nel lavoro, ma mi capita di farlo anche durante alcune riunioni importanti con i collaboratori.

Ho provato a fare lo stesso con la parola “scrivere“, che è l’argomento di questo articolo. Il mio foglio, però, è rimasto vuoto. Provo una massa liquida di sentimenti e stati d’animo che mi fa esitare: amore, tranquillità, confusione, imbarazzo, rispetto, timore, ansia, devozione, inadeguatezza. Potrei continuare, ma non vedrei la fine, né io che sto scrivendo, né tu che stai leggendo. Mi sento un po’ straniera.

Scriventi e scrittori allo scrittoio

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Photo by rawpixel.com on Unsplash

Claudio Giunta, nella sua intervista andata in onda su Rai Radio 3 lo scorso 21 febbraio, ha usato spesso le parole “scriventi” e “scrittori“. Ho raccontato questa intervista in un articolo su “Come non scrivere”, che è anche il titolo del suo ultimo libro (UTET 2018).

Il modo in cui Giunta usa le due parole è intuibile: scrivente è chi scrive, quindi chiunque sia alfabetizzato, e scrittore è chi scrive per mestiere, quindi un autore. Mettersi d’accordo su cosa faccia di uno scrivente uno scrittore, è un’altra faccenda e a sbrogliarla non ci penso nemmeno.

Cucinare

Passiamo dallo scrittoio ai fornelli. Scrivere e cucinare si assomigliano, un po’. Sono in ballo ingredienti da dosare con cura, spazi da usare, tempi da controllare, e tutta una creatività di sapori, odori, colori, consistenze da esprimere. Oltre il bisogno di nutrirsi, l’obiettivo è il piacere, proprio e degli altri.

Ti ricordi Davide Mengacci, quando nei suoi programmi televisivi diceva: «Non sono un cuoco, sono un uomo che cucina»?

Casalinghi e chef ai fornelli

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Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Alberto cucina spesso il pesce a casa sua con gli amici. Mario ha fatto un corso di cucina e sa come cucinare il pesce meglio di altri. Claudia lavora come aiuto cuoco nella cucina di un ristorante. Simone ha vinto l’ultima edizione di Masterchef. Mauro è lo Chef del ristorante Uliassi, che poi è il cognome di Mauro.

Amore, dove vuoi andare a cena stasera?

Se tu potessi scegliere, senza avere il cuore più pesante per il portafoglio più leggero, fra una cena a casa di Alberto e una da Uliassi, pagheresti 165 euro per una (una) degustazione di pesce preparata da Mauro?

Il mio compagno, sì. Una volta sola. Mi ci ha portato nei primi mesi in cui stavamo insieme, dopo avermi precisato che quello, per lui, era un investimento per una strategia di relazione di coppia di durata almeno quinquennale e che l’Albanella di molluschi e crostacei non l’avrei rivista prima di cinque anni. Non con lui, almeno.

La bottiglia d’acqua minerale costava 5 euro. Il profumo dell’Albanella di molluschi e crostacei, non me lo ricordo, però ci ricordiamo l’Albanella tutta.

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Mauro Uliassi, Albanella di molluschi e crostacei
Fonte immagine: www.altissimoceto.it by Viaggiatore Gourmet

A proposito di consistenze

Fra i dessert di Uliassi, c’è un piatto che si chiama “La nocciola nelle sue consistenze”. Quando le ho assaggiate, tutte le consistenze della nocciola, ho pensato agli Esercizi di stile di Raymond Queneau e ai suoi 99 modi di raccontare la stessa cosa.

Il Dizionario Analogico della Lingua Italiana della Zanichelli è «un prezioso arnese di lavoro per trovare la parola giusta. […] una specie di social network delle parole che cerca di favorire la loro vita di relazione attraverso catene nomenclatorie» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera). Non è un dizionario di sinonimi. È simile, piuttosto, al diagramma a ragno. Allarga le parole in una ragnatela di caratteristiche, azioni connesse, modi di dire, parole e frasi collegate. Costruisce la trama (lucente). Aiuta chi scrive a trovare la precisione, e la consistenza giusta.

Dizionario Analogico della Lingua Italiana
Estratto PDF disponibile online: staticmy.zanichelli.it

La scrittura, per scriventi e scrittori

Da quando iniziamo ad andare a scuola con la penna e il quaderno nello zaino, ci chiamiamo tutti Alberto. Con la penna, o la tastiera, avremo un rapporto per il resto della vita.

È un rapporto che cambia nel tempo, nello spazio, nelle risorse disponibili. Così che ognuno di noi, in base alla propria carta di identità personale e professionale, ha non soltanto un rapporto con la scrittura diverso da quello di tutti gli altri, ma una percezione di che cos’è, un immaginario che si forma davanti alla parola “scrivere”. Il tuo immaginario qual è?

Giochiamo con la scrittura?

Rientriamo nell’aula di italiano per stranieri, da dove avevamo cominciato. Un esercizio classico è quello di completare una frase. Si può completare con aggettivi, verbi, nomi, o espressioni che iniziano con “come …”. Si può espandere la frase con “perché …”. La sola cosa importante è che la stringa non superi le 20 parole.

Completa le frasi liberamente (liberamente, non è un bell’avverbio da poter usare, ogni tanto?)

  1. Scrivere romanzi e racconti è …
  2. Scrivere per il teatro e il cinema è …
  3. Scrivere per la televisione e la radio è …
  4. Scrivere manuali e saggi specialistici è …
  5. Scrivere comunicati stampa e articoli di giornali è …
  6. Scrivere testi per cataloghi, brochure e volantini è …
  7. Scrivere per siti e blog è …
  8. Scrivere per i social network è …
  9. Scrivere su commissione è …
  10. Scrivere è …

Puoi scrivere le tue frasi nei commenti a questo articolo, oppure attraverso i social collegati a questo blog (LinkedIn, Facebook, Twitter), oppure, se proprio non vuoi uscire allo scoperto, scrivendomi in privato. Puoi decidere di completarle tutte, o solo quelle di tuo interesse o con cui hai più familiarità.

Se vuoi prima lavorare di carta e penna come faccio io, ho preparato per te una scheda che puoi scaricare e stampare. In bianco e vinaccia.

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Gioca con me, perché …

Sono davvero, davvero assetata delle tue frasi. Ho bisogno di un patto di alleanza con te, per poter scrivere il prossimo articolo, dove ti racconterò di una difficoltà che ho incontrato nel mio lavoro ai punti 7 e 9, e di come l’ho affrontata. Per incontrare questa difficoltà, non è necessario essere scrittori o fare il mio lavoro. È una difficoltà di tutti noi scriventi, perché la scrittura ce l’abbiamo nelle mani come farina e uova da impastare.

Nel prossimo articolo ti parlerò di scrittura, personalità e tono di voce. Per parlarne senza commettere un atto di sacrilegio nominando la Dea Scrittura invano, farò riferimento a schede ed esempi di linguisti, scrittori e copywriters che hanno esperienza da vendere (e anche da regalare, nel caso di alcuni a cui va tutta la mia gratitudine). Molti di loro hanno già fatto capolino nella nostra Piccola Biblioteca del Conforto, ma solo come riferimento bibliografico.

È ora di mettere le mani in pasta, per me e per te.

scrivere e cucinare
Photo by Ariel da Silva Parreira on FreeImages.com

“Come non scrivere”. Claudio Giunta a Rai Radio 3

È meglio se scrivo come si deve e ci metto le parole difficili, o se non scrivo per niente? Scrivo.
(Nanni Moretti, rivisto per l’occasione)

«Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura».

Questa è la citazione di Stephen King con cui Claudio Giunta ha deciso di aprire il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa.

Claudio Giunta, Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano, UTET 2018, pp. 336.

claudio giunta

Il libro nasce dalla sua esperienza di insegnamento all’Università di Trento e raccoglie per i suoi studenti, e per tutti i lettori interessati, le regole di base per evitare gli errori più comuni nella scrittura argomentativa.

Mettiamoci l’anima in pace subito: la lettura di questo libro non insegna a scrivere (quale libro lo fa?). Anzi, il Prof. Giunta ha organizzato all’università dei corsi di non-scrittura, perché, dice  lui, “è più facile insegnare non la verità, ma l’errore”. Come? Leggendo tanti esempi di testi brutti. Fortunatamente, aggiungo io, fonti di questo tipo non mancano.

Intervista in diretta, sotto la pioggia

Oggi pomeriggio Claudio Giunta è stato ospite di Fahrenheit, il bel programma di Loredana Lipperini su Rai Radio 3. L’intervista è andata in onda subito dopo la musica di Paolo Conte e io l’ho ascoltata mentre guidavo sotto la pioggia.

Automobilista distratta sul raccordo autostradale 11. Piovono pensieri mal manovrati.

radio 3
Photo by Mario Calvo on Unsplash

L’intervista, così come il libro, è una miniera di spunti utili a tutti noi, “scriventi” e “scrittori”. Voglio condividerli in questo articolo, elaborato quasi in diretta e scritto poco dopo, appena raggiunta la scrivania.

È la prima volta che non dedico tempo e attenzione a una ricerca più approfondita di fonti e link, alla scrittura e riscrittura del testo e all’editing, al controllo della lingua. Tanta è la voglia di raccontare quello che dice Giunta nell’intervista, che faccio il contrario di quello che suggerisce Giunta nel libro.

La lingua come si deve

A scuola ci hanno insegnato a scrivere come si deve. Ma come si deve?

Ci hanno fatto leggere Primo Levi e Italo Calvino, autori dalla penna limpida. Eppure, quando scriviamo, tendiamo a non considerare la limpidezza come esempio di buona scrittura. Siamo tentati, anzi, di scegliere l’opacità di un linguaggio di maniera barocca. Il rischio, detto come lo direi io (e ora lo dico), è quello di attorcigliarsi nel cappio di scelte linguistiche che poi non sappiamo governare.

Perché gli italiani leggono Levi e Calvino e tentano di scrivere come Gadda?

Sembra un problema di ipercorrettismo: la scuola, impegnata ad arginare l’italiano decisamente troppo colloquiale che viaggia sulle bocche dei ragazzi, finisce col promuovere una lingua di plastica. Succede, allora, di premiare gli studenti che imbellettano i propri scritti con una lingua involuta, concettosa, piena di paroloni (o “parolone” come ha detto Giunta in radio? Adesso mi è venuto il dubbio, dopo vado a controllare …). Scambiamo così il contorsionismo linguistico con la capacità di scrittura.

Lingua, scrittura, identità

Vorremmo scrivere bene. Ci hanno detto che scrivere bene è essere corretti e composti. Noi ci teniamo tanto a essere corretti e composti, perché abbiamo bisogno di soddisfare l’umano bisogno di ascesa sociale.

D’altra parte, la lingua è un atto di identità. Questo, anche se non c’era bisogno di ricordarlo, me lo ha ricordato Vera Gheno, la sociolinguista che gestisce l’account Twitter dell’Accademia della Crusca, in suo recente intervento a Play Copy 2018.

vera gheno
Vera Gheno a Play Copy 2018 by Pennamontata. Fonte: twitter @ludolingua

Vada dunque per il bello scrivere, se ci fa belli al mondo. C’è un problema: nella costruzione della nostra identità linguistica, e quindi sociale, maneggiamo l’antico idioma con minore naturalezza di quella che abbiamo nel modo di esprimerci tutti i giorni e finiamo col confezionare testi simili alla lettera di Totò.

Carta, calamaio e penna: « … veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, …»

totò
Fonte: http://www.antoniodecurtis.com

A me viene subito in mente l’italiano popolare. Un’associazione mentale forse impropria, ma non fa niente. La nomenclatura “italiano popolare” è stata suggerita da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Il primo lo definiva come «il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale». Il secondo come «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto».

L’abito della festa e i vestiti di tutti i giorni

Diamo una mano di belletto alla lingua: “vi sono” al posto di “ci sono”, “tipologia” al posto di “tipo”, “aspettualità” al posto di “aspetto”, “esemplificazione” al posto di “esempio”. Così nelle circolari ministeriali, così nei testi dei ragazzi a scuola, nella convinzione che impressionare chi legge significhi scrivere diversamente da come si parla, cosa che è vera in parte: la pianificazione del messaggio, la vigilanza sulla sintassi, l’attenzione alla punteggiatura sono alcuni degli aspetti che distinguono l’italiano scritto da quello parlato, ma per scrivere bene non è necessario indossare tunica e coturni.

Se proprio vogliamo sforzarci di imitare modelli letterari nei nostri scritti, imitiamo la chiarezza e la semplicità dello stile di Natalia Ginzburg: leggendo Le piccole virtù, il lettore capisce, quindi si compiace, quindi si diverte.

Ma allora Joyce?

Durante l’intervista a Claudio Giunta, un ascoltatore fa questa domanda in diretta con un sms. Già, che ce ne facciamo di Joyce?

«Joyce non ha bisogno del mio libro», risponde Giunta. Ma soprattutto: Joyce scriveva romanzi. Posso non capire l’Ulisse, ma devo capire una circolare ministeriale, o una legge. Di scrittura argomentativa qui si parla, e bisognerebbe saper distinguere gli obiettivi di ogni registro dell’italiano, e avere ben chiaro il destinatario.

Tuttavia anche molti narratori di oggi potrebbero aver bisogno di leggere Come non scrivere, per non prendersi troppo sul serio e tornare a dare un’occhiata allo stile di Vitaliano Brancati, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Camilla Cederna, Indro Montanelli, e a un esempio di prosa anglosassone trasparente: George Orwell.

«Solo gli insicuri sanno sempre tutto»

«Ci vergogniamo di non sapere le cose», dice il Prof. Giunta, che ha confessato di aver scoperto soltanto alla fine dell’università che “arrugginire” si scrive con due “r” e due “g”.

Non c’è niente di male ad avere dei dubbi e questo vale anche per gli insegnanti, spesso imbarazzati all’idea di non saper rispondere alle domande degli studenti (e non solo degli studenti). La lingua va meditata e il giorno dopo si può dare una buona risposta. Basta avere voglia di cercarla.

Polare, rispetto all’ignoranza, è l’arroganza di quelli che sanno sempre tutto.  Fra l’antipatia dell’arroganza e il candore dell’ignoranza, Giunta sceglie il secondo. Perché all’ignoranza c’è rimedio, se c’è voglia di rimediare.

Essere modesti e cortesi, insomma, è un buon atteggiamento per scrivere meglio.

Il libro di Giunta va letto. Anzi no, seguiamo il consiglio di limitare l’uso dei verbi passivi: leggete il libro di Giunta.

A proposito di buoni consigli sulle forme verbali e su molte altre insidie linguistiche: teniamo sulla scrivania anche l’agile Guida di stile di Luisa Carrada (Zanichelli 2017). Ma questo libro l’avevo già segnalato.

L’intervista integrale a Claudio Giunta adesso si può ascoltare sul podcast di Rai Radio Tre.

Come non ringraziare

Della genealogia dei nostri parenti, amici e cani, non interessa a nessuno. Dei grandi autori morti, nemmeno, se li citiamo per far vedere che li abbiamo letti.

Allora io ringrazio Paolo Conte perché, poco prima di imbattermi nell’intervista a Claudio Giunta su Rai Radio Tre, stavo ascoltando “La vera musica” in macchina, sotto la pioggia.

Aggiornamento del 22 febbraio

Un lettore mi ha scritto che questo articolo è un po’ difficile da leggere. Mi piacerebbe riscriverlo, ma per ora facciamo così: se è difficile, ecco un altro esempio di “come non scrivere”.

Scrivere, e scrivere meglio. Piccola biblioteca del conforto

«Imparare a scrivere è, in pratica, una educazione alla quotidianità»

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic)

Cronache dagli anni ’80

Il maestro Cesare ci faceva scrivere una cronaca tutti i santi giorni. Erano gli anni ’80 della scuola elementare e si prendevano mazzate in tutta tranquillità.

Ogni pomeriggio, a casa, io avevo davanti a me il mio quaderno a righe aperto su una pagina nuova, l’orologio della cucina sopra di me e il blocco dello scrittore dentro di me.  Dovevo raccontare le cose del giorno, per forza. Il maestro ci diceva che era “per imparare a scrivere”.

Siccome non avevo ogni giorno qualcosa di nuovo da raccontare, a volte bisognava inventare. Tutto è iniziato così.

cronache di scuola
Non trovo più le mie cronache di scuola. Questa è di mio fratello, anni ’90 (io non mi sarei mai mascherata da Wolverine).

“Scrivere è un cazzotto in bocca”.

Non è una bella frase. Non è nemmeno una frase utile a generare il consenso, che serve sempre a chi scrive nel web. Però si può dire che è una frase.

L’ho scritta molti anni dopo le cronache per il maestro Cesare, il 6 maggio 2013, in un blog di nome Tornasole, dove scrivevo per amore. Non nel senso che scrivevo per amore verso qualcuno (forse, verso qualcosa), e nemmeno per amor di cronaca. Probabilmente solo per non fare palestra, quella dove si fa il “fitness”.

Suppongo di aver scritto così pensando non solo alle difficoltà del processo di scrittura, ma anche alla difficoltà di trovare buone storie da scrivere. Ricevere un cazzotto, oltre a far male fisicamente, è umiliante.

Tutti scriviamo. Prima del web, abbiamo iniziato a farlo sulla carta, cioè abbiamo usato tanta cellulosa e per questo motivo ci siamo sentiti tutti un po’ scrittori. Soprattutto di narrativa. Ci sono in giro più romanzieri che lettori.

« … il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia»

(Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo)

Ma c’è un corso per ogni cosa.

Più o meno negli anni in cui io sospiravo in cucina, sopra alle cronache da scrivere “per imparare a scrivere”, veniva fondata in Italia la prima scuola di scrittura creativa, Omero (1988), seguita dalla Holden (1994), seguita da altre. Le ha censite, e messe in dubbio, Silvia Truzzi in un suo articolo intitolato “Pago dunque scrivo. Il business della creatività” (Il Fatto Quotidiano, 28/04/2012).

Da allora in avanti, insomma, molti creativi hanno trovato il loro posto nel mondo, o perlomeno una scuola tutta per loro. Alcuni scrittori nati sulla strada devono essersi un po’ risentiti.

A un certo punto, infatti, l’autodidatta Erri De Luca ha scritto i suoi “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)“:

«Non consiglio corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l’umiltà di apprendere. […] Scrivere […] è una disciplina di silenzio interiore pure dentro una folla. Chi scrive ha davanti a sé la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.»

Il web, chiacchiere da bar (senza distintivo)

Foto di Simone Volpini

Il web, in particolare attraverso i social, ha consentito a tutti di accapigliarsi anche su questo argomento: scuole di scrittura creativa sì o no? Ci sono tante risposte diverse, tutte rispettabili.

A dire il vero, ogni persona interessata all’argomento della scrittura creativa, e della creatività tutta, si è sentita chiamata a dire la propria.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (Umberto Eco su La Stampa, 10/06/2015)

Per imparare a scrivere, devi scrivere (senza pubblicare subito).

Torniamo a scrivere. In fase di allenamento, le ragioni per cui scrivi importano poco.

  1. Sia che tu scriva per studio,
  2. O che tu scriva per lavoro,
  3. O che tu scriva per piacere o, come mi è capitato di sentire, “per te” (ma che significa?),

c’è una cosa che devi fare per imparare a scrivere: scrivere tutti i giorni. Con metodo. Però le cronache del maestro Cesare non bastano, e nemmeno le scuole.

Scrivere quanto?

Ho fatto un calcolo approssimativo: in cinque anni di scuola elementare potrei aver scritto circa un migliaio di cronache da far leggere al maestro Cesare. Poi sono andata alle medie e ho scritto i temi da far leggere alla Professoressa Sponcichetti. Sono andata al liceo e ho scritto temi e riassunti per insegnanti diversi – non ho contato né temi né riassunti, perché non ho dovuto scriverli tutti i giorni scolastici dell’anno. Poi mi sono laureata in Lettere. Dopo l’università, ho seguito tanti corsi (nessuno di scrittura creativa, però, mannaggia). Ho scritto molto e spesso, per studio e per lavoro; forse anche per piacere, se questo significa amare le parole scritte e scrivere per creare benefici.

Eppure vivo nel dubbio. Chiunque si trovi a scrivere, vive nel dubbio. Chi scrive per lavoro, poi, a volte vive nello sconforto. No?

Per imparare a scrivere meglio, leggi e trova conforto.

Ho deciso di salire in mansarda, una mansarda piccola e trascurata, dove per il momento tengo tutti i miei libri in attesa di un trasloco.

Mi sono seduta per terra e ho messo insieme una lista di letture che mi sono sempre utili e che possono essere utili a chi scrive. Soprattutto a chi scrive.

Non troverai una summa. Liste così, popolano ogni angolo del web. Molti titoli sono ovvi, altri meno.

Qui troverai quella che chiamo la mia “piccola biblioteca del conforto“: cosa leggo io, quando non so dove sbattere la testa. Perché di conforto c’è tanto bisogno, per chi scrive, e per cercare di evitare orrori a danno di chi legge.

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Un angolo della mia piccola biblioteca del conforto. Foto nuda e cruda, scattata con un Samsung modesto

Scrittori, copywriters e linguisti che hanno scritto sulla scrittura

Scrivono (o hanno scritto) su questo argomento per obiettivi e pubblici diversi e da diverse prospettive di osservazione. In comune, hanno tutti l’attenzione alle parole.

  1. Luisa Carrada, Guida di stile, Zanichelli, 2017;
  2. Luisa Carrada, Scrittura & Sintassi, Zanichelli, 2017;
  3. Bice Mortara Garavelli, Silenzi d’autore, Laterza, 2015;
  4. Raymond Queneau, Esercizi di stile, traduzione di U. Eco, Einaudi, 2014;
  5. Annamaria Testa, Minuti scritti, Rizzoli, 2013;
  6. Annamaria Testa, La trama lucente, Rizzoli, 2013;
  7. Daniele Fortis, Scrivere per il web, Apogeo, 2013;
  8. Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, 2ª edizione Carocci 2012;
  9. Luisa Carrada, Lavoro, dunque scrivo!, Zanichelli, 2012;
  10. Luca Serianni, Italiani scritti, Il Mulino, 3ª  edizione 2012;
  11. Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, minumum fax, 3ª  edizione 2011;
  12. Robert W. Bly, The Copywriter’s Handbook, Henry Holt & Co., 3ª edizione 2007;
  13. Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 12ª  edizione 2003;
  14. Annamaria Testa, Farsi capire, Rizzoli, 2000;
  15. Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere, Apogeo, 2008;
  16. Annamaria Testa, La parola immaginata, Pratiche, edizione aggiornata 2000;
  17. Paul Auster, Una menzogna quasi vera, traduzione di L. Ginzburg, minimum fax, 1998.
  18. Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988.
  19. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 1974.

In uscita il 15 febbraio: Valentina Falcinelli, Testi che parlano, Franco Cesati Editore, 2018.

Siti e blog

Pagine dal web che vale la pena leggere, senza cedere alla pigrizia dello “scrolling”.

  • Il mestiere di scrivere, il blog di Luisa Carrada;
  • Nuovo e Utile, il sito di Annamaria Testa;
  • Parole O_stili, il sito dell’associazione no-profit nata per sensibilizzare, responsabilizzare ed educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile;
  • Pennamontata, il blog della web agency più magenta che ci sia, fondata da Valentina Falcinelli;
  • The Writer, il sito dell’agenzia londinese professionista della parola. Si presentano così: “40-odd people on a mission to rescue the corporate world from the tyranny of linguistic mediocrity”.

Narratori

Dei romanzi e racconti che ho letto, io non ricordo quasi niente. Spesso non ricordo “la trama”, per esempio. Una storia non si ricorda quasi mai per i fatti che succedono. Magari ricordiamo un certo capitolo, o una pagina in particolare, ma non è l’architettura che ricordiamo. Io penso che ricordiamo meglio quello che ci ha fatto stare bene. Se una storia ci nutre, noi ricordiamo il nutrimento che ne abbiamo ricevuto.

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Macchina da scrivere di John Fante (1951). Foto nuda e cruda, scattata nel 2014 al IX edizione del Festival letterario “Il dio di mio padre”, Torricella Peligna (CH)

25 vitamine per vivere bene

  1. John Fante, La confraternita dell’uva, traduzione di F. Durante, Einaudi, 2004;
  2. Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007;
  3. Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Einaudi, 2011;
  4. Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, 2010;
  5. Antonio Pascale, S’è fatta ora, minimum fax, 2011;
  6. Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani, 2005;
  7. Salvatore Mannuzzu, Snuff, o l’arte di morire, Einaudi, 2013;
  8. Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009;
  9. Sebastiano Vassalli, Stella avvelenata, Einaudi, 2003;
  10. Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Rizzoli, 1988;
  11. Tommaso Landolfi, Le due zittelle, Adelphi,1992;
  12. Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 2012;
  13. Paul Auster, Trilogia di New York, traduzione di M. Bocchiola, Einaudi, 2004;
  14. Philip Roth, Lamento di Portnoy, traduzione di R. C. Sonaglia, Einaudi, 2005;
  15. Ágota Kristóf, Trilogia della città di K., traduzione di A. Marchi, V. Ripa di Meana, G. Bogliolo, Einaudi, 2000;
  16. Magda Szabó, La porta, traduzione di B. Ventavoli, Einaudi, 2014;
  17. William Golding, Il signore delle mosche, traduzione di F. Donini, Mondadori, 2001;
  18. José Saramago, Cecità, traduzione di R. Desti, Feltrinelli, 1995;
  19. Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, traduzione di G. Amitrano, Einaudi, 2008;
  20. Ryunosuke Akutagawa, Kappa, traduzione di M. Teti, SE, 2008;
  21. Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di A. Busi, Feltrinelli, 2002;
  22. Franz Kafka, La metamorfosi, traduzione di E. Ganni, Einaudi, 2014;
  23. Peter Bichsel, Storie per bambini, traduzione di C. Allegra, Marcos y Marcos, 1986;
  24. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di R. Colorni e A. Pandolfi, Adelphi, 1991
  25. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, edizioni del ’27 e del ’40 a cura di S. Silvano Nigro, Meridiani Mondadori, 2002.

La venticinquesima vitamina te l’aspettavi? Io no.

Infine, il Manifesto della Leggibilità.

  • Costituzione della Repubblica Italiana (1947), con l’introduzione di Tullio De Mauro e una nota storica di Lucio Villari, UTET, 2006.

Sì, la Costituzione c’entra, anche quando si parla di scrittura.

Costituzione della Repubblica italiana 1947
Fonte immagine: bordeline24.com

La suggerisco come lettura utile per chi lavora con le parole, perché è un manifesto programmatico della leggibilità.

Non è solo il  testo legislativo. La Costituzione è un testo scritto in un momento della storia linguistica italiana in cui il 60% della popolazione non aveva capacità di comprensione dei testi. A proposito di storia linguistica italiana: come l’ha raccontata Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, nessuno mai.

Il Professor De Mauro – che vorrei tanto chiamare “il buon Tullio” senza mancare di rispetto – ci ha insegnato che l’indice di leggibilità di un testo è legato a due fattori: la presenza del vocabolario di base e la brevità dei periodi sintattici.

  1. Per quanto riguarda il primo fattore, il lessico della Costituzione si compone per il 74% del vocabolario di base.
  2. Per quanto riguarda il secondo fattore, i periodi sintattici della Costituzione hanno una media di 19,6 parole per frase.

“Una prestazione eccezionale”, commenta il buon Tullio nella sua introduzione al testo, soprattutto se consideriamo che si tratta di un testo normativo italiano, dunque esposto ai rischi del burocratese, l’antilingua di calviniana memoria.

Oggi, ai tempi di SEO e blog, il testo della Costituzione avrebbe ottenuto un elevato punteggio di leggibilità da WordPress Yoast.

La Costituzione del ’47 ci può suggerire, insomma, che scegliere parole di massima accessibilità di lettura non è soltanto difficile: è un mestiere.

Per questo, l’unico testo legislativo italiano di straordinaria chiarezza può essere, forse, l’esempio definitivo del vero, complicato e pazzo lavoro che sta alla base di ogni scrittura retribuita: la domanda “Per chi scrivo?”.

L’allestimento del testo comincia, o dovrebbe cominciare, dopo questa domanda. Le parole sono tutto ciò che sta in mezzo. Montarle è “uno sporco lavoro”.

è uno sporco lavoro
Foto di Simone Volpini

Il lavoro ai tempi delle “soft skills” (Storia di Anna, Bianca e Giacomo)

“Soft skills”: come valutarle nel mondo del lavoro? Come considerare la flessibilità e la creatività di una persona? Con quali criteri misurare la sua capacità di definire i propri obiettivi? Che dire, poi, del suo temperamento? Quale peso dare alla sua capacità di gestire il tempo, lo stress, i problemi, le relazioni?

Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei? 

curriculum
Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

Storia di Anna, Bianca e Giacomo

Anna, Bianca e Giacomo sono stati compagni di liceo. Insieme, hanno attraversato il pantano dell’adolescenza negli anni segnati dal rosso e dal blu della temuta matita a due punte.

In quegli anni, a scuola, la matita a due punte usata dai professori per la correzione dei compiti sanciva che l’errore ha due colori: rosso per gli errori di poco peso, perdonabili; blu per gli errori gravi e deplorevoli.

Il “Team Working”, quando non c’era

I tre amici avevano messo a punto un metodo di lavoro di squadra per smaltire le numerose versioni di latino e greco assegnate per le vacanze. Di solito, la lunghezza di ogni versione andava dalle 15 alle 20 righe, secondo i picchi di insofferenza della professoressa al proprio lavoro.

Anna, Bianca e Giacomo si riunivano per “sporzionare” il lavoro – così dicevano loro, “sporzionare”, come la pizza della ricreazione. Ognuno dei tre si occupava di una fetta di Cicerone o di Plutarco. Poi avveniva lo scambio delle competenze e il confronto.

Anna

Per ogni versione, Anna, che era quella con le migliori capacità di organizzazione del lavoro, aveva il compito più delicato di fare una prima lettura veloce per capire il senso generale e dividere il testo in tre parti, una per sé (di solito, la prima), una per Bianca e una per Giacomo, stando ben attenta che la distribuzione delle quantità di righe fosse equa.

Bianca

Dopo che ognuno aveva lavorato in autonomia alla propria porzione di testo, interveniva Bianca, che rileggeva tutto in sequenza e lavorava di sinonimi. La sua specialità, infatti, consisteva nel trovare la soluzione più adeguata per sostituire alcune parole e frasi in italiano, ed evitare così che le tre traduzioni risultassero identiche durante la correzione (l’esperienza insegnava che a traduzioni identiche veniva assegnato d’ufficio un tratto di matita blu).

Giacomo

Giacomo si occupava della coerenza dell’assemblaggio finale: il discorso filava o no? C’era una logica nella struttura delle frasi? Il suo forte, inoltre, era la contraffazione. Infilava al posto giusto qualche errore di poco peso (matita rossa), distribuito qui e là nei tre testi. Siccome Bianca, da sola, in latino e greco se la cavava meno bene degli altri due, per lei Giacomo decideva anche un bell’errore blu conforme ai suoi voti.

Il bello del “Team working”, quando non sai cos’è

lego serious play
LEGO® SERIOUS PLAY® Methodology – Photo by Rick Mason on Unsplash

Tempi e risorse risultavano ottimizzati, le capacità personali di ognuno arricchivano quelle dei compagni di squadra, le versioni di latino e greco andavano bene, ognuno raggiungeva il proprio obiettivo in maniera verosimile, e tutti e tre si godevano meglio le vacanze.

Ma c’era di più: in quelle riunioni, Anna, Bianca e Giacomo si divertivano da matti. Quando possibile, alcuni principi del metodo venivano replicati anche durante i compiti in classe, però con prudenza in alcuni delicati passaggi di informazione (Giacomo era il più prudente di tutti).

Alla maturità capitò la versione di latino, un brano dal De Architectura di Vitruvio. Anna, Bianca e Giacomo non avevano mai tradotto quell’autore prima di allora, né potevano in quell’occasione rischiare l’applicazione del metodo.

Se la sono cavata tutti e tre, è andata bene a ognuno secondo i propri mezzi, ma nessuno si è divertito, né ha qualcosa di bello da ricordare. Dopo la maturità, si sono persi di vista per un po’.

Anna, Bianca e Giacomo. Adesso.

Anna, Bianca e Giacomo si sono ritrovati diversi anni dopo. Adesso vanno a cena insieme il sabato sera, qualche volta anche con i rispettivi compagni (Giacomo si è sposato e ha un figlio, Bianca convive, Anna è sola). Si confidano, si aiutano, si raccontano le giornate. Qualche volta, per gioco, si “sporzionano” le versioni di latino e greco uscite negli ultimi esami di Stato. Sono un po’ arrugginiti con le lingue classiche, ma il metodo funziona ancora. Si fanno i “selfie” insieme su Instagram e su Facebook.

Anna

Anna si è laureata in lingue a Venezia, a pieni voti e in tempi rapidi. Dopo un dottorato di ricerca in scienze del linguaggio con una borsa di studio, ha fatto anche un master in traduzione e interpretariato, facendo nel frattempo una raffica di ripetizioni di inglese e tedesco a ragazzi delle scuole superiori. Ha tradotto diversi libri dall’inglese all’italiano e ha avuto degli incarichi come interprete in Germania. Infine è tornata in Italia, dove è rimasta senza lavoro.

soft skills
Photo from: 100musicalfootsteps.wordpress.com

Adesso Anna insegna inglese in alcuni istituti privati, fa qualche traduzione e, per il resto del tempo, si lamenta dello stato della cultura nel nostro Paese.

Bianca

Bianca non ha finito gli studi di architettura a Roma. Ha lasciato l’università e ha iniziato a lavorare come cameriera in un ristorante. Ha preso un monolocale in affitto e per diverso tempo ha fatto un po’ di tutto: segretaria, baby-sitter, barista, bigliettaia. Poi ha seguito dei corsi di formazione per diventare guida turistica e qualche corso di scrittura creativa. Ha viaggiato molto e ha imparato il tedesco grazie a un fidanzato di Colonia. Lavora saltuariamente e, se occorre, fa più di un lavoro alla volta. Legge molto, si nutre di letture di ogni tipo, cerca nel web qualunque cosa le serva.

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Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Adesso Bianca collabora con un’agenzia di marketing e comunicazione, dove cura l’organizzazione di eventi, ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Giacomo

Giacomo si è laureato in ingegneria informatica a Firenze. Non aveva voglia di completare la carriera universitaria e abilitarsi alla professione. Per questo, due mesi dopo la laurea triennale, ha trovato subito lavoro come programmatore nella ditta dove aveva fatto uno stage per la tesi. Ci lavora ormai da diversi anni, ha uno stipendio e un orario di lavoro che gli permettono di organizzare il proprio tempo da dedicare alle passioni di sempre (la chitarra e le escursioni in montagna).

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Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Adesso Giacomo comincia a essere un po’ stanco, non sopporta più il suo capo e il clima in ufficio non lo aiuta a lavorare bene. Per il momento si tiene il lavoro che ha (“di questi tempi …”), ma vorrebbe cambiare e ha iniziato a mandare qualche curriculum.

“Soft skills”. Perché è difficile parlarne

Scrivere di curriculum e “soft skills”, oggi, mi rimane difficile per due ragioni.

La prima ragione è che c’è già chi lo fa. In questa lista ho raccolto alcuni contenuti utili e ti ringrazierò se vorrai aiutarmi a tenerla aggiornata:

  1. Rudy Bandiera in un suo video su LinkedIn: Come costruire un curriculum efficace (30/01/2018);
  2. Riccardo Scandellari nel suo blog: Hai un ottimo curriculum? non basta! (13/12/2017);
  3. Francesca Contardi sul Sole 24 Ore: Soft skills: l’arte fin troppo sottovalutata di comunicare bene (05/10/2017);
  4. Livia Liberatore su Business Insider, Flessibilità, creatività e… Le “soft skills” sempre più richieste nei colloqui di lavoro (26/01/2017);
  5. Elena Dall’Amico per VHSM, Quali sono le Soft Skill più richieste dalle imprese? Indagine transnazionale sulle richieste del mercato del lavoro rispetto a professionalità medio-alte e migranti, (Report gennaio 2016).

La seconda ragione è che, rispetto a un po’ di tempo fa, sulla mia bilancia la pesa del curriculum ha un valore minore (minore, non inutile). D’altro canto, le “soft skills” sono, a prima vista, evanescenti e impalpabili. Che fare?

Quanto ce l’hai lungo, il curriculum?

Non lo nascondo: per un certo numero di anni ho lavorato al mio curriculum con insano e ottuso orgoglio.

“‘Soft skills’? Ma per favore! (e poi che roba è?)“. Nutrita di studi, provvista di titoli, definita da esperienze di lavoro pertinenti al mio profilo iniziale, quello per cui mi ero formata, io ritenevo di avere diritto di accesso preferenziale alle strade professionali che mi interessavano (fa ridere, vero? A me sì).

Non avevo capito niente. L’ho scoperto grazie a un nuovo lavoro. Il nuovo lavoro l’ho scoperto in un momento in cui stavo iniziando a percepire che qualcosa non funzionava e quindi a cambiare atteggiamento.

Il nuovo lavoro – che faccio con lo scrupolo e il senso di responsabilità che la natura mi ha dato in sorte, ma al tempo stesso con la pace dell’imperfezione e con la consapevolezza della provvisorietà di ogni condizione personale e professionale – mi ha portato a stare dalla parte di chi, i curriculum, li riceve. Mannaggia.

Grazie per la tua candidatura. Ma tu chi sei?

curriculum
Screenshot from Revolutionary Road (USA 2008). Source: rednow.com

Il mio archivio trabocca di curriculum ricevuti negli ultimi due anni. Rispetto al tipo di lavoro per il quale questi curriculum finiscono nel mio archivio, alcuni sono prestigiosi, altri modesti, altri imbarazzanti. Nessuno, tuttavia, mi fornisce informazioni davvero utili su chi avrò davanti al colloquio, motivo per cui al colloquio chiamo persone con curriculum prestigiosi, modesti e imbarazzanti.

In passato, sarei stata una candidata col curriculum prestigioso e arrabbiata con il mondo del lavoro: sono qui, granitica nel mio ruolo, e non mi sposto di un passo. Oggi, credo, sarei una candidata che tara e ritara il suo curriculum in base ai lavori che vuole fare e alle persone con cui dovrà parlare: sono qui, dimmi di cosa hai bisogno e mi impegnerò a farlo. Non è detto che ci riesca, però l’idea è questa.

In tutta sincerità, a volte faccio fatica anche adesso a “mollare il personaggio” (qualcuno dei miei amici più cari lo direbbe in un modo più franco, un modo che ha a che fare con un deretano e un manico di scopa). Però è importante togliersi la giacca, allentare i lacci delle scarpe, fare come quando torni a casa e nessuno ti vede, perché noi siamo soprattutto quello che facciamo quando nessuno ci sta guardando.

Bill Self picking his nose.
Bill Self picking his nose. Photo from: thebiglead.com

Il lavoro ai tempi del “Digital Personal Branding”

Dedico molta attenzione anche al tipo di vita digitale delle persone che vogliono lavorare con me e di quelle con cui voglio lavorare io. Voglio sapere, per esempio, quali canali usano di più e come li usano; che genere di contenuti pubblicano; cosa è di loro interesse; come si comportano sui social e come si esprimono quando commentano i post degli altri. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo su questo. Però è così. Se sei nel web, hai una responsabilità (se non ci sei, hai un problema).

Non saprei definire in maniera chiara e decisiva cosa sono le “soft skills” e perché sono determinanti per chi cerca lavoro e per chi cerca candidati, ma mi sono resa conto che, quando parlo con qualcuno per scopi lavorativi, misuro una delle “soft skills” con il modo in cui raccontiamo la nostra storia.

Sezionata e schedata in un curriculum, la nostra storia è piuttosto banale e noiosa.

Photo by rawpixel.com on Unsplash

Quello che abbiamo nel curriculum di Anna, Bianca e Giacomo è una radiografia del loro operato. Sappiamo cosa hanno fatto finora nello studio e nel lavoro. Ma come hanno determinato le loro strade? Con quale tipo di intelligenza hanno fatto le loro scelte? Che persone erano quando si scambiavano le versioni di Cicerone e Plutarco? In quali persone si sono trasformate negli anni successivi? Cosa hanno fatto affinché gli anni successivi fossero quello che sono stati e cosa hanno intenzione di fare affinché gli anni futuri siano quelli che loro vogliono oggi? Ma soprattutto: cosa vogliono oggi?

Non ho detto che è facile. Forse, Anna, Bianca e Giacomo non hanno ancora capito perché qualcuno dovrebbe scegliere loro e non altri. Il loro curriculum, in effetti, non lo dice o non lo dice abbastanza.

“You are not your resume”

Poi è arrivato Seth Godin e questo mio articolo non ha più speranza di servire a qualcosa. Qualche giorno fa, Seth ha pubblicato un post di 95 parole nel suo blog, il quale, al contrario del mio, possiede la grazia della sintesi e la dote della perseveranza.

“Where did you go to school?”

An interesting question, perhaps, but irrelevant to a job interview.

The campus you spent four years on thirty years ago makes very little contribution to the job you’re going to do. Here’s what matters: The way you approach your work.

What have you built? What have you led? How do you make decisions? What’s your reserve of emotional labor like? How do you act when no one is looking?

You are not your resume. You are the trail you’ve left behind, the people you’ve influenced, the work you’ve done.

Posted by Seth Godin on January 26, 2018

Sia benedetto Seth Godin. Potremmo citare il suo post nel nostro curriculum, alla nuova voce “Perché io“. Ma poi girerebbero migliaia di curriculum con la stessa citazione di Godin e saremmo tutti punto e a capo, chi cerca e chi recluta, chi manda il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e chi lo riceve con la speranza di trovare una storia nuova.

Quindi possiamo fare di meglio: raccontiamola a modo nostro. Sulla carta, nel web, nei colloqui di persona. Magari facendo attenzione al numero di parole, perché il mondo va più veloce di noi e non ha tempo, se la storia non è interessante.

Stammi bene. 5 spunti per l’anno nuovo

Anno nuovo in arrivo: è la giornata mondiale dei bilanci e dei propositi. Misuriamo i risultati; valutiamo gli obiettivi raggiunti e mancati; profiliamo nuovi itinerari di viaggio e intenzioni di miglioramento.

misurare i risultati
Photo by patricia serna on Unsplash

In questi termini, io non ho né bilanci né propositi su cui ragionare. Dal mio punto di vista, a ognuno di noi sono successe delle cose quest’anno e ne succederanno delle altre nel prossimo. Alcune di queste cose sono state e saranno determinate dalla propria azione.

Pensare al tempo come a un flusso continuo, senza la spaccatura storica segnata da uno spumante di mezzanotte, aiuta a percepire la fluidità del cambiamento. Ciò non toglie la piacevolezza di un brindisi di Capodanno con i propri cari, purché non prevalgano pensieri cupi, quelle considerazioni spiraliformi che girano intorno a un problema che c’è, c’è stato, ci sarà, ci potrebbe essere, oppure che non c’è.

Sta’ bene e tutto andrà bene.

Ho trovato cinque spunti di riflessione per me che voglio condividere con te. Sarò contenta se alla fine vorrai fare altrettanto.

punti di vista
Photo by Krissana Porto on Unsplash

1. Dare un consiglio e seguirne due

Alla gente piace dare consigli di ogni tipo, richiesti e non.

 

Piace anche riceverne, ed è per questo che il web trabocca di domande e risposte su come fare qualsiasi cosa. Chiedi a Quora.

Quora è una piattaforma dedicata all’informazione fondata da due ex dipendenti di Facebook nel 2009 e resa accessibile al pubblico nel 2010, disponibile in versione italiana da maggio di quest’anno. Tutti gli utenti possono pubblicare domande e risposte su qualunque argomento. In altre parole, Quora è concorrente di Yahoo! Answers, ma ho notato che i suoi utenti sono più preparati e scrivono correttamente “Qual è?”.

I consigli ci servono.

Ci serve darli e ci serve riceverli. Forse più spesso ci serve darli; ci aiuta a sentirci utili. Ascoltare e seguire i consigli che riceviamo è più difficile. Sì, perché “nel mio caso però è un po’ diverso”. I nostri casi sono sempre tutti diversi da quelli degli altri, più complessi, meno definiti, predestinati, a volte ci piacciono perfino così: irrisolti.

cubo di Rubik
Photo from negativespace.co

Quest’anno ho dato e ricevuto una serie di consigli in ogni campo, come tutti. Voglio prendere la buona abitudine di scriverli e verificare, alla fine dell’anno, quanti ne ho dati (richiesti e non) e quanti ne ho ricevuti (ascoltati e seguiti). Sono abbastanza sicura che la prima lista tenderà a essere più lunga della seconda, perché la maggior parte delle volte ci piace consigliare agli altri ciò che abbiamo fatto o facciamo fatica a fare noi. Abbiamo bisogno di ricordarlo.

  • Per l’anno nuovo: stai zitto e ascolta più spesso.

2. Meno idee, più azioni

Il momento Eureka è bello. È appagante, è nutritivo, e arriva quando vuole.

eureka
Photo by Ben White on Unsplash

Carola Salvi, ricercatrice alla Northwestern University di Chicago, ha studiato i meccanismi neurali alla base del problem solving e della creatività, cioè cosa succede nel cervello quando “si accende la lampadina” (l’articolo è interessante, ne consiglio la lettura integrale).

La ricerca neuroscientifica è arrivata alla conclusione che, quando risolviamo un problema con un insight – un’intuizione, un’idea folgorante, – si attivano aree del cervello diverse da quelle coinvolte nel ragionamento analitico. Sembra che ad attivarsi sia piuttosto una parte dell’emisfero destro chiamata “giro cingolato superiore”. Tutto ciò che io so del mito dell’emisfero destro è quello che sappiamo in molti, e cioè che è specializzato nella percezione e nell’interpretazione globale e simultanea degli stimoli.

Un colpo d’occhio, insomma, e spunta un’idea.

C’è un problema con le idee, però, e ne parlavo un paio di sere fa con un mio amico: tutti abbiamo nuove idee ogni giorno e il più delle volte non possiamo fare a meno di condividerle.

HubSpot Academy – Content Marketing Course – Class 03. Generating Content Ideas

È difficile per noi tutti evitare di confondere un’intuizione utile con un peto spropositato del proprio ego. Questo, il peto, succede molto più spesso dei lampi di genio ed è un altro motivo per cui il web è ricolmo di idee originali.

Le idee più interessanti, forse, sono quelle che non inventano niente, ma che riutilizzano qualcosa che è stato già creato per un certo scopo, ne smontano e rimontano i pezzi, riqualificandolo per un’altra funzione. Però bisogna farlo bene, e per farlo bene bisogna allenarsi all’azione.

“An idea is nothing more nor less than a new combination of old elements” (James Webb Young)

  • Per l’anno nuovo: pensa di meno e fai di più.

3. Formarsi sempre, mai a tutti i costi

formarsi
Photo by chuttersnap on Unsplash

I titoli di studio che hai dicono che sei andato a scuola o all’università, non che ti sei formato. Tutti abbiamo studiato – poco, abbastanza, molto, troppo, questo lo sai tu. Poi c’è il campo aperto e minato dell’esperienza. Infine, ma non necessariamente in quest’ordine, c’è il tunnel dei corsi di formazione. Tu quanto spendi in formazione?

Li-Ka Shing è un imprenditore cinese di umili origini che oggi, all’età di 89 anni, si ritrova con un patrimonio stimato in circa 35 miliardi di dollari. In un articolo in inglese su Singapore Business Media, Li-Ka Shing suppone una modesta entrata mensile di 2.000 yuan e consiglia di destinarne il 15% alla formazione (libri e corsi).

Per completezza e accessibilità di informazioni, aggiungo che il consiglio di Li-Ka Shing sulla gestione delle proprie spese è quello di suddividere l’entrata mensile in 5 fondi (nell’ordine: spese di sopravvivenza, sviluppo delle relazioni, formazione, viaggi all’estero, risparmi e investimenti). I 5 fondi sono riassunti e commentati nell’articolo di Andrea Giuliodori su EfficaceMente.

Formarsi come?

La formazione è così importante che oggi, a ogni angolo del del web, inciampi in un’offerta di formazione. Tutti vendono formazione (pure io). Anche chi forma non dovrebbe smettere di formarsi a sua volta. Ma come? Ragioniamo su un utile di 1.000 euro al mese. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende da come e dove vivi quando non lavori. Li-Ka Shing ti direbbe di investirne 150 in formazione, quindi 1.800 all’anno. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende dai tuoi bisogni e dai tuoi obiettivi; quali sono?

In ogni caso, posto che tu voglia destinare una parte dei tuoi soldi alla formazione, devi decidere che peso darle e scegliere quella più adeguata al tuo profilo professionale e al tuo conto corrente – il rapporto fra i due elementi non è sempre di facile determinazione.

“O ti formi o ti fermi”. O fai una pausa.

Di questa frase non se ne può più. “O ti formi o ti fermi” è la frase-magnete che ci fa partire il sabato o la domenica mattina alle cinque per raggiungere la sede di un corso di formazione, di un seminario, di un convegno, (un “workshop” non ce lo mettiamo?), e ascoltare per un certo numero di ore una serie di relatori. Alcuni di loro vale la pena ascoltarli, altri no. Alcune giornate formative sono utili, altre no.

Formazione sì, ma è bene orientarsi e saper scegliere. Tu come scegli di utilizzare il tuo 15% di budget destinato alla formazione? Quali sono i tuoi criteri di valutazione?

o ti formi o ti fermi
Photo by NeONBRAND on Unsplash

Se ognuno di noi, mosso dal desiderio di migliorare le competenze che ha nel proprio settore di riferimento, o di crearsene di nuove per cambiare mansione o mestiere, desse retta a tutte le mirabolanti offerte formative che ogni giorno popolano la rete, spesso rese ancora più seducenti da promozioni in scadenza, “Iscriviti ora e risparmia fino al 50%!”, finirebbe col lavorare allo scopo di formarsi. Ma lo scopo della formazione non è anche guadagnare (di più)?

Inoltre: una volta ricevuto, e magari anche appeso, l’attestato del corso di formazione, sei formato? Cosa sai fare che prima non sapevi fare? Inizia a farlo tutti i giorni. Il suggerimento di Li-Ka Shing di investire il 15% del proprio denaro in formazione mi sembra valido se almeno il 10% viene convertito in pratica quotidiana di azioni progressivamente competenti e competitive.

La formazione non serve a niente, se non produce cambiamento

La mia impressione è che la formazione di un individuo sia piuttosto quella sua fisionomia impalpabile che – completati i corsi in aula e online, chiusi i libri e i quaderni di appunti, superati eventuali esami, conseguiti i titoli, ricevuti e magari anche appesi gli attestati, – si manifesta in un nuovo modo di ragionare e di agire, e quindi di vivere, che produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

  • Per l’anno nuovo: pianifica un paio di imperdibili corsi di formazione in meno e un paio di passeggiate di meditazione in più.

4. Mettere a frutto la fiducia (ma tu che frutto vuoi?)

frutta
Photo by Jakub Kapusnak on Unsplash

In alcuni dei corsi di formazione che ho frequentato negli ultimi due anni, ho sentito molto parlare degli atti di fiducia che sono alla base di ogni forma di negoziazione della vita quotidiana.

Costruire relazioni di fiducia richiede investimento di tempo, pazienza, emozioni, valori (denaro, in alcuni casi). Il ritorno è elevato, se investi bene. Investire bene significa mettere a frutto ciò che può dare frutto.

Ma tu che tipo di frutto vuoi? Un collaboratore efficiente, preciso e discreto al momento giusto, o un collaboratore intraprendente e creativo che abbracci il tuo progetto? Un capo che comprenda i tuoi problemi o un capo che sostenga la tua crescita professionale? Più clienti che comprano subito o più clienti che comprano a lungo? Un compagno indipendente, determinato, vitale e pieno di interessi da condividere con te e con gli altri, o un compagno partecipe, mite, tollerante e pieno di premure per te e per i suoi cari? Un amico che sappia ascoltarti o un amico che ti suggerisca la soluzione che stavi cercando?

“La botte piena e la moglie ubriaca” puoi averle entrambe, se di botti ne hai almeno due. Quando si tratta di fiducia, tieni sempre una botte per te. Fidarsi è bene, non sprecare è meglio.

  • Per l’anno nuovo: scegli il tuo frutto e individua la terra per coltivarlo.
fiducia
Photo by Warren Wong on Unsplash

5. “Rimanete per i vostri amici degli amabili pirla”

Lo ha detto Rudy Bandiera nel suo discorso al TEDx di Bologna, dove ha parlato delle sue 7 regole per vivere online. Ci ho trovato buoni spunti per una migliore educazione digitale, evidentemente ancora lacunosa in molti di noi (” … accadono cose online che non siamo in grado di interpretare poiché dieci anni fa semplicemente non esistevano. Mancano regole educative comuni”). In ogni caso, la frase sugli amici mi è piaciuta e la trovo valida e compiuta, anche estratta dal contesto in cui è stata formulata.

Io mi auguro di restare, per i miei amici e per i miei cari più intimi, quella delle serate del sabato alla vineria che ci piace, dei bollettini settimanali su WhatsApp, delle tragicomiche frasi profetiche, delle grigliate estive e delle spaghettate al mare, delle gite a Rocca Calascio con il pranzo al sacco.

Ti faccio lo stesso augurio, con le declinazioni che saprai dargli solo tu.

  • Per l’anno nuovo: meno manierati e più pirla, almeno a casa.
amici
Photo by Arthur Poulin on Unsplash

Conclusione

Oggi non ho niente da venderti perché è domenica 31 dicembre e sono in vacanza. Ma concludo con la doverosa call-to-action, cioè ti invito a compiere un’azione.

 Clicca qui per i miei auguri di buon anno 

Questo articolo è dedicato, in particolare, alla mia famiglia; a Simone; Fabio, Enrica, Marco, Gus; Simona e Melissa; Daniele; alle mie collaboratrici Chiara, Silvia e Arianna; alle persone che mi hanno aiutato fino a oggi.