Il lavoro ai tempi delle “soft skills” (Storia di Anna, Bianca e Giacomo)

“Soft skills”: come valutarle nel mondo del lavoro? Come considerare la flessibilità e la creatività di una persona? Con quali criteri misurare la sua capacità di definire i propri obiettivi? Che dire, poi, del suo temperamento? Quale peso dare alla sua capacità di gestire il tempo, lo stress, i problemi, le relazioni?

Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei? 

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Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

Storia di Anna, Bianca e Giacomo

Anna, Bianca e Giacomo sono stati compagni di liceo. Insieme, hanno attraversato il pantano dell’adolescenza negli anni segnati dal rosso e dal blu della temuta matita a due punte.

In quegli anni, a scuola, la matita a due punte usata dai professori per la correzione dei compiti sanciva che l’errore ha due colori: rosso per gli errori di poco peso, perdonabili; blu per gli errori gravi e deplorevoli.

Il “Team Working”, quando non c’era

I tre amici avevano messo a punto un metodo di lavoro di squadra per smaltire le numerose versioni di latino e greco assegnate per le vacanze. Di solito, la lunghezza di ogni versione andava dalle 15 alle 20 righe, secondo i picchi di insofferenza della professoressa al proprio lavoro.

Anna, Bianca e Giacomo si riunivano per “sporzionare” il lavoro – così dicevano loro, “sporzionare”, come la pizza della ricreazione. Ognuno dei tre si occupava di una fetta di Cicerone o di Plutarco. Poi avveniva lo scambio delle competenze e il confronto.

Anna

Per ogni versione, Anna, che era quella con le migliori capacità di organizzazione del lavoro, aveva il compito più delicato di fare una prima lettura veloce per capire il senso generale e dividere il testo in tre parti, una per sé (di solito, la prima), una per Bianca e una per Giacomo, stando ben attenta che la distribuzione delle quantità di righe fosse equa.

Bianca

Dopo che ognuno aveva lavorato in autonomia alla propria porzione di testo, interveniva Bianca, che rileggeva tutto in sequenza e lavorava di sinonimi. La sua specialità, infatti, consisteva nel trovare la soluzione più adeguata per sostituire alcune parole e frasi in italiano, ed evitare così che le tre traduzioni risultassero identiche durante la correzione (l’esperienza insegnava che a traduzioni identiche veniva assegnato d’ufficio un tratto di matita blu).

Giacomo

Giacomo si occupava della coerenza dell’assemblaggio finale: il discorso filava o no? C’era una logica nella struttura delle frasi? Il suo forte, inoltre, era la contraffazione. Infilava al posto giusto qualche errore di poco peso (matita rossa), distribuito qui e là nei tre testi. Siccome Bianca, da sola, in latino e greco se la cavava meno bene degli altri due, per lei Giacomo decideva anche un bell’errore blu conforme ai suoi voti.

Il bello del “Team working”, quando non sai cos’è

lego serious play
LEGO® SERIOUS PLAY® Methodology – Photo by Rick Mason on Unsplash

Tempi e risorse risultavano ottimizzati, le capacità personali di ognuno arricchivano quelle dei compagni di squadra, le versioni di latino e greco andavano bene, ognuno raggiungeva il proprio obiettivo in maniera verosimile, e tutti e tre si godevano meglio le vacanze.

Ma c’era di più: in quelle riunioni, Anna, Bianca e Giacomo si divertivano da matti. Quando possibile, alcuni principi del metodo venivano replicati anche durante i compiti in classe, però con prudenza in alcuni delicati passaggi di informazione (Giacomo era il più prudente di tutti).

Alla maturità capitò la versione di latino, un brano dal De Architectura di Vitruvio. Anna, Bianca e Giacomo non avevano mai tradotto quell’autore prima di allora, né potevano in quell’occasione rischiare l’applicazione del metodo.

Se la sono cavata tutti e tre, è andata bene a ognuno secondo i propri mezzi, ma nessuno si è divertito, né ha qualcosa di bello da ricordare. Dopo la maturità, si sono persi di vista per un po’.

Anna, Bianca e Giacomo. Adesso.

Anna, Bianca e Giacomo si sono ritrovati diversi anni dopo. Adesso vanno a cena insieme il sabato sera, qualche volta anche con i rispettivi compagni (Giacomo si è sposato e ha un figlio, Bianca convive, Anna è sola). Si confidano, si aiutano, si raccontano le giornate. Qualche volta, per gioco, si “sporzionano” le versioni di latino e greco uscite negli ultimi esami di Stato. Sono un po’ arrugginiti con le lingue classiche, ma il metodo funziona ancora. Si fanno i “selfie” insieme su Instagram e su Facebook.

Anna

Anna si è laureata in lingue a Venezia, a pieni voti e in tempi rapidi. Dopo un dottorato di ricerca in scienze del linguaggio con una borsa di studio, ha fatto anche un master in traduzione e interpretariato, facendo nel frattempo una raffica di ripetizioni di inglese e tedesco a ragazzi delle scuole superiori. Ha tradotto diversi libri dall’inglese all’italiano e ha avuto degli incarichi come interprete in Germania. Infine è tornata in Italia, dove è rimasta senza lavoro.

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Photo from: 100musicalfootsteps.wordpress.com

Adesso Anna insegna inglese in alcuni istituti privati, fa qualche traduzione e, per il resto del tempo, si lamenta dello stato della cultura nel nostro Paese.

Bianca

Bianca non ha finito gli studi di architettura a Roma. Ha lasciato l’università e ha iniziato a lavorare come cameriera in un ristorante. Ha preso un monolocale in affitto e per diverso tempo ha fatto un po’ di tutto: segretaria, baby-sitter, barista, bigliettaia. Poi ha seguito dei corsi di formazione per diventare guida turistica e qualche corso di scrittura creativa. Ha viaggiato molto e ha imparato il tedesco grazie a un fidanzato di Colonia. Lavora saltuariamente e, se occorre, fa più di un lavoro alla volta. Legge molto, si nutre di letture di ogni tipo, cerca nel web qualunque cosa le serva.

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Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Adesso Bianca collabora con un’agenzia di marketing e comunicazione, dove cura l’organizzazione di eventi, ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Giacomo

Giacomo si è laureato in ingegneria informatica a Firenze. Non aveva voglia di completare la carriera universitaria e abilitarsi alla professione. Per questo, due mesi dopo la laurea triennale, ha trovato subito lavoro come programmatore nella ditta dove aveva fatto uno stage per la tesi. Ci lavora ormai da diversi anni, ha uno stipendio e un orario di lavoro che gli permettono di organizzare il proprio tempo da dedicare alle passioni di sempre (la chitarra e le escursioni in montagna).

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Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Adesso Giacomo comincia a essere un po’ stanco, non sopporta più il suo capo e il clima in ufficio non lo aiuta a lavorare bene. Per il momento si tiene il lavoro che ha (“di questi tempi …”), ma vorrebbe cambiare e ha iniziato a mandare qualche curriculum.

“Soft skills”. Perché è difficile parlarne

Scrivere di curriculum e “soft skills”, oggi, mi rimane difficile per due ragioni.

La prima ragione è che c’è già chi lo fa. In questa lista ho raccolto alcuni contenuti utili e ti ringrazierò se vorrai aiutarmi a tenerla aggiornata:

  1. Rudy Bandiera in un suo video su LinkedIn: Come costruire un curriculum efficace (30/01/2018);
  2. Riccardo Scandellari nel suo blog: Hai un ottimo curriculum? non basta! (13/12/2017);
  3. Francesca Contardi sul Sole 24 Ore: Soft skills: l’arte fin troppo sottovalutata di comunicare bene (05/10/2017);
  4. Livia Liberatore su Business Insider, Flessibilità, creatività e… Le “soft skills” sempre più richieste nei colloqui di lavoro (26/01/2017);
  5. Elena Dall’Amico per VHSM, Quali sono le Soft Skill più richieste dalle imprese? Indagine transnazionale sulle richieste del mercato del lavoro rispetto a professionalità medio-alte e migranti, (Report gennaio 2016).

La seconda ragione è che, rispetto a un po’ di tempo fa, sulla mia bilancia la pesa del curriculum ha un valore minore (minore, non inutile). D’altro canto, le “soft skills” sono, a prima vista, evanescenti e impalpabili. Che fare?

Quanto ce l’hai lungo, il curriculum?

Non lo nascondo: per un certo numero di anni ho lavorato al mio curriculum con insano e ottuso orgoglio.

“‘Soft skills’? Ma per favore! (e poi che roba è?)“. Nutrita di studi, provvista di titoli, definita da esperienze di lavoro pertinenti al mio profilo iniziale, quello per cui mi ero formata, io ritenevo di avere diritto di accesso preferenziale alle strade professionali che mi interessavano (fa ridere, vero? A me sì).

Non avevo capito niente. L’ho scoperto grazie a un nuovo lavoro. Il nuovo lavoro l’ho scoperto in un momento in cui stavo iniziando a percepire che qualcosa non funzionava e quindi a cambiare atteggiamento.

Il nuovo lavoro – che faccio con lo scrupolo e il senso di responsabilità che la natura mi ha dato in sorte, ma al tempo stesso con la pace dell’imperfezione e con la consapevolezza della provvisorietà di ogni condizione personale e professionale – mi ha portato a stare dalla parte di chi, i curriculum, li riceve. Mannaggia.

Grazie per la tua candidatura. Ma tu chi sei?

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Screenshot from Revolutionary Road (USA 2008). Source: rednow.com

Il mio archivio trabocca di curriculum ricevuti negli ultimi due anni. Rispetto al tipo di lavoro per il quale questi curriculum finiscono nel mio archivio, alcuni sono prestigiosi, altri modesti, altri imbarazzanti. Nessuno, tuttavia, mi fornisce informazioni davvero utili su chi avrò davanti al colloquio, motivo per cui al colloquio chiamo persone con curriculum prestigiosi, modesti e imbarazzanti.

In passato, sarei stata una candidata col curriculum prestigioso e arrabbiata con il mondo del lavoro: sono qui, granitica nel mio ruolo, e non mi sposto di un passo. Oggi, credo, sarei una candidata che tara e ritara il suo curriculum in base ai lavori che vuole fare e alle persone con cui dovrà parlare: sono qui, dimmi di cosa hai bisogno e mi impegnerò a farlo. Non è detto che ci riesca, però l’idea è questa.

In tutta sincerità, a volte faccio fatica anche adesso a “mollare il personaggio” (qualcuno dei miei amici più cari lo direbbe in un modo più franco, un modo che ha a che fare con un deretano e un manico di scopa). Però è importante togliersi la giacca, allentare i lacci delle scarpe, fare come quando torni a casa e nessuno ti vede, perché noi siamo soprattutto quello che facciamo quando nessuno ci sta guardando.

Bill Self picking his nose.
Bill Self picking his nose. Photo from: thebiglead.com

Il lavoro ai tempi del “Digital Personal Branding”

Dedico molta attenzione anche al tipo di vita digitale delle persone che vogliono lavorare con me e di quelle con cui voglio lavorare io. Voglio sapere, per esempio, quali canali usano di più e come li usano; che genere di contenuti pubblicano; cosa è di loro interesse; come si comportano sui social e come si esprimono quando commentano i post degli altri. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo su questo. Però è così. Se sei nel web, hai una responsabilità (se non ci sei, hai un problema).

Non saprei definire in maniera chiara e decisiva cosa sono le “soft skills” e perché sono determinanti per chi cerca lavoro e per chi cerca candidati, ma mi sono resa conto che, quando parlo con qualcuno per scopi lavorativi, misuro una delle “soft skills” con il modo in cui raccontiamo la nostra storia.

Sezionata e schedata in un curriculum, la nostra storia è piuttosto banale e noiosa.

Photo by rawpixel.com on Unsplash

Quello che abbiamo nel curriculum di Anna, Bianca e Giacomo è una radiografia del loro operato. Sappiamo cosa hanno fatto finora nello studio e nel lavoro. Ma come hanno determinato le loro strade? Con quale tipo di intelligenza hanno fatto le loro scelte? Che persone erano quando si scambiavano le versioni di Cicerone e Plutarco? In quali persone si sono trasformate negli anni successivi? Cosa hanno fatto affinché gli anni successivi fossero quello che sono stati e cosa hanno intenzione di fare affinché gli anni futuri siano quelli che loro vogliono oggi? Ma soprattutto: cosa vogliono oggi?

Non ho detto che è facile. Forse, Anna, Bianca e Giacomo non hanno ancora capito perché qualcuno dovrebbe scegliere loro e non altri. Il loro curriculum, in effetti, non lo dice o non lo dice abbastanza.

“You are not your resume”

Poi è arrivato Seth Godin e questo mio articolo non ha più speranza di servire a qualcosa. Qualche giorno fa, Seth ha pubblicato un post di 95 parole nel suo blog, il quale, al contrario del mio, possiede la grazia della sintesi e la dote della perseveranza.

“Where did you go to school?”

An interesting question, perhaps, but irrelevant to a job interview.

The campus you spent four years on thirty years ago makes very little contribution to the job you’re going to do. Here’s what matters: The way you approach your work.

What have you built? What have you led? How do you make decisions? What’s your reserve of emotional labor like? How do you act when no one is looking?

You are not your resume. You are the trail you’ve left behind, the people you’ve influenced, the work you’ve done.

Posted by Seth Godin on January 26, 2018

Sia benedetto Seth Godin. Potremmo citare il suo post nel nostro curriculum, alla nuova voce “Perché io“. Ma poi girerebbero migliaia di curriculum con la stessa citazione di Godin e saremmo tutti punto e a capo, chi cerca e chi recluta, chi manda il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e chi lo riceve con la speranza di trovare una storia nuova.

Quindi possiamo fare di meglio: raccontiamola a modo nostro. Sulla carta, nel web, nei colloqui di persona. Magari facendo attenzione al numero di parole, perché il mondo va più veloce di noi e non ha tempo, se la storia non è interessante.

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