Scrivere, e scrivere meglio. Piccola biblioteca del conforto

«Imparare a scrivere è, in pratica, una educazione alla quotidianità»

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic)

Cronache dagli anni ’80

Il maestro Cesare ci faceva scrivere una cronaca tutti i santi giorni. Erano gli anni ’80 della scuola elementare e si prendevano mazzate in tutta tranquillità.

Ogni pomeriggio, a casa, io avevo davanti a me il mio quaderno a righe aperto su una pagina nuova, l’orologio della cucina sopra di me e il blocco dello scrittore dentro di me.  Dovevo raccontare le cose del giorno, per forza. Il maestro ci diceva che era “per imparare a scrivere”.

Siccome non avevo ogni giorno qualcosa di nuovo da raccontare, a volte bisognava inventare. Tutto è iniziato così.

cronache di scuola
Non trovo più le mie cronache di scuola. Questa è di mio fratello, anni ’90 (io non mi sarei mai mascherata da Wolverine).

“Scrivere è un cazzotto in bocca”.

Non è una bella frase. Non è nemmeno una frase utile a generare il consenso, che serve sempre a chi scrive nel web. Però si può dire che è una frase.

L’ho scritta molti anni dopo le cronache per il maestro Cesare, il 6 maggio 2013, in un blog di nome Tornasole, dove scrivevo per amore. Non nel senso che scrivevo per amore verso qualcuno (forse, verso qualcosa), e nemmeno per amor di cronaca. Probabilmente solo per non fare palestra, quella dove si fa il “fitness”.

Suppongo di aver scritto così pensando non solo alle difficoltà del processo di scrittura, ma anche alla difficoltà di trovare buone storie da scrivere. Ricevere un cazzotto, oltre a far male fisicamente, è umiliante.

Tutti scriviamo. Prima del web, abbiamo iniziato a farlo sulla carta, cioè abbiamo usato tanta cellulosa e per questo motivo ci siamo sentiti tutti un po’ scrittori. Soprattutto di narrativa. Ci sono in giro più romanzieri che lettori.

« … il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia»

(Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo)

Ma c’è un corso per ogni cosa.

Più o meno negli anni in cui io sospiravo in cucina, sopra alle cronache da scrivere “per imparare a scrivere”, veniva fondata in Italia la prima scuola di scrittura creativa, Omero (1988), seguita dalla Holden (1994), seguita da altre. Le ha censite, e messe in dubbio, Silvia Truzzi in un suo articolo intitolato “Pago dunque scrivo. Il business della creatività” (Il Fatto Quotidiano, 28/04/2012).

Da allora in avanti, insomma, molti creativi hanno trovato il loro posto nel mondo, o perlomeno una scuola tutta per loro. Alcuni scrittori nati sulla strada devono essersi un po’ risentiti.

A un certo punto, infatti, l’autodidatta Erri De Luca ha scritto i suoi “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)“:

«Non consiglio corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l’umiltà di apprendere. […] Scrivere […] è una disciplina di silenzio interiore pure dentro una folla. Chi scrive ha davanti a sé la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.»

Il web, chiacchiere da bar (senza distintivo)

Foto di Simone Volpini

Il web, in particolare attraverso i social, ha consentito a tutti di accapigliarsi anche su questo argomento: scuole di scrittura creativa sì o no? Ci sono tante risposte diverse, tutte rispettabili.

A dire il vero, ogni persona interessata all’argomento della scrittura creativa, e della creatività tutta, si è sentita chiamata a dire la propria.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (Umberto Eco su La Stampa, 10/06/2015)

Per imparare a scrivere, devi scrivere (senza pubblicare subito).

Torniamo a scrivere. In fase di allenamento, le ragioni per cui scrivi importano poco.

  1. Sia che tu scriva per studio,
  2. O che tu scriva per lavoro,
  3. O che tu scriva per piacere o, come mi è capitato di sentire, “per te” (ma che significa?),

c’è una cosa che devi fare per imparare a scrivere: scrivere tutti i giorni. Con metodo. Però le cronache del maestro Cesare non bastano, e nemmeno le scuole.

Scrivere quanto?

Ho fatto un calcolo approssimativo: in cinque anni di scuola elementare potrei aver scritto circa un migliaio di cronache da far leggere al maestro Cesare. Poi sono andata alle medie e ho scritto i temi da far leggere alla Professoressa Sponcichetti. Sono andata al liceo e ho scritto temi e riassunti per insegnanti diversi – non ho contato né temi né riassunti, perché non ho dovuto scriverli tutti i giorni scolastici dell’anno. Poi mi sono laureata in Lettere. Dopo l’università, ho seguito tanti corsi (nessuno di scrittura creativa, però, mannaggia). Ho scritto molto e spesso, per studio e per lavoro; forse anche per piacere, se questo significa amare le parole scritte e scrivere per creare benefici.

Eppure vivo nel dubbio. Chiunque si trovi a scrivere, vive nel dubbio. Chi scrive per lavoro, poi, a volte vive nello sconforto. No?

Per imparare a scrivere meglio, leggi e trova conforto.

Ho deciso di salire in mansarda, una mansarda piccola e trascurata, dove per il momento tengo tutti i miei libri in attesa di un trasloco.

Mi sono seduta per terra e ho messo insieme una lista di letture che mi sono sempre utili e che possono essere utili a chi scrive. Soprattutto a chi scrive.

Non troverai una summa. Liste così, popolano ogni angolo del web. Molti titoli sono ovvi, altri meno.

Qui troverai quella che chiamo la mia “piccola biblioteca del conforto“: cosa leggo io, quando non so dove sbattere la testa. Perché di conforto c’è tanto bisogno, per chi scrive, e per cercare di evitare orrori a danno di chi legge.

scrivere
Un angolo della mia piccola biblioteca del conforto. Foto nuda e cruda, scattata con un Samsung modesto

Scrittori, copywriters e linguisti che hanno scritto sulla scrittura

Scrivono (o hanno scritto) su questo argomento per obiettivi e pubblici diversi e da diverse prospettive di osservazione. In comune, hanno tutti l’attenzione alle parole.

  1. Luisa Carrada, Guida di stile, Zanichelli, 2017;
  2. Luisa Carrada, Scrittura & Sintassi, Zanichelli, 2017;
  3. Bice Mortara Garavelli, Silenzi d’autore, Laterza, 2015;
  4. Raymond Queneau, Esercizi di stile, traduzione di U. Eco, Einaudi, 2014;
  5. Annamaria Testa, Minuti scritti, Rizzoli, 2013;
  6. Annamaria Testa, La trama lucente, Rizzoli, 2013;
  7. Daniele Fortis, Scrivere per il web, Apogeo, 2013;
  8. Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, 2ª edizione Carocci 2012;
  9. Luisa Carrada, Lavoro, dunque scrivo!, Zanichelli, 2012;
  10. Luca Serianni, Italiani scritti, Il Mulino, 3ª  edizione 2012;
  11. Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, minumum fax, 3ª  edizione 2011;
  12. Robert W. Bly, The Copywriter’s Handbook, Henry Holt & Co., 3ª edizione 2007;
  13. Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 12ª  edizione 2003;
  14. Annamaria Testa, Farsi capire, Rizzoli, 2000;
  15. Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere, Apogeo, 2008;
  16. Annamaria Testa, La parola immaginata, Pratiche, edizione aggiornata 2000;
  17. Paul Auster, Una menzogna quasi vera, traduzione di L. Ginzburg, minimum fax, 1998.
  18. Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988.
  19. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 1974.

In uscita il 15 febbraio: Valentina Falcinelli, Testi che parlano, Franco Cesati Editore, 2018.

Siti e blog

Pagine dal web che vale la pena leggere, senza cedere alla pigrizia dello “scrolling”.

  • Il mestiere di scrivere, il blog di Luisa Carrada;
  • Nuovo e Utile, il sito di Annamaria Testa;
  • Parole O_stili, il sito dell’associazione no-profit nata per sensibilizzare, responsabilizzare ed educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile;
  • Pennamontata, il blog della web agency più magenta che ci sia, fondata da Valentina Falcinelli;
  • The Writer, il sito dell’agenzia londinese professionista della parola. Si presentano così: “40-odd people on a mission to rescue the corporate world from the tyranny of linguistic mediocrity”.

Narratori

Dei romanzi e racconti che ho letto, io non ricordo quasi niente. Spesso non ricordo “la trama”, per esempio. Una storia non si ricorda quasi mai per i fatti che succedono. Magari ricordiamo un certo capitolo, o una pagina in particolare, ma non è l’architettura che ricordiamo. Io penso che ricordiamo meglio quello che ci ha fatto stare bene. Se una storia ci nutre, noi ricordiamo il nutrimento che ne abbiamo ricevuto.

scrivere
Macchina da scrivere di John Fante (1951). Foto nuda e cruda, scattata nel 2014 al IX edizione del Festival letterario “Il dio di mio padre”, Torricella Peligna (CH)

25 vitamine per vivere bene

  1. John Fante, La confraternita dell’uva, traduzione di F. Durante, Einaudi, 2004;
  2. Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007;
  3. Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Einaudi, 2011;
  4. Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, 2010;
  5. Antonio Pascale, S’è fatta ora, minimum fax, 2011;
  6. Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani, 2005;
  7. Salvatore Mannuzzu, Snuff, o l’arte di morire, Einaudi, 2013;
  8. Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009;
  9. Sebastiano Vassalli, Stella avvelenata, Einaudi, 2003;
  10. Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Rizzoli, 1988;
  11. Tommaso Landolfi, Le due zittelle, Adelphi,1992;
  12. Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 2012;
  13. Paul Auster, Trilogia di New York, traduzione di M. Bocchiola, Einaudi, 2004;
  14. Philip Roth, Lamento di Portnoy, traduzione di R. C. Sonaglia, Einaudi, 2005;
  15. Ágota Kristóf, Trilogia della città di K., traduzione di A. Marchi, V. Ripa di Meana, G. Bogliolo, Einaudi, 2000;
  16. Magda Szabó, La porta, traduzione di B. Ventavoli, Einaudi, 2014;
  17. William Golding, Il signore delle mosche, traduzione di F. Donini, Mondadori, 2001;
  18. José Saramago, Cecità, traduzione di R. Desti, Feltrinelli, 1995;
  19. Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, traduzione di G. Amitrano, Einaudi, 2008;
  20. Ryunosuke Akutagawa, Kappa, traduzione di M. Teti, SE, 2008;
  21. Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di A. Busi, Feltrinelli, 2002;
  22. Franz Kafka, La metamorfosi, traduzione di E. Ganni, Einaudi, 2014;
  23. Peter Bichsel, Storie per bambini, traduzione di C. Allegra, Marcos y Marcos, 1986;
  24. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di R. Colorni e A. Pandolfi, Adelphi, 1991
  25. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, edizioni del ’27 e del ’40 a cura di S. Silvano Nigro, Meridiani Mondadori, 2002.

La venticinquesima vitamina te l’aspettavi? Io no.

Infine, il Manifesto della Leggibilità.

  • Costituzione della Repubblica Italiana (1947), con l’introduzione di Tullio De Mauro e una nota storica di Lucio Villari, UTET, 2006.

Sì, la Costituzione c’entra, anche quando si parla di scrittura.

Costituzione della Repubblica italiana 1947
Fonte immagine: bordeline24.com

La suggerisco come lettura utile per chi lavora con le parole, perché è un manifesto programmatico della leggibilità.

Non è solo il  testo legislativo. La Costituzione è un testo scritto in un momento della storia linguistica italiana in cui il 60% della popolazione non aveva capacità di comprensione dei testi. A proposito di storia linguistica italiana: come l’ha raccontata Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, nessuno mai.

Il Professor De Mauro – che vorrei tanto chiamare “il buon Tullio” senza mancare di rispetto – ci ha insegnato che l’indice di leggibilità di un testo è legato a due fattori: la presenza del vocabolario di base e la brevità dei periodi sintattici.

  1. Per quanto riguarda il primo fattore, il lessico della Costituzione si compone per il 74% del vocabolario di base.
  2. Per quanto riguarda il secondo fattore, i periodi sintattici della Costituzione hanno una media di 19,6 parole per frase.

“Una prestazione eccezionale”, commenta il buon Tullio nella sua introduzione al testo, soprattutto se consideriamo che si tratta di un testo normativo italiano, dunque esposto ai rischi del burocratese, l’antilingua di calviniana memoria.

Oggi, ai tempi di SEO e blog, il testo della Costituzione avrebbe ottenuto un elevato punteggio di leggibilità da WordPress Yoast.

La Costituzione del ’47 ci può suggerire, insomma, che scegliere parole di massima accessibilità di lettura non è soltanto difficile: è un mestiere.

Per questo, l’unico testo legislativo italiano di straordinaria chiarezza può essere, forse, l’esempio definitivo del vero, complicato e pazzo lavoro che sta alla base di ogni scrittura retribuita: la domanda “Per chi scrivo?”.

L’allestimento del testo comincia, o dovrebbe cominciare, dopo questa domanda. Le parole sono tutto ciò che sta in mezzo. Montarle è “uno sporco lavoro”.

è uno sporco lavoro
Foto di Simone Volpini
45 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare questi HTML tag e attributi:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>