“Ai spik Inglish. Giast a bbitt”

“Gli italiani non sanno l’inglese”. Non siamo un po’ stufi di dircelo e sentircelo dire?
In questo articolo troverai:

  1. Una sintesi di alcuni dati già noti e disponibili in rete;
  2. Una selezione di testimonianze su esperienze scolastiche;
  3. Una riflessione sui rapporti fra italiano e inglese in Italia;
  4. Un suggerimento.

“Il problema degli italiani che non sanno l’inglese e se ne vantano”

Questo è il titolo di un articolo uscito nel corso di quest’anno su Linkiesta.it. Questo, il riassunto:

“Una vergognosa classifica mette l’Italia nei piani bassi in tutta Europa. Qui l’inglese si parla male.”

I dati

La classifica a cui Linkiesta.it fa riferimento è quella del Report EF EPI 2017 (Education First – English Proficiency Index), il più ampio rapporto internazionale sulla competenza dell’inglese nel mondo. L’edizione di quest’anno ha preso in esame 80 Paesi. Se nella panoramica globale non siamo messi poi così male in questa “classifica” (33 su 80), restringendo la ricerca ai dati relativi all’Europa, abbiamo questo profilo:

EF EPI 2017 Europa
Fonte: https://www.ef-italia.it/epi/regions/europe/

I livelli di competenza sono indicati nel Rapporto con cinque colori differenti che corrispondono a: alto – buono – medio – basso – molto basso. L’Italia, al ventitreesimo posto di ventisette, se la cava per il rotto della cuffia entrando per ultima nella serie verde (livello medio), appena un passo prima di sprofondare nell’imbarazzo dell’insufficienza.

Il documento completo, che spiega nel dettaglio anche la fonte dei dati e la metodologia utilizzata per il calcolo e l’analisi, è scaricabile qui.

No English, no Job

inglese lavoro
Fonte: cbsnews.com

Primo Maggio 2017: in occasione della Festa dei Lavoratori, ABA English ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta fra oltre 5.700 persone di diversi Paesi, di cui 1.900 italiani. Lo studio rivela che:

  • Il 40% degli italiani dichiara di avere perso almeno un’occasione lavorativa a causa del proprio livello d’inglese.
  • I cosiddetti “Millennial” e la “Generazione X” – cioè le fasce di età tra i 20 e i 45 anni – sono i più danneggiati sul piano professionale: in questo caso, il 54% di loro dichiara di essere stato penalizzato nel lavoro a causa di un’inadeguata competenza in inglese.
  • L’inglese è la lingua più richiesta sul posto di lavoro per il 76% degli italiani.
  • Le persone più giovani studiano l’inglese per lavoro, mentre le persone sopra i 45 anni per ragioni personali.

Leggi il comunicato di ABA English.

Eppur siamo studiosi!

Sempre secondo le indagini di ABA English, il 42% degli italiani studia l’inglese da più di tre anni. Il 59% dichiara di dedicare allo studio almeno 2 ore alla settimana.  Leggi il comunicato di ABA English.

Nel più recente degli articoli che sono riuscita a trovare sull’argomento specifico, si legge invece che il 26% degli italiani studia l’inglese da oltre dieci anni, un dato che sembra superare la media mondiale (21%).

L’inglese nell’esperienza scolastica

inglese noioso
Fonte: helendoron.it/branch/ascoli
  • “L’inglese l’ho studiato a scuola, conosco la grammatica, ma non riesco a comunicare come vorrei!”.
  • “Sì, l’inglese un po’ lo parlo … Cioè, diciamo … un inglese scolastico!”.
  • “L’inglese lo so, ma quando vado all’estero mi sento in imbarazzo a parlare … “.
  • “A scuola la mia prof me lo ha fatto odiare“.
  • “L’inglese ormai è indispensabile, mio figlio è ancora in tempo, io ormai …”.
  • “Voglio che mio figlio abbia le opportunità che non ho avuto io”.

Queste sono alcune delle testimonianze che ho personalmente raccolto fra i genitori dei bambini e dei ragazzi che frequentano i nostri corsi Helen Doron® English nel Learning Centre di Ascoli Piceno.

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A proposito di ragazzi: ci risulta che per molti di loro l’inglese è una materia scolastica da studiare (e basta!), affrontata con disagio. Ne ho parlato qui: “L’inglese dei ragazzi a scuola. Cosa manca?“.

L’inglese, e i paladini dell’italiano

Dante Bronzino
Agnolo Bronzino, Ritratto di Dante – Fonte: uffizifirenze.it

Poi ci sono i custodi della lingua di Dante: “L’italiano prima di tutto!”, “L’italiano è la lingua più bella del mondo!”. Ma che significa “bello”, riferito a una lingua? Diciamo piuttosto che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo (e anche che alcuni stranieri la conoscono meglio di alcuni italiani).

Sono un’insegnante. Ho insegnato a lungo l’italiano come lingua seconda, cioè a stranieri in Italia. Era, ed è, il lavoro per il quale mi sono formata all’Università per Stranieri di Siena, ambasciatrice di lingua e cultura italiana nel mondo. Di lingua e cultura italiana nel mondo, non di campanilismo.

Guardo al linguaggio e alle lingue, e seguo i dibattiti relativi, con una formazione da linguista. L’impronta di questo lungo apprendistato è rimasta. I linguisti studiano l’evoluzione della lingua sul piano fenomenico, non sono favorevoli all’intervento normativo. Chi non sa e vuole capire meglio, può leggere Luca Serianni.

Qui non si parla di anglofoni e anglofili, ma di distinguere tra internazionalizzazione e provincialismo.

Ci vuole la Testa

Molti ricorderanno i tempi di Dillo in Italiano, l’importante petizione sottoposta nel 2015 da Annamaria Testa all’Accademia della Crusca a favore di un uso più attento della lingua italiana da parte di chi ha ruoli e responsabilità pubbliche.

Accademia della Crusca
Archivio Digitale dell’Accademia della Crusca – Fonte: adcrusca.it

Attenzione: non si trattava di una campagna contro l’uso dell’inglese! Si trattava, invece, dell’invito gentile di Annamaria Testa – una delle firme più note e stimate nel mondo della comunicazione per l’impresa e della creatività, autrice di Nuovo e Utile – al buonsenso nell’impiego di termini inglesi che hanno parole corrispondenti altrettanto efficaci in italiano.

Si trattava, semmai, di un’esortazione a riflettere sulla diffusione dell’itanglese (valgano come esempi la scelta di “form” quando si può dire “modulo”, “jobs act” quando si può dire “legge sul lavoro”, “show” quando si può dire “spettacolo”).

In un’intervista rilasciata a La Nazione, la Testa (che l’inglese lo parla) ha dichiarato: “Essere bilingui è un vantaggio, ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano. In un Paese che parla poco le lingue straniere, questa non è la soluzione, ma è parte del problema”.

A mio avviso, l’itanglese – questo singolare, spassoso intruglio di italiano e inglese – è spesso il problema di chi non padroneggia consapevolmente né l’uno né l’altro.

Le lingue sono tutte importanti?

Sul piano dei poteri politici dominanti, e quindi del prestigio sociale di cui ora una, ora un’altra lingua gode lungo la storia umana, e quindi anche sul piano dei riassetti economici, e quindi anche sul piano della distribuzione demografica: evidentemente no.

Il latino è stato l’idioma universale, finché l’Impero Romano è stato in grado di governare i territori conquistati (lingua del potere, potere della lingua…). Poi ha iniziato a “imbarbarirsi” – secondo i dotti di allora, amanti della norma tanto quanto i dotti di oggi, – confluendo nella “corruzione” del latino volgare, madre biologica delle lingue romanze odierne. Fra queste, c’è il nostro “italiano bello”.

Se invece pensiamo alle lingue come a un prodotto sociale, a manifestazioni di identità e costruzioni di pensiero, saremmo forse in grado di dire chi di noi è l’individuo più importante?

Facciamo così:

Affiniamo l’italiano, miglioriamo l’inglese

Di imparare si tratta, in entrambi i casi, e di rimanere in ascolto e osservazione. A tutte le età. Infine, se crediamo che ne valga la pena, non escludiamo l’ipotesi di continuare ad arricchire anche con altre lingue la nostra identità e il nostro pensiero, che non è né più né meno importante di quello degli altri.

Mirò - Costellazione amorosa
Joan Mirò, “Costellazione amorosa” – Fonte: restaurars.altervista.org

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Pubblicato in Analisi, Inglese, Italiano

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