“Come non scrivere”. Claudio Giunta a Rai Radio 3

È meglio se scrivo come si deve e ci metto le parole difficili, o se non scrivo per niente? Scrivo.
(Nanni Moretti, rivisto per l’occasione)

«Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura».

Questa è la citazione di Stephen King con cui Claudio Giunta ha deciso di aprire il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa.

Claudio Giunta, Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano, UTET 2018, pp. 336.

claudio giunta

Il libro nasce dalla sua esperienza di insegnamento all’Università di Trento e raccoglie per i suoi studenti, e per tutti i lettori interessati, le regole di base per evitare gli errori più comuni nella scrittura argomentativa.

Mettiamoci l’anima in pace subito: la lettura di questo libro non insegna a scrivere (quale libro lo fa?). Anzi, il Prof. Giunta ha organizzato all’università dei corsi di non-scrittura, perché, dice  lui, “è più facile insegnare non la verità, ma l’errore”. Come? Leggendo tanti esempi di testi brutti. Fortunatamente, aggiungo io, fonti di questo tipo non mancano.

Intervista in diretta, sotto la pioggia

Oggi pomeriggio Claudio Giunta è stato ospite di Fahrenheit, il bel programma di Loredana Lipperini su Rai Radio 3. L’intervista è andata in onda subito dopo la musica di Paolo Conte e io l’ho ascoltata mentre guidavo sotto la pioggia.

Automobilista distratta sul raccordo autostradale 11. Piovono pensieri mal manovrati.

radio 3
Photo by Mario Calvo on Unsplash

L’intervista, così come il libro, è una miniera di spunti utili a tutti noi, “scriventi” e “scrittori”. Voglio condividerli in questo articolo, elaborato quasi in diretta e scritto poco dopo, appena raggiunta la scrivania.

È la prima volta che non dedico tempo e attenzione a una ricerca più approfondita di fonti e link, alla scrittura e riscrittura del testo e all’editing, al controllo della lingua. Tanta è la voglia di raccontare quello che dice Giunta nell’intervista, che faccio il contrario di quello che suggerisce Giunta nel libro.

La lingua come si deve

A scuola ci hanno insegnato a scrivere come si deve. Ma come si deve?

Ci hanno fatto leggere Primo Levi e Italo Calvino, autori dalla penna limpida. Eppure, quando scriviamo, tendiamo a non considerare la limpidezza come esempio di buona scrittura. Siamo tentati, anzi, di scegliere l’opacità di un linguaggio di maniera barocca. Il rischio, detto come lo direi io (e ora lo dico), è quello di attorcigliarsi nel cappio di scelte linguistiche che poi non sappiamo governare.

Perché gli italiani leggono Levi e Calvino e tentano di scrivere come Gadda?

Sembra un problema di ipercorrettismo: la scuola, impegnata ad arginare l’italiano decisamente troppo colloquiale che viaggia sulle bocche dei ragazzi, finisce col promuovere una lingua di plastica. Succede, allora, di premiare gli studenti che imbellettano i propri scritti con una lingua involuta, concettosa, piena di paroloni (o “parolone” come ha detto Giunta in radio? Adesso mi è venuto il dubbio, dopo vado a controllare …). Scambiamo così il contorsionismo linguistico con la capacità di scrittura.

Lingua, scrittura, identità

Vorremmo scrivere bene. Ci hanno detto che scrivere bene è essere corretti e composti. Noi ci teniamo tanto a essere corretti e composti, perché abbiamo bisogno di soddisfare l’umano bisogno di ascesa sociale.

D’altra parte, la lingua è un atto di identità. Questo, anche se non c’era bisogno di ricordarlo, me lo ha ricordato Vera Gheno, la sociolinguista che gestisce l’account Twitter dell’Accademia della Crusca, in suo recente intervento a Play Copy 2018.

vera gheno
Vera Gheno a Play Copy 2018 by Pennamontata. Fonte: twitter @ludolingua

Vada dunque per il bello scrivere, se ci fa belli al mondo. C’è un problema: nella costruzione della nostra identità linguistica, e quindi sociale, maneggiamo l’antico idioma con minore naturalezza di quella che abbiamo nel modo di esprimerci tutti i giorni e finiamo col confezionare testi simili alla lettera di Totò.

Carta, calamaio e penna: « … veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, …»

totò
Fonte: http://www.antoniodecurtis.com

A me viene subito in mente l’italiano popolare. Un’associazione mentale forse impropria, ma non fa niente. La nomenclatura “italiano popolare” è stata suggerita da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Il primo lo definiva come «il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale». Il secondo come «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto».

L’abito della festa e i vestiti di tutti i giorni

Diamo una mano di belletto alla lingua: “vi sono” al posto di “ci sono”, “tipologia” al posto di “tipo”, “aspettualità” al posto di “aspetto”, “esemplificazione” al posto di “esempio”. Così nelle circolari ministeriali, così nei testi dei ragazzi a scuola, nella convinzione che impressionare chi legge significhi scrivere diversamente da come si parla, cosa che è vera in parte: la pianificazione del messaggio, la vigilanza sulla sintassi, l’attenzione alla punteggiatura sono alcuni degli aspetti che distinguono l’italiano scritto da quello parlato, ma per scrivere bene non è necessario indossare tunica e coturni.

Se proprio vogliamo sforzarci di imitare modelli letterari nei nostri scritti, imitiamo la chiarezza e la semplicità dello stile di Natalia Ginzburg: leggendo Le piccole virtù, il lettore capisce, quindi si compiace, quindi si diverte.

Ma allora Joyce?

Durante l’intervista a Claudio Giunta, un ascoltatore fa questa domanda in diretta con un sms. Già, che ce ne facciamo di Joyce?

«Joyce non ha bisogno del mio libro», risponde Giunta. Ma soprattutto: Joyce scriveva romanzi. Posso non capire l’Ulisse, ma devo capire una circolare ministeriale, o una legge. Di scrittura argomentativa qui si parla, e bisognerebbe saper distinguere gli obiettivi di ogni registro dell’italiano, e avere ben chiaro il destinatario.

Tuttavia anche molti narratori di oggi potrebbero aver bisogno di leggere Come non scrivere, per non prendersi troppo sul serio e tornare a dare un’occhiata allo stile di Vitaliano Brancati, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Camilla Cederna, Indro Montanelli, e a un esempio di prosa anglosassone trasparente: George Orwell.

«Solo gli insicuri sanno sempre tutto»

«Ci vergogniamo di non sapere le cose», dice il Prof. Giunta, che ha confessato di aver scoperto soltanto alla fine dell’università che “arrugginire” si scrive con due “r” e due “g”.

Non c’è niente di male ad avere dei dubbi e questo vale anche per gli insegnanti, spesso imbarazzati all’idea di non saper rispondere alle domande degli studenti (e non solo degli studenti). La lingua va meditata e il giorno dopo si può dare una buona risposta. Basta avere voglia di cercarla.

Polare, rispetto all’ignoranza, è l’arroganza di quelli che sanno sempre tutto.  Fra l’antipatia dell’arroganza e il candore dell’ignoranza, Giunta sceglie il secondo. Perché all’ignoranza c’è rimedio, se c’è voglia di rimediare.

Essere modesti e cortesi, insomma, è un buon atteggiamento per scrivere meglio.

Il libro di Giunta va letto. Anzi no, seguiamo il consiglio di limitare l’uso dei verbi passivi: leggete il libro di Giunta.

A proposito di buoni consigli sulle forme verbali e su molte altre insidie linguistiche: teniamo sulla scrivania anche l’agile Guida di stile di Luisa Carrada (Zanichelli 2017). Ma questo libro l’avevo già segnalato.

L’intervista integrale a Claudio Giunta adesso si può ascoltare sul podcast di Rai Radio Tre.

Come non ringraziare

Della genealogia dei nostri parenti, amici e cani, non interessa a nessuno. Dei grandi autori morti, nemmeno, se li citiamo per far vedere che li abbiamo letti.

Allora io ringrazio Paolo Conte perché, poco prima di imbattermi nell’intervista a Claudio Giunta su Rai Radio Tre, stavo ascoltando “La vera musica” in macchina, sotto la pioggia.

Aggiornamento del 22 febbraio

Un lettore mi ha scritto che questo articolo è un po’ difficile da leggere. Mi piacerebbe riscriverlo, ma per ora facciamo così: se è difficile, ecco un altro esempio di “come non scrivere”.

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