Gestire il tempo (e le idee). Confessioni semiserie di una manager insospettabile

In breve

Quanto è bello depennare le cose che hai fatto dalla lista delle cose da fare? E quanto è brutto scoprirsi a contare se sono di più o di meno di quelle che devi ancora fare?

In questo articolo, attraverso il racconto, personale ma non troppo, delle mie ultime tre settimane, ti parlo di strumenti e metodi per la gestione del tempo e di come io li ho messi da parte.

Tempo di lettura stimato: dipende dal tuo metodo.

Gli elenchi e il caos calmo

Pietro Paladini, il personaggio protagonista del romanzo Caos calmo di Sandro Veronesi (Bompiani, 2005), un giorno comincia a scrivere elenchi, seduto su una panchina del parco davanti alla scuola di sua figlia. Raccoglie elenchi di qualsiasi tipo: elenco delle compagnie aeree con cui ho volato, elenco delle ragazze che ho baciato, elenco dei traslochi che ho fatto, elenco delle comete che ho visto.

Lui lo fa, credo, per un bisogno di normalità e di sicurezza, dopo una tragedia che gli ha sconquassato la vita come un pugno sui denti preso alla sprovvista.

Io, nella mia commedia quotidiana, lo faccio da sempre.

Cose che ho fatto nelle ultime tre settimane di lavoro

1) Ho scritto

  • 2.891 parole per articoli di blog.
  • I contenuti giornalieri per due pagine e un gruppo Facebook.
  • Una newsletter.
  • I testi di tutte le pagine di un sito.
  • I testi di due nuove pagine del mio sito.
  • 0 (zero) articoli nel mio blog. Ma oggi un paio di migliaia di parole le butto giù, via.

2) Ho fatto un viaggio di lavoro

Ho partecipato come manager a due giorni di conferenza internazionale Helen Doron® English a Baveno, sul Lago Maggiore.

La signora Helen Doron, CEO e fondatrice dell’organizzazione che porta il suo nome dal 1985, era in gran forma.

Io, invece, sono tornata a casa con la febbre, il raffreddore, il mal di gola e la tosse dopo aver:

  • Stretto la mano a Helen che, mentre eravamo in posa per la foto di rito, mi ha chiesto dov’è Ascoli Piceno.
  • Conosciuto colleghi provenienti da tutto il mondo e capito qualcosa in più del mio lavoro.
  • Frequentato due seminari con due titoli che ancora non riesco a ricordare senza andare a rileggerli: “Picking a Winner Every Time. Alternative Approaches to Sales” e “Finding Mr. or Ms. Right Online. Social Networking Strategies to Generate Qualified Leads”.
  • Ascoltato il discorso di Steve Yastrow sull’arte della conversazione persuasiva, raccontata nel suo libro Ditch the Pitch (BookBaby, 2014), di cui Seth Godin ha detto: «This book will give salespeople the courage to be human» (grassetto mio).
  • Mangiato vegano, mio malgrado, ai pranzi aziendali.
  • Concluso la trasferta con una tappa personale a Milano, dove ho sentito il bisogno di riaffermarmi come umana semplice, con un pranzo a base di ossobuco e polenta, e una chiacchierata con amici.

3) Ho preso decisioni

Ho ufficializzato il programma del prossimo Summer Camp, un progetto che mi sta sempre a cuore, tanto, e che mi impegna più di altri. Per questo progetto ho:

  • Preparato le domande di un sondaggio online da mandare a tutte le persone che hanno partecipato alle precedenti edizioni.
  • Analizzato i risultati del sondaggio e riflettuto su che cosa ha funzionato e che cosa si può migliorare.
  • Inserito un elemento di novità nel programma.
  • Calcolato i rischi della novità.
  • Preparato il foglio Excel della simulazione di costi e ricavi.
  • Parlato con tutti i collaboratori.
  • Trattato con la struttura ospitante.
  • Preparato tutto il piano della comunicazione.
  • Avuto paura di non fare le scelte giuste.

4) Ho selezionato personale

Ho scelto due nuovi collaboratori, dopo aver:

  • Ragionato di nuovo e a lungo su curriculum e “soft skills”.
  • Preparato uno schema di domande con l’obiettivo di ottenere le informazioni che quasi mai trovo nel curriculum. Per esempio, chi è la persona che ho davanti, cosa pensa, e quali valori potrebbe portare.
  • Fatto una serie di colloqui con candidati molto, molto diversi fra loro.
  • Avuto paura di non fare le scelte giuste.

Cose che ho fatto nelle ultime tre settimane di vita privata

1) Ho iniziato a organizzare il trasloco in una nuova casa, tutta da arredare pezzo per pezzo, dopo quattro anni in cui ero riuscita a starmene buona a un indirizzo fisso. “Trasloco”, ho scritto “trasloco”; non è una parola leggera da leggere con leggerezza. Occorre ricordare che il trasloco è una delle principali cause della depressione, insieme al lutto e al divorzio?

2) Ho scelto il letto Ikea e il colore “Verde Sierra” di una parete della camera insieme al mio compagno, che poi è anche la persona che trasloca insieme a me.

3) Sono andata regolarmente alle mie lezioni di tango argentino del lunedì sera, alla pratica del giovedì sera e alle milonghe del fine settimana, portandomi a casa un piacevole dolore all’anca destra e peggiorando il raffreddore che avevo.

4) Ho fatto la mia spesa al supermercato per preparare il cous cous alle verdure, rituale delle cene con i miei amici.

C’è ancora tempo (per gli elenchi e per il panico)

Di libri e articoli sulla gestione del tempo, ce ne sono in quantità. Io ne scrivo da apprendista e ti racconto come è andata con i metodi che conosco.

La Tecnica del Pomodoro

tecnica del pomodoro
Fonte: francescocirillo.com

La Tecnica del Pomodoro è un metodo di gestione del tempo ideato alla fine degli anni ’80 da Francesco Cirillo.

È semplice: dividi il tempo in porzioni di 30 minuti, di cui 25 da destinare al lavoro e 5 alla pausa. Imposti il timer a 25 minuti e ti metti al lavoro, senza cedere ad alcuna distrazione, né accettare interruzioni. Dopo 4 pomodori consecutivi, ti meriti una pausa dai 15 ai 30 minuti.

Con me non ha funzionato. Il mio timer, che tengo ancora sulla scrivania dell’ufficio, è rotto dal giorno in cui ho perso la pazienza.

Il Metodo GTD®

«Your mind is for having ideas, not holding them» (David Allen)

Il Metodo GTD® (Getting Things Done) di David Allen per un po’ mi ha attratto, perché è rigoroso e spietato. Aiuta a osservare, analizzare, contenere, controllare e padroneggiare il flusso di lavoro, in quest’ordine.

Riassumo a modo mio le cinque fasi del flusso di lavoro:

1. «Capture. Collect what has your attention»

Raccogli in un contenitore tutto ciò che cattura la tua attenzione, idee, brandelli di pensieri, intuizioni, qualsiasi cosa da fare nel lavoro e nella vita privata, dagli articoli da scrivere per il prossimo progetto al tavolo da comprare per il soggiorno.

2. «Clarify. Process what it means»

Esamina il materiale collezionato e mettilo in ordine, smistando le azioni che puoi fare e quelle che puoi delegare, le date e le scadenze. A proposito di delegare: ci ho messo circa un anno per imparare a farlo senza patire e, comunque, in alcuni casi ho toppato nella scelta di chi e cosa.

3. «Organize. Put it where it belongs»

Organizza le azioni dentro delle liste. Per esempio, crea liste ordinate per categoria (telefonate da fare, e-mail da inviare, acquisti, letture, riunioni, …).

4. «Reflect. Review frequently»

Controlla con regolarità le liste per aggiornarle. Cose che hai fatto, cose che devi ancora fare, cose che puoi spostare dentro altre categorie. In sostanza, è come riordinare i cassetti dell’ufficio (o della camera, se preferisci)

5. «Engage. Simply Do»

Fai le cose che hai deciso di fare, in base a contesto (posso farlo qui e ora?), tempo necessario (quanto me ne serve?), energie fisiche e mentali (quanta febbre ho oggi?), priorità (cos’è più urgente?).

Applicazioni del Metodo GTD®

L’articolo di Anna Di Gennaro su Pennamontata aiuta ad applicare questo metodo a lavori di content marketing e copywriting. Nell’articolo c’è anche una bella infografica che riassume le fasi del flusso di lavoro secondo il Metodo GTD®.

Fra gli strumenti di supporto consigliati da Anna, io ho provato Trello e Remember the Milk. Ho tratto benefici soprattutto dal primo, che per qualche tempo ho cercato di usare insieme a una mia collaboratrice.

gestire il tempo con Trello

Tuttavia, anche il libro di Allen a un certo punto è finito in esilio, in questo caso sul mio comodino in camera da letto, prima di tornare nelle mani del suo proprietario, il mio compagno, e sprofondare infine dentro uno degli scatoloni del nostro trasloco. Lo ritroveremo, un giorno o l’altro, quasi certamente vicino al romanzo di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Il Bullet Journal

«The analog system for the digital age»: questa è la presentazione che compare nella homepage del sito ufficiale di Ryder Carroll.

È un semplice taccuino con pagine vuote da numerare e da dividere in sezioni con l’aiuto di un righello o di una squadra. Poi, dopo che hai fatto i conti con le tue abilità in disegno e geometria, ci scrivi l’indice di tutte le sezioni e i relativi riferimenti al numero di pagina. Un esempio di sezione è “Future Log”, cioè la vista generale sui prossimi mesi per gli impegni già definiti.

Tutto il resto è qui in questo video. Io sto ancora cercando di capire cosa lo distingue da altri sistemi di organizzazione (sono pronta a tutto, mi aiuti a capirlo?).

Il Metodo Konmari per la gestione dello spazio

“Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”. Perché non è mica solo una questione di tempo: gli oggetti, come i pensieri, affollano la mente.

Marie Kondō ha scritto Il magico potere del riordino (traduzione di F. Di Berardino, Vallardi 2014) per aiutarti a scegliere cosa buttare e cosa tenere di tutti gli oggetti che ingombrano la tua casa, il tuo ufficio e la tua vita.

Potrebbe tornare utile in fase di trasloco. Tuttavia, anche l’arte del “decluttering” non mi appartiene. Per questo non so dove mettere tutte le cose che porterò nella nuova casa e per questo ho il ripostiglio e l’archivio dell’ufficio colmo di cose che non servono, però ben ordinate. Non servono adesso, poi che ne sai.

Moleskine per sempre, senza squadre e righelli

Allora. Io scrivo con la penna. E uso l’agenda Moleskine, quella giornaliera da 12 mesi.

Sono almeno quindici anni che le colleziono. Perché non le butto mica, dopo averle usate. No, no, Signora Kondō, a me piace trattenere informazioni inutili, per esempio: in quale anno e in quale giorno della settimana ho fatto l’esame di linguistica italiana all’università; in quale luogo e in quale momento della vita mi trovavo quando ho annotato frasi come “Se perdi il treno delle 7.45, sei un’idiota”, “Correggi i compiti entro domani sera!”, “Impara a ragionare”. Mi servono.

Uso anche i taccuini Moleskine. A Firenze ho comprato il Professional Notebook con la copertina viola (ma a me piace dire che è color vinaccia), però sulle etichette finali delle “To-Do Lists” non ho scritto mai nulla. Alla stazione di Roma Tiburtina sono stata tentata, per ragioni ormai ovvie, dal Journal Home Life: “Dai alla tua casa una nuova dimensione”, dice la descrizione. Il mio compagno ha commentato «Ma per favore!».

Mi servo anche di post-it che attacco ovunque, pure sulle pagine dell’agenda stessa (e, se non ho a portata di mano quelli adesivi, li pinzo direttamente sulla carta).

Non ho un’organizzazione precisa, credo di non aver mai superato la prima fase del Metodo GTD®.

«Diane, temperatura 12 gradi, cielo leggermente nuvoloso»

Quando non posso scrivere subito quello che mi viene in mente, parlo e mi registro, con lo stesso tono di voce dell’agente Cooper nella prima stagione di Twin Peaks.

Fonte: Entering Twin Peaks, video YouTube by miontorus

Per esempio, ho preso appunti vocali per scrivere l’articolo su “come non scrivere“. Stavo guidando sotto la pioggia e ascoltavo su Rai Radio 3 l’intervista a Claudio Giunta. Sapevo che l’avrei trovata presto nel podcast del programma e che avrei potuto riascoltarla con calma, ma non sapevo se avrei ritrovato nella testa quello che stavo pensando in quel momento.

Va così. Io cammino (o guido) e parlo da sola. Lo faccio nonostante l’esistenza della Tecnica del Pomodoro, del Metodo GTD®, del Bullet Journal, del Metodo Konmari e di tutti gli altri che non conosco, che conoscerò e che userò per un po’ prima di accantonare.

Non ho un metodo

Molti colleghi e amici pensano che io sia costante, meticolosa e precisa nella mia pianificazione. Dev’essere perché mi vedono annotare qualsiasi cosa, o perché penso ad alcuni progetti di lavoro almeno sette mesi prima di realizzarli.

Invece sono pigra e vivo di folgorazioni, che avvengono perlopiù non sulla via di Damasco ma sul raccordo autostradale 11. Oppure, quando proprio sono in stato di grazia, seduta sopra il posto più intimo e rassicurante di casa mia.

Pare che Benjamin Franklin, le cui frasi sono fra le più abusate nella pratica delle citazioni autorevoli, abbia detto: «Se fallisci nel pianificare, stai pianificando il tuo fallimento». Sarà così?

 

Epic Fail

Il lavoro ai tempi delle “soft skills” (Storia di Anna, Bianca e Giacomo)

“Soft skills”: come valutarle nel mondo del lavoro? Come considerare la flessibilità e la creatività di una persona? Con quali criteri misurare la sua capacità di definire i propri obiettivi? Che dire, poi, del suo temperamento? Quale peso dare alla sua capacità di gestire il tempo, lo stress, i problemi, le relazioni?

Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei? 

curriculum
Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

Storia di Anna, Bianca e Giacomo

Anna, Bianca e Giacomo sono stati compagni di liceo. Insieme, hanno attraversato il pantano dell’adolescenza negli anni segnati dal rosso e dal blu della temuta matita a due punte.

In quegli anni, a scuola, la matita a due punte usata dai professori per la correzione dei compiti sanciva che l’errore ha due colori: rosso per gli errori di poco peso, perdonabili; blu per gli errori gravi e deplorevoli.

Il “Team Working”, quando non c’era

I tre amici avevano messo a punto un metodo di lavoro di squadra per smaltire le numerose versioni di latino e greco assegnate per le vacanze. Di solito, la lunghezza di ogni versione andava dalle 15 alle 20 righe, secondo i picchi di insofferenza della professoressa al proprio lavoro.

Anna, Bianca e Giacomo si riunivano per “sporzionare” il lavoro – così dicevano loro, “sporzionare”, come la pizza della ricreazione. Ognuno dei tre si occupava di una fetta di Cicerone o di Plutarco. Poi avveniva lo scambio delle competenze e il confronto.

Anna

Per ogni versione, Anna, che era quella con le migliori capacità di organizzazione del lavoro, aveva il compito più delicato di fare una prima lettura veloce per capire il senso generale e dividere il testo in tre parti, una per sé (di solito, la prima), una per Bianca e una per Giacomo, stando ben attenta che la distribuzione delle quantità di righe fosse equa.

Bianca

Dopo che ognuno aveva lavorato in autonomia alla propria porzione di testo, interveniva Bianca, che rileggeva tutto in sequenza e lavorava di sinonimi. La sua specialità, infatti, consisteva nel trovare la soluzione più adeguata per sostituire alcune parole e frasi in italiano, ed evitare così che le tre traduzioni risultassero identiche durante la correzione (l’esperienza insegnava che a traduzioni identiche veniva assegnato d’ufficio un tratto di matita blu).

Giacomo

Giacomo si occupava della coerenza dell’assemblaggio finale: il discorso filava o no? C’era una logica nella struttura delle frasi? Il suo forte, inoltre, era la contraffazione. Infilava al posto giusto qualche errore di poco peso (matita rossa), distribuito qui e là nei tre testi. Siccome Bianca, da sola, in latino e greco se la cavava meno bene degli altri due, per lei Giacomo decideva anche un bell’errore blu conforme ai suoi voti.

Il bello del “Team working”, quando non sai cos’è

lego serious play
LEGO® SERIOUS PLAY® Methodology – Photo by Rick Mason on Unsplash

Tempi e risorse risultavano ottimizzati, le capacità personali di ognuno arricchivano quelle dei compagni di squadra, le versioni di latino e greco andavano bene, ognuno raggiungeva il proprio obiettivo in maniera verosimile, e tutti e tre si godevano meglio le vacanze.

Ma c’era di più: in quelle riunioni, Anna, Bianca e Giacomo si divertivano da matti. Quando possibile, alcuni principi del metodo venivano replicati anche durante i compiti in classe, però con prudenza in alcuni delicati passaggi di informazione (Giacomo era il più prudente di tutti).

Alla maturità capitò la versione di latino, un brano dal De Architectura di Vitruvio. Anna, Bianca e Giacomo non avevano mai tradotto quell’autore prima di allora, né potevano in quell’occasione rischiare l’applicazione del metodo.

Se la sono cavata tutti e tre, è andata bene a ognuno secondo i propri mezzi, ma nessuno si è divertito, né ha qualcosa di bello da ricordare. Dopo la maturità, si sono persi di vista per un po’.

Anna, Bianca e Giacomo. Adesso.

Anna, Bianca e Giacomo si sono ritrovati diversi anni dopo. Adesso vanno a cena insieme il sabato sera, qualche volta anche con i rispettivi compagni (Giacomo si è sposato e ha un figlio, Bianca convive, Anna è sola). Si confidano, si aiutano, si raccontano le giornate. Qualche volta, per gioco, si “sporzionano” le versioni di latino e greco uscite negli ultimi esami di Stato. Sono un po’ arrugginiti con le lingue classiche, ma il metodo funziona ancora. Si fanno i “selfie” insieme su Instagram e su Facebook.

Anna

Anna si è laureata in lingue a Venezia, a pieni voti e in tempi rapidi. Dopo un dottorato di ricerca in scienze del linguaggio con una borsa di studio, ha fatto anche un master in traduzione e interpretariato, facendo nel frattempo una raffica di ripetizioni di inglese e tedesco a ragazzi delle scuole superiori. Ha tradotto diversi libri dall’inglese all’italiano e ha avuto degli incarichi come interprete in Germania. Infine è tornata in Italia, dove è rimasta senza lavoro.

soft skills
Photo from: 100musicalfootsteps.wordpress.com

Adesso Anna insegna inglese in alcuni istituti privati, fa qualche traduzione e, per il resto del tempo, si lamenta dello stato della cultura nel nostro Paese.

Bianca

Bianca non ha finito gli studi di architettura a Roma. Ha lasciato l’università e ha iniziato a lavorare come cameriera in un ristorante. Ha preso un monolocale in affitto e per diverso tempo ha fatto un po’ di tutto: segretaria, baby-sitter, barista, bigliettaia. Poi ha seguito dei corsi di formazione per diventare guida turistica e qualche corso di scrittura creativa. Ha viaggiato molto e ha imparato il tedesco grazie a un fidanzato di Colonia. Lavora saltuariamente e, se occorre, fa più di un lavoro alla volta. Legge molto, si nutre di letture di ogni tipo, cerca nel web qualunque cosa le serva.

soft skills
Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Adesso Bianca collabora con un’agenzia di marketing e comunicazione, dove cura l’organizzazione di eventi, ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Giacomo

Giacomo si è laureato in ingegneria informatica a Firenze. Non aveva voglia di completare la carriera universitaria e abilitarsi alla professione. Per questo, due mesi dopo la laurea triennale, ha trovato subito lavoro come programmatore nella ditta dove aveva fatto uno stage per la tesi. Ci lavora ormai da diversi anni, ha uno stipendio e un orario di lavoro che gli permettono di organizzare il proprio tempo da dedicare alle passioni di sempre (la chitarra e le escursioni in montagna).

soft skills
Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Adesso Giacomo comincia a essere un po’ stanco, non sopporta più il suo capo e il clima in ufficio non lo aiuta a lavorare bene. Per il momento si tiene il lavoro che ha (“di questi tempi …”), ma vorrebbe cambiare e ha iniziato a mandare qualche curriculum.

“Soft skills”. Perché è difficile parlarne

Scrivere di curriculum e “soft skills”, oggi, mi rimane difficile per due ragioni.

La prima ragione è che c’è già chi lo fa. In questa lista ho raccolto alcuni contenuti utili e ti ringrazierò se vorrai aiutarmi a tenerla aggiornata:

  1. Rudy Bandiera in un suo video su LinkedIn: Come costruire un curriculum efficace (30/01/2018);
  2. Riccardo Scandellari nel suo blog: Hai un ottimo curriculum? non basta! (13/12/2017);
  3. Francesca Contardi sul Sole 24 Ore: Soft skills: l’arte fin troppo sottovalutata di comunicare bene (05/10/2017);
  4. Livia Liberatore su Business Insider, Flessibilità, creatività e… Le “soft skills” sempre più richieste nei colloqui di lavoro (26/01/2017);
  5. Elena Dall’Amico per VHSM, Quali sono le Soft Skill più richieste dalle imprese? Indagine transnazionale sulle richieste del mercato del lavoro rispetto a professionalità medio-alte e migranti, (Report gennaio 2016).

La seconda ragione è che, rispetto a un po’ di tempo fa, sulla mia bilancia la pesa del curriculum ha un valore minore (minore, non inutile). D’altro canto, le “soft skills” sono, a prima vista, evanescenti e impalpabili. Che fare?

Quanto ce l’hai lungo, il curriculum?

Non lo nascondo: per un certo numero di anni ho lavorato al mio curriculum con insano e ottuso orgoglio.

“‘Soft skills’? Ma per favore! (e poi che roba è?)“. Nutrita di studi, provvista di titoli, definita da esperienze di lavoro pertinenti al mio profilo iniziale, quello per cui mi ero formata, io ritenevo di avere diritto di accesso preferenziale alle strade professionali che mi interessavano (fa ridere, vero? A me sì).

Non avevo capito niente. L’ho scoperto grazie a un nuovo lavoro. Il nuovo lavoro l’ho scoperto in un momento in cui stavo iniziando a percepire che qualcosa non funzionava e quindi a cambiare atteggiamento.

Il nuovo lavoro – che faccio con lo scrupolo e il senso di responsabilità che la natura mi ha dato in sorte, ma al tempo stesso con la pace dell’imperfezione e con la consapevolezza della provvisorietà di ogni condizione personale e professionale – mi ha portato a stare dalla parte di chi, i curriculum, li riceve. Mannaggia.

Grazie per la tua candidatura. Ma tu chi sei?

curriculum
Screenshot from Revolutionary Road (USA 2008). Source: rednow.com

Il mio archivio trabocca di curriculum ricevuti negli ultimi due anni. Rispetto al tipo di lavoro per il quale questi curriculum finiscono nel mio archivio, alcuni sono prestigiosi, altri modesti, altri imbarazzanti. Nessuno, tuttavia, mi fornisce informazioni davvero utili su chi avrò davanti al colloquio, motivo per cui al colloquio chiamo persone con curriculum prestigiosi, modesti e imbarazzanti.

In passato, sarei stata una candidata col curriculum prestigioso e arrabbiata con il mondo del lavoro: sono qui, granitica nel mio ruolo, e non mi sposto di un passo. Oggi, credo, sarei una candidata che tara e ritara il suo curriculum in base ai lavori che vuole fare e alle persone con cui dovrà parlare: sono qui, dimmi di cosa hai bisogno e mi impegnerò a farlo. Non è detto che ci riesca, però l’idea è questa.

In tutta sincerità, a volte faccio fatica anche adesso a “mollare il personaggio” (qualcuno dei miei amici più cari lo direbbe in un modo più franco, un modo che ha a che fare con un deretano e un manico di scopa). Però è importante togliersi la giacca, allentare i lacci delle scarpe, fare come quando torni a casa e nessuno ti vede, perché noi siamo soprattutto quello che facciamo quando nessuno ci sta guardando.

Bill Self picking his nose.
Bill Self picking his nose. Photo from: thebiglead.com

Il lavoro ai tempi del “Digital Personal Branding”

Dedico molta attenzione anche al tipo di vita digitale delle persone che vogliono lavorare con me e di quelle con cui voglio lavorare io. Voglio sapere, per esempio, quali canali usano di più e come li usano; che genere di contenuti pubblicano; cosa è di loro interesse; come si comportano sui social e come si esprimono quando commentano i post degli altri. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo su questo. Però è così. Se sei nel web, hai una responsabilità (se non ci sei, hai un problema).

Non saprei definire in maniera chiara e decisiva cosa sono le “soft skills” e perché sono determinanti per chi cerca lavoro e per chi cerca candidati, ma mi sono resa conto che, quando parlo con qualcuno per scopi lavorativi, misuro una delle “soft skills” con il modo in cui raccontiamo la nostra storia.

Sezionata e schedata in un curriculum, la nostra storia è piuttosto banale e noiosa.

Photo by rawpixel.com on Unsplash

Quello che abbiamo nel curriculum di Anna, Bianca e Giacomo è una radiografia del loro operato. Sappiamo cosa hanno fatto finora nello studio e nel lavoro. Ma come hanno determinato le loro strade? Con quale tipo di intelligenza hanno fatto le loro scelte? Che persone erano quando si scambiavano le versioni di Cicerone e Plutarco? In quali persone si sono trasformate negli anni successivi? Cosa hanno fatto affinché gli anni successivi fossero quello che sono stati e cosa hanno intenzione di fare affinché gli anni futuri siano quelli che loro vogliono oggi? Ma soprattutto: cosa vogliono oggi?

Non ho detto che è facile. Forse, Anna, Bianca e Giacomo non hanno ancora capito perché qualcuno dovrebbe scegliere loro e non altri. Il loro curriculum, in effetti, non lo dice o non lo dice abbastanza.

“You are not your resume”

Poi è arrivato Seth Godin e questo mio articolo non ha più speranza di servire a qualcosa. Qualche giorno fa, Seth ha pubblicato un post di 95 parole nel suo blog, il quale, al contrario del mio, possiede la grazia della sintesi e la dote della perseveranza.

“Where did you go to school?”

An interesting question, perhaps, but irrelevant to a job interview.

The campus you spent four years on thirty years ago makes very little contribution to the job you’re going to do. Here’s what matters: The way you approach your work.

What have you built? What have you led? How do you make decisions? What’s your reserve of emotional labor like? How do you act when no one is looking?

You are not your resume. You are the trail you’ve left behind, the people you’ve influenced, the work you’ve done.

Posted by Seth Godin on January 26, 2018

Sia benedetto Seth Godin. Potremmo citare il suo post nel nostro curriculum, alla nuova voce “Perché io“. Ma poi girerebbero migliaia di curriculum con la stessa citazione di Godin e saremmo tutti punto e a capo, chi cerca e chi recluta, chi manda il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e chi lo riceve con la speranza di trovare una storia nuova.

Quindi possiamo fare di meglio: raccontiamola a modo nostro. Sulla carta, nel web, nei colloqui di persona. Magari facendo attenzione al numero di parole, perché il mondo va più veloce di noi e non ha tempo, se la storia non è interessante.

“Intanto prendavamo contatti”. Come parlano i formatori

Qual è stato l’ultimo corso o evento di formazione a cui hai partecipato? Cosa ricordi? Cosa ti è stato più utile? In questo articolo ti racconto cosa ho notato in quelli che ho frequentato io. Troverai una riflessione su:

  1. Corsi ed eventi di formazione dedicati alla comunicazione nel web;
  2. Il rapporto fra chi compra e chi vende formazione;
  3. Come parlano i formatori nei loro corsi;
  4. Un problema che ho incontrato;
  5. Una soluzione che ho trovato;
  6. Una proposta indecente.

1. Svegliarsi la mattina con la voglia di partire

partire
Photo by Karsten Würth (@inf1783) on Unsplash

Negli ultimi due anni ho seguito 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale, in aula e online, nel settore in cui ne ho sentito più bisogno.

I temi ricorrenti di questi due anni a colpi di slides: digital personal branding, content marketing, social media marketing, tecniche di vendita e di persuasione, tecniche di scrittura digitale, gestione del team di collaboratori, gestione della relazione con il cliente, gestione delle proprie “skills”, gestione del tempo, gestione dei cattivi pensieri, e tante altre cose che iniziano con la parola “gestione”.

Come sopravvivere agli eventi di formazione

L’ho già scritto in un altro articolo: la formazione non serve a niente, se non produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

Scegliere gli eventi con parsimonia è la decisione personale di Cristiano Carriero, storyteller (“di mestiere, incolla le persone ai testi“). Per me è anche un ottimo consiglio da seguire, se non si vuole diventare ascoltatori stanchi e – aggiungo io – un po’ sfiduciati. Prendere pause di respiro dall’apnea degli eventi di formazione aiuta a sceglierli con maggiore lucidità.

Non tutti gli eventi di formazione favoriscono la crescita. Questo non è sempre e soltanto responsabilità del formatore, come non è sempre e soltanto responsabilità dell’ascoltatore.

Dove sta il punto di convergenza fra il bisogno di formazione dell’ascoltatore e il bisogno di fatturato del formatore?

2. “Buyer Personas”

Chi sono le persone interessate a compiere un’azione d’acquisto nel settore della formazione personale e aziendale? Cosa fanno? Qual è la loro giornata tipo?

buyer personas
Fonte: www.gamehouse.com

Prendiamo una persona che conosco, e di cui ho l’autorizzazione a divulgare i dati. Profiliamola, cioè creiamo un prototipo di pubblico potenziale basato sul suo profilo.

Per farlo, possiamo usare alcune voci della carta d’identità creata da Stefania Vignaroli in un suo articolo su Pennamontata. Io ne ho riviste alcune e ne ho aggiunte di nuove, allo scopo di ottenere un profilo più dettagliato su alcuni aspetti importanti che, nel tempo, hanno portato a ridefinire l’attuale “buyer persona” e a orientarne nuovi bisogni e obiettivi.

Informazioni personali

  • Nome: Unapersonacheconosco.
  • Età: 36.
  • Sesso: donna.
  • Dove vive: in un paesino costiero sul confine fra Marche e Abruzzo.
  • Dove ha vissuto: Roma, L’Aquila, Siena, Wolverhampton.
  • Famiglia: padre pensionato ex dipendente statale, madre insegnante statale, fratello ingegnere. Ha un compagno, ingegnere web per aziende. Non ha figli.
  • Formazione: laureata in linguistica, specializzata in didattica dell’italiano a stranieri.
  • Lavoro attuale: manager di filiale di un’azienda internazionale che vende corsi di inglese per bambini e ragazzi dai 3 mesi ai 19 anni.
  • Lavori precedenti: insegnante di italiano per stranieri in ambienti universitari.
  • Potere d’acquisto: medio.

Profilo

  • La sua giornata tipo: si sveglia fra le 7 e le 8 del mattino e accende il computer. Inizia la giornata lavorando principalmente a casa, a meno che non abbia appuntamenti con nuovi clienti o riunioni con i collaboratori. La mattina si dedica alla progettazione di campagne pubblicitarie e di eventi, alla creazione di contenuti web che raccontano e promuovono la brand aziendale, al controllo del database dell’attività, alle e-mail. Poi va in macchina ad Ascoli Piceno (a 35 km da dove abita), nella sede della scuola che dirige. Qui passa il pomeriggio a contatto diretto con i clienti, cioè i genitori degli iscritti. Torna a casa fra le 20 e le 21.
  • Dimestichezza con il computer: medio-alta.
  • Ha un suo sito web? Sì.
  • Gestisce siti web non suoi? Sì.
  • Quali social media utilizza di più? Facebook, LinkedIn, Twitter.
  • Esigenze: ha bisogno di sfruttare in maniera più consapevole ed efficace le proprie capacità di scrittura per adattarle alle dinamiche del web.
  • Obiettivi: vuole collaborare con agenzie di comunicazione per raccontare la storia di persone e aziende.
  • Timori: teme di scegliere eventi di formazione inadatti ai suoi bisogni e quindi di sprecare i suoi risparmi, il suo tempo e il suo entusiasmo.

Obiettivi e sfide

  • Cosa sta cercando: un formatore che non vuole venderle il suo ultimo libro o, se non ha scritto un libro, che non vuole il like ai post della sua pagina Facebook.
  • In che modo ottiene informazioni sulle proposte formative: leggendo blog, facendo ricerche su Google, ascoltando i pareri di amici e colleghi.
  • Come può aiutarla il formatore: con una formazione individuale.
  • In che modo può fidelizzarla il formatore: rimanendo un punto di riferimento, dopo la formazione, nel supporto al suo lavoro; coinvolgendola in progetti.
  • Quale tono di voce utilizzare: informale, ma non colloquiale; semplice, ma non semplicistico; autorevole, ma non pedante.

Il concetto di “buyer persona” è più ampio, più complesso, di quello di “target”. La “buyer persona” ha interessi, abitudini, convinzioni e credenze, comportamenti di acquisto, atteggiamenti sociali, approcci digitali e, fermi tutti: ha pure emozioni!

Profilare è sufficiente a convertire?

Se Unapersonacheconosco, e come lei anche le “personas” simili, è sempre stata ben disposta a investire tempo e denaro in formazione, ma oggi molto più che in passato tende alla diffidenza iniziale verso le offerta formative: evidentemente no, individuarla non è sufficiente a portarla all’acquisto.

L’esperto di marketing questo lo sa bene. Se è un serio esperto di marketing, poi, allora è esperto anche di altre cose.

“Chi sa solo di marketing, non sa niente di marketing”

Rovinata dal battesimo accademico in un settore assai lontano dal (e anzi ostile al) marketing, ho creduto a lungo che la verticalità della conoscenza fosse un punto di forza. Chiaramente mi sbagliavo e ho avuto la fortuna di accorgermene. Questo l’ho scritto in risposta a un post LinkedIn di Rudy Bandiera.

Quello che mi piace del marketing ben fatto è proprio il suo legame stretto con le persone.

Probabilmente, anzi, da umanista reduce e riciclata, che in passato spaginava trattati di sociolinguistica, di dialettologia e di filologia moderna, di antropologia, di semiotica – insomma, di tutte quelle scartoffie spesso polverose e incomprensibili che non servono a niente, – ho individuato un’area di intersezione ammaliante fra due sfere che prima visualizzavo distanti e non comunicanti: il marketing e il linguaggio. Meglio dire “linguaggi”, perché non di solo linguaggio verbale si tratta.

Resto, in ogni caso, una profana del marketing, sebbene per lavoro io ci faccia i conti quotidianamente e malgrado i corsi di formazione.

Unapersonacheconosco, quella che abbiamo profilato sopra con l’aiuto della carta di identità di Pennamontata, mi assomiglia in modo impressionante. Io e Unapersonacheconosco abbiamo in comune anche un brutto vizio, che ci rende pessime al prossimo: quando andiamo a un corso o un evento di formazione, ci cade l’occhio o l’orecchio su come parlano i formatori.

È a questo bivio che tu, Formatore, puoi farmi tua per sempre o decidere di rinunciare a una fetta appetitosa di quello che è o potrebbe essere il tuo mercato.

Photo by Mike Pellinni on Unsplash

3. Formatore, come parli?

Unapersonacheconosco è una molesta rompipalle. Questo si poteva sospettare già a partire dal suo profilo, prima ancora di averci a che fare. D’altra parte lei sa che, se non sta attenta a come si pone nel web e fuori dal web, corre il rischio di essere spiacevolmente assimilata al pubblico delle “maestrine dalla penna rossa del social networking” (che brutta cosa!). Peggio ancora, forse, c’è il rischio di farsi attribuire quel fastidioso snobismo salottiero, da nicchia morettiana ormai sconfitta e sorpassata.

Il Formatore, se vuole conquistare l’attenzione di Unapersonacheconosco e assicurarsi il suo coinvolgimento, dovrà quindi curare la sua comunicazione sotto diversi aspetti. L’obiettivo del Formatore, infatti, è bloccare l’attività schizofrenica di “scrolling” che Unapersonacheconosco compie quotidianamente col dito sulla homepage di LinkedIn, Facebook e Twitter (anche durante il corso di formazione).

Sono d’accordo con Riccardo Scandellari: come lo comunichi è più importante di quello che comunichi, «si tratta di trovare una propria “voce” che si faccia ricordare».

Costruire e mettere a punto uno stile comunicativo riconoscibile, e quindi un linguaggio proprio e inconfondibile, ha forse qualche relazione anche con la lingua che si sceglie di usare?

4. Potente è il linguaggio, ma la lingua?

C’è una cosa che ho notato in più di uno dei 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale seguiti negli ultimi due anni.

Nel “public speaking”, il Formatore ha un linguaggio potentissimo, fatto di gestualità e intonazioni provate e riprovate, di pause studiate, di domande mirate, di un repertorio di esempi collaudati, di risate e di silenzi del pubblico accuratamente previsti e orientati. Il Formatore è attento a quello che succede in sala; fa alzare e muovere il pubblico quando lo vede stanco; sa portare l’attenzione esattamente dove vuole e, se c’è un comportamento inatteso, sa come scansarlo o sfruttarlo, secondo il momento e il bisogno (suoi).

Michael Keaton in "The Founder"
Michael Keaton in “The Founder” (USA 2016) – Fonte: http://www.cinemum.net

Tuttavia, c’è spesso o quasi sempre una buccia di banana a intralciare la luccicante passerella del suo discorso: l’italiano. 

Anche a lui, Formatore consumato, può capitare di scivolare, che so, sulla coniugazione di un verbo all’imperfetto, per esempio: “prendavamo” al posto di “prendevamo”. Unapersonacheconosco, all’improvviso, si distrae dall’incanto dell’ascolto, come se avesse preso un pugno in faccia. Ma come? Le avevano detto che il Formatore è bravissimo!

Il Formatore, in effetti, è bravissimo nel suo mestiere. Sebbene le cose che dice non possano essere tutte interessanti né tutte sorprendenti per tutti gli ascoltatori presenti, sa di cosa parla e sa coinvolgere chi lo ascolta. Unapersonacheconosco, quindi, decide di non dare peso a una svista che è anche piuttosto diffusa, forse di origine regionale. Perciò torna a immergersi nell’ascolto di ciò che non sa, in cui non è competente. Ma, più avanti, il Formatore incappa in un’altra buccia di banana e scivola su “mettavamo”. Unapersonacheconosco comincia a stare scomoda sulla sedia. Poco dopo, il Formatore proietta una slide. La slide contiene una frase impataccata da un apostrofo, che spicca come un foruncolo su una faccia incipriata: “Qual’è la tua sfida?”.

Ma veramente, ancora ‘sta storia? Non può essere un’altra buccia di banana (magari è uno scherzo per vedere se stiamo attenti, o se abbiamo un’opinione). L’emozione di Unapersonacheconosco, in ogni caso, è ormai troppo forte: quella del formatore pare una trascuratezza sistemica. La spaccatura fra i due diventa più profonda, i rispettivi valori non sono più condivisi: è iniziata la crisi della fiducia.

Cosa fare adesso?

5. La Crusca risponde (se domandi)

Accademia della Crusca
Archivio Digitale Accademia della Crusca –
Fonte: adcrusca.it/

Quei pignoli dell’Accademia della Crusca, pensate, mettono a disposizione di tutti un servizio online di consulenza linguistica. Una redazione di linguisti dedica gratuitamente una parte del proprio tempo a leggere le domande degli utenti e a rispondere. Quando ho un dubbio, io vado lì. Se non trovo quello che cerco, sfoglio l’agile Garzantina di Luca Serianni.

Come molti formatori, anche quelli della Crusca hanno pubblicato un paio di libri, La Crusca risponde in 2 volumi, ma chiaramente non sono stati bravi a venderli.

Alla fine, io e Unapersonacheconosco siamo incerte se dare retta al quel vecchio articolo del buon Lercio: L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”.

6. La soluzione: allearsi

Dopo tutto, come mi è stato fatto opportunamente notare, a volte conviene conoscere un po’ meno l’italiano e avere intraprendenza e un’idea geniale per fare business? Io un’idea geniale per fare business non ce l’ho, ed è per questo che mi sento intimamente sollevata al pensiero che innovatori e avanguardisti del business un’idea ce l’abbiano.

In nome del sacrosanto principio della reciprocità, infatti, io voglio dare qualcosa in cambio: mi rendo disponibile a mettere due verbi al posto giusto nelle storie degli altri.

scimpanzè
Photo by Audronė Locaitytė on Unsplash

Stammi bene. 5 spunti per l’anno nuovo

Anno nuovo in arrivo: è la giornata mondiale dei bilanci e dei propositi. Misuriamo i risultati; valutiamo gli obiettivi raggiunti e mancati; profiliamo nuovi itinerari di viaggio e intenzioni di miglioramento.

misurare i risultati
Photo by patricia serna on Unsplash

In questi termini, io non ho né bilanci né propositi su cui ragionare. Dal mio punto di vista, a ognuno di noi sono successe delle cose quest’anno e ne succederanno delle altre nel prossimo. Alcune di queste cose sono state e saranno determinate dalla propria azione.

Pensare al tempo come a un flusso continuo, senza la spaccatura storica segnata da uno spumante di mezzanotte, aiuta a percepire la fluidità del cambiamento. Ciò non toglie la piacevolezza di un brindisi di Capodanno con i propri cari, purché non prevalgano pensieri cupi, quelle considerazioni spiraliformi che girano intorno a un problema che c’è, c’è stato, ci sarà, ci potrebbe essere, oppure che non c’è.

Sta’ bene e tutto andrà bene.

Ho trovato cinque spunti di riflessione per me che voglio condividere con te. Sarò contenta se alla fine vorrai fare altrettanto.

punti di vista
Photo by Krissana Porto on Unsplash

1. Dare un consiglio e seguirne due

Alla gente piace dare consigli di ogni tipo, richiesti e non.

 

Piace anche riceverne, ed è per questo che il web trabocca di domande e risposte su come fare qualsiasi cosa. Chiedi a Quora.

Quora è una piattaforma dedicata all’informazione fondata da due ex dipendenti di Facebook nel 2009 e resa accessibile al pubblico nel 2010, disponibile in versione italiana da maggio di quest’anno. Tutti gli utenti possono pubblicare domande e risposte su qualunque argomento. In altre parole, Quora è concorrente di Yahoo! Answers, ma ho notato che i suoi utenti sono più preparati e scrivono correttamente “Qual è?”.

I consigli ci servono.

Ci serve darli e ci serve riceverli. Forse più spesso ci serve darli; ci aiuta a sentirci utili. Ascoltare e seguire i consigli che riceviamo è più difficile. Sì, perché “nel mio caso però è un po’ diverso”. I nostri casi sono sempre tutti diversi da quelli degli altri, più complessi, meno definiti, predestinati, a volte ci piacciono perfino così: irrisolti.

cubo di Rubik
Photo from negativespace.co

Quest’anno ho dato e ricevuto una serie di consigli in ogni campo, come tutti. Voglio prendere la buona abitudine di scriverli e verificare, alla fine dell’anno, quanti ne ho dati (richiesti e non) e quanti ne ho ricevuti (ascoltati e seguiti). Sono abbastanza sicura che la prima lista tenderà a essere più lunga della seconda, perché la maggior parte delle volte ci piace consigliare agli altri ciò che abbiamo fatto o facciamo fatica a fare noi. Abbiamo bisogno di ricordarlo.

  • Per l’anno nuovo: stai zitto e ascolta più spesso.

2. Meno idee, più azioni

Il momento Eureka è bello. È appagante, è nutritivo, e arriva quando vuole.

eureka
Photo by Ben White on Unsplash

Carola Salvi, ricercatrice alla Northwestern University di Chicago, ha studiato i meccanismi neurali alla base del problem solving e della creatività, cioè cosa succede nel cervello quando “si accende la lampadina” (l’articolo è interessante, ne consiglio la lettura integrale).

La ricerca neuroscientifica è arrivata alla conclusione che, quando risolviamo un problema con un insight – un’intuizione, un’idea folgorante, – si attivano aree del cervello diverse da quelle coinvolte nel ragionamento analitico. Sembra che ad attivarsi sia piuttosto una parte dell’emisfero destro chiamata “giro cingolato superiore”. Tutto ciò che io so del mito dell’emisfero destro è quello che sappiamo in molti, e cioè che è specializzato nella percezione e nell’interpretazione globale e simultanea degli stimoli.

Un colpo d’occhio, insomma, e spunta un’idea.

C’è un problema con le idee, però, e ne parlavo un paio di sere fa con un mio amico: tutti abbiamo nuove idee ogni giorno e il più delle volte non possiamo fare a meno di condividerle.

HubSpot Academy – Content Marketing Course – Class 03. Generating Content Ideas

È difficile per noi tutti evitare di confondere un’intuizione utile con un peto spropositato del proprio ego. Questo, il peto, succede molto più spesso dei lampi di genio ed è un altro motivo per cui il web è ricolmo di idee originali.

Le idee più interessanti, forse, sono quelle che non inventano niente, ma che riutilizzano qualcosa che è stato già creato per un certo scopo, ne smontano e rimontano i pezzi, riqualificandolo per un’altra funzione. Però bisogna farlo bene, e per farlo bene bisogna allenarsi all’azione.

“An idea is nothing more nor less than a new combination of old elements” (James Webb Young)

  • Per l’anno nuovo: pensa di meno e fai di più.

3. Formarsi sempre, mai a tutti i costi

formarsi
Photo by chuttersnap on Unsplash

I titoli di studio che hai dicono che sei andato a scuola o all’università, non che ti sei formato. Tutti abbiamo studiato – poco, abbastanza, molto, troppo, questo lo sai tu. Poi c’è il campo aperto e minato dell’esperienza. Infine, ma non necessariamente in quest’ordine, c’è il tunnel dei corsi di formazione. Tu quanto spendi in formazione?

Li-Ka Shing è un imprenditore cinese di umili origini che oggi, all’età di 89 anni, si ritrova con un patrimonio stimato in circa 35 miliardi di dollari. In un articolo in inglese su Singapore Business Media, Li-Ka Shing suppone una modesta entrata mensile di 2.000 yuan e consiglia di destinarne il 15% alla formazione (libri e corsi).

Per completezza e accessibilità di informazioni, aggiungo che il consiglio di Li-Ka Shing sulla gestione delle proprie spese è quello di suddividere l’entrata mensile in 5 fondi (nell’ordine: spese di sopravvivenza, sviluppo delle relazioni, formazione, viaggi all’estero, risparmi e investimenti). I 5 fondi sono riassunti e commentati nell’articolo di Andrea Giuliodori su EfficaceMente.

Formarsi come?

La formazione è così importante che oggi, a ogni angolo del del web, inciampi in un’offerta di formazione. Tutti vendono formazione (pure io). Anche chi forma non dovrebbe smettere di formarsi a sua volta. Ma come? Ragioniamo su un utile di 1.000 euro al mese. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende da come e dove vivi quando non lavori. Li-Ka Shing ti direbbe di investirne 150 in formazione, quindi 1.800 all’anno. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende dai tuoi bisogni e dai tuoi obiettivi; quali sono?

In ogni caso, posto che tu voglia destinare una parte dei tuoi soldi alla formazione, devi decidere che peso darle e scegliere quella più adeguata al tuo profilo professionale e al tuo conto corrente – il rapporto fra i due elementi non è sempre di facile determinazione.

“O ti formi o ti fermi”. O fai una pausa.

Di questa frase non se ne può più. “O ti formi o ti fermi” è la frase-magnete che ci fa partire il sabato o la domenica mattina alle cinque per raggiungere la sede di un corso di formazione, di un seminario, di un convegno, (un “workshop” non ce lo mettiamo?), e ascoltare per un certo numero di ore una serie di relatori. Alcuni di loro vale la pena ascoltarli, altri no. Alcune giornate formative sono utili, altre no.

Formazione sì, ma è bene orientarsi e saper scegliere. Tu come scegli di utilizzare il tuo 15% di budget destinato alla formazione? Quali sono i tuoi criteri di valutazione?

o ti formi o ti fermi
Photo by NeONBRAND on Unsplash

Se ognuno di noi, mosso dal desiderio di migliorare le competenze che ha nel proprio settore di riferimento, o di crearsene di nuove per cambiare mansione o mestiere, desse retta a tutte le mirabolanti offerte formative che ogni giorno popolano la rete, spesso rese ancora più seducenti da promozioni in scadenza, “Iscriviti ora e risparmia fino al 50%!”, finirebbe col lavorare allo scopo di formarsi. Ma lo scopo della formazione non è anche guadagnare (di più)?

Inoltre: una volta ricevuto, e magari anche appeso, l’attestato del corso di formazione, sei formato? Cosa sai fare che prima non sapevi fare? Inizia a farlo tutti i giorni. Il suggerimento di Li-Ka Shing di investire il 15% del proprio denaro in formazione mi sembra valido se almeno il 10% viene convertito in pratica quotidiana di azioni progressivamente competenti e competitive.

La formazione non serve a niente, se non produce cambiamento

La mia impressione è che la formazione di un individuo sia piuttosto quella sua fisionomia impalpabile che – completati i corsi in aula e online, chiusi i libri e i quaderni di appunti, superati eventuali esami, conseguiti i titoli, ricevuti e magari anche appesi gli attestati, – si manifesta in un nuovo modo di ragionare e di agire, e quindi di vivere, che produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

  • Per l’anno nuovo: pianifica un paio di imperdibili corsi di formazione in meno e un paio di passeggiate di meditazione in più.

4. Mettere a frutto la fiducia (ma tu che frutto vuoi?)

frutta
Photo by Jakub Kapusnak on Unsplash

In alcuni dei corsi di formazione che ho frequentato negli ultimi due anni, ho sentito molto parlare degli atti di fiducia che sono alla base di ogni forma di negoziazione della vita quotidiana.

Costruire relazioni di fiducia richiede investimento di tempo, pazienza, emozioni, valori (denaro, in alcuni casi). Il ritorno è elevato, se investi bene. Investire bene significa mettere a frutto ciò che può dare frutto.

Ma tu che tipo di frutto vuoi? Un collaboratore efficiente, preciso e discreto al momento giusto, o un collaboratore intraprendente e creativo che abbracci il tuo progetto? Un capo che comprenda i tuoi problemi o un capo che sostenga la tua crescita professionale? Più clienti che comprano subito o più clienti che comprano a lungo? Un compagno indipendente, determinato, vitale e pieno di interessi da condividere con te e con gli altri, o un compagno partecipe, mite, tollerante e pieno di premure per te e per i suoi cari? Un amico che sappia ascoltarti o un amico che ti suggerisca la soluzione che stavi cercando?

“La botte piena e la moglie ubriaca” puoi averle entrambe, se di botti ne hai almeno due. Quando si tratta di fiducia, tieni sempre una botte per te. Fidarsi è bene, non sprecare è meglio.

  • Per l’anno nuovo: scegli il tuo frutto e individua la terra per coltivarlo.
fiducia
Photo by Warren Wong on Unsplash

5. “Rimanete per i vostri amici degli amabili pirla”

Lo ha detto Rudy Bandiera nel suo discorso al TEDx di Bologna, dove ha parlato delle sue 7 regole per vivere online. Ci ho trovato buoni spunti per una migliore educazione digitale, evidentemente ancora lacunosa in molti di noi (” … accadono cose online che non siamo in grado di interpretare poiché dieci anni fa semplicemente non esistevano. Mancano regole educative comuni”). In ogni caso, la frase sugli amici mi è piaciuta e la trovo valida e compiuta, anche estratta dal contesto in cui è stata formulata.

Io mi auguro di restare, per i miei amici e per i miei cari più intimi, quella delle serate del sabato alla vineria che ci piace, dei bollettini settimanali su WhatsApp, delle tragicomiche frasi profetiche, delle grigliate estive e delle spaghettate al mare, delle gite a Rocca Calascio con il pranzo al sacco.

Ti faccio lo stesso augurio, con le declinazioni che saprai dargli solo tu.

  • Per l’anno nuovo: meno manierati e più pirla, almeno a casa.
amici
Photo by Arthur Poulin on Unsplash

Conclusione

Oggi non ho niente da venderti perché è domenica 31 dicembre e sono in vacanza. Ma concludo con la doverosa call-to-action, cioè ti invito a compiere un’azione.

 Clicca qui per i miei auguri di buon anno 

Questo articolo è dedicato, in particolare, alla mia famiglia; a Simone; Fabio, Enrica, Marco, Gus; Simona e Melissa; Daniele; alle mie collaboratrici Chiara, Silvia e Arianna; alle persone che mi hanno aiutato fino a oggi.

Cambiare. Rilanciare i dadi della storia

Cambiare si può. Cambiare si deve.

Ci ho pensato oggi, che è stata una bellissima domenica di sole. Mi è sembrato il momento giusto per tornare a scrivere un articolo su Ludolingua, dopo un lungo periodo di assenza che ha portato tanti cambiamenti importanti. Questo articolo può essere utile a chi cerca o evita, vuole o teme, un cambiamento. Rilanciamo insieme i dadi del gioco.

cambiare
Fonte: ludolingua.info – Rory’s Cubes

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Il cambiamento fa parte della vita, su questo siamo d’accordo? Questa cosa ci piace o no?

Cambiare è lasciare la propria zona di comfort, quel posto comodissimo e sicuro che ci siamo creati su misura, dove accade solo ciò che possiamo controllare, compresi i disagi delle proprie prigioni mentali.

Cambiare è scompaginare un equilibrio sottile; mandare in frantumi uno schema noto; rompere il ciclo di un’abitudine; provare un’altra posizione nello spazio; barattare una certezza per un’incertezza; riaccettarsi e farsi riaccettare; alzare lo sguardo per avvistare una possibilità nuova. A volte siamo noi a cercare un cambiamento. Altre volte, è il cambiamento a trovare noi. In entrambi i casi fa paura. Se succede, ci si deve fare i conti.

“Lo so che lo sai, ma lo fai?”

Ciò che spaventa, del cambiamento, non è solo la marcia inarrestabile verso di noi di ciò che ancora non conosciamo, ma anche, forse soprattutto, l‘ipotesi di perdere qualcosa di importanza vitale. La sicurezza, per esempio. O la familiarità di una situazione già nota, qualunque sia. Ma, se si vuole cambiare qualcosa che non ci piace, come possiamo farlo senza cambiare prima il nostro modo di pensare?

cambiare testa
Fonte: freeimages.com

La sicurezza è uno stato mentale e la familiarità di cui ogni essere umano ha bisogno si crea e ricrea, continuamente.

C’è una cosa che non cambia, ed è la pasta di cui siamo fatti. La buona notizia è che la Natura ci ha dato una pasta modellabile.

Cambiare

Nel 2013 l’ho fatto. Dopo anni di vita e lavoro a Roma, fatti di corse quotidiane da una parte all’altra per andare a lavoro (in metro, in treno, in autobus, in macchina), di numerosi traslochi, di migliaia di ore di insegnamento, di scritture, di formazione didattica continua, di convegni, di incontri con belle e brutte persone, ho deciso di lasciare la Città Eterna per tornare dove sono nata. Perché volevo cambiare un po’ di cose.

“Tornare a casa”

Tornare è lasciare qualcosa per (ri)unirsi a qualcos’altro. Puoi abitare, lasciare e tornare in molti posti del mondo, ma “casa” è dove e come desideri svegliarti al mattino e rifugiarti la sera. Per quanto mi riguarda, la vita si costruisce o ricostruisce intorno a questa idea di casa.

cambiare terra
Fonte: freeimages.com

Benvenuta, Ludolingua!

Il 2 settembre 2014, giorno del mio compleanno, mi sono regalata l’apertura della partita IVA. Codice ATECO: “scuole e corsi di lingua”. Un regalo con notevoli costi di mantenimento, senza dubbio! Se sono ancora qui, è perché credo che il rapporto tra costi e benefici sia sostenibile.

In principio, ho portato in Ludolingua l’unica cosa che allora sapevo fare: insegnare. Più specificamente, insegnare l’italiano L2, cioè Lingua Seconda, cioè a persone in Italia che comunemente, o per capirci subito, siamo abituati a definire “stranieri”. Era, ed è, il lavoro per il quale mi sono formata all’Università per Stranieri di Siena, dove ho investito tempo, denaro ed energie. E amore.

studenti di italiano
Fonte: ludolingua.info – Studente si traveste e imita l’insegnante

Ma non ero più a Roma, crocevia di lingue e culture, meta di studenti universitari provenienti da tutto il mondo, di professionisti in viaggio d’affari, di religiosi e funzionari esteri degli ambienti pontifici e delle ambasciate, di ricchi turisti amanti dell’arte e della storia, di viaggiatori interessati a imparare per puro piacere personale la lingua simbolo della cultura nel mondo, di migranti dalle condizioni di vita più disparate.  Ero a casa, sulla linea di confine costiero fra Abruzzo e Marche, dove il profilo dello “straniero” è soprattutto quello dell'”immigrato”, che ha bisogno di imparare l’italiano per integrarsi, per lavorare, per una vita migliore di quella che aveva a casa; in una parola: per cambiare. Lingue, e vite, in gioco.

cambiare lingua
Fonte: ludolingua.info – Lingue in gioco. Foto scattata dai miei studenti

Ci sono tanti modi di insegnare una lingua. Il mio andava cambiato, adattato a una situazione nuova, a motivazioni e bisogni diversi. Ci ho messo un po’ per capirlo, e poi per farlo, riorganizzando metodi, approcci, contenuti e materiali di lavoro quasi da zero.

cambiare metodo
Fonte: freeimages.com

Ma dove?

Volevo fare a modo mio e mantenere bassi i costi iniziali di avvio e gestione, perché non sono ricca di famiglia né avevo accumulato ricchezze a Roma, dove avevo vissuto in affitto. Ho attrezzato una stanza al piano di sopra di casa mia, che è diventata così la sede legale e la piccola sede operativa della mia attività: una sola aula con angolo ufficio. Casa e bottega, per cominciare, mi andavano benissimo. Mancavano gli studenti.

“Scusa, Ludolingua chi?”

Un insegnante, di solito, non sa e non si chiede come siano arrivati in classe gli studenti che ha, quali siano le azioni esterne alla didattica che li hanno portati lì e non altrove (in un’altra scuola, per esempio). Un insegnante, perlomeno un insegnante che abbia sempre e solo insegnato, è quello che deve essere: un insegnante. Fuori dall’aula, di solito, sa fare poco altro. Soprattutto, un insegnante con alle spalle anni di formazione in ambienti accademici (specializzazioni, certificazioni, corsi post-universitari, …) ha quello che oggi considero un limite: una conoscenza verticale. È un esperto di qualcosa, magari perfino autorevole, conosce approfonditamente una materia, e viene reclutato per insegnarla. Per il resto, è più o meno ignaro di gestione e vendita in ambito formativo. Come vendere formazione? Ci vogliono altre competenze e abilità.

sales force
Fonte: ludolingua.info – Sales Force 2016 with Evolution Forum

Marketing, comunicazione, e lo sconfinato mondo del web.

Territori ostili a cui mi avvicinavo per necessità e con diffidenza. Di mio, ci ritrovavo soltanto le parole. E da quelle sono ripartita. Trovare le parole giuste per comunicare una presenza nuova a chi poteva essere utile. Mancavano altre conoscenze tecniche, me le sono procurate cominciando nel 2014 con Lisa De Leonardis.

Nel frattempo, i primi “nuovi” studenti: qualche adolescente figlio di migranti, piccolissimi progetti e laboratori nelle scuole. Quant’era difficile trovare studenti! Vivevo con il Sillabo di italiano per stranieri in una mano, uno degli attrezzi del mio mestiere, e un libro di marketing nell’altra, nuovo strumento per un nuovo mestiere. Avevo l’impressione che le due cose insieme non andassero ancora d’accordo.

Ludolingua e Helen Doron® English

Mi serviva un ambiente più adeguato. Volevo una scuola colorata, che si dedicasse all’insegnamento delle lingue.

cambiare
Fonte: helendoron.it/branch/ascoli

Durante la ricerca, mi sono imbattuta nella Helen Doron® English di Ascoli Piceno, uno dei circa 1.000 Learning Centres nel mondo affiliati al gruppo Helen Doron Ltd.: dal 1985 insegnamento dell’inglese a bambini e ragazzi dai 3 mesi ai 19 anni, con una metodologia didattica che ho sentito subito familiare. Devo la scoperta del mondo di Helen Doron a Simona Bossi, titolare del Learning Centre di San Benedetto del Tronto. Le avevo chiesto un’aula, mi ha dato una scuola.

Cercasi Manager

In quel momento, il Learning Centre di Ascoli Piceno, diretto da Simona e dalla sua socia Valentina, stava cedendo la gestione della scuola. Ho alzato la mano e ho colto l’opportunità. Questo non avevo proprio considerato di farlo … io Manager? “Che roba è?”.

cambiare lavoro
Fonte: ludolingua.info

7 settembre 2015: il mio primo giorno come Manager di Helen Doron® English, Ascoli Piceno. Ho pianto copiosamente, in segreto, all’incirca per tutta la prima settimana. Non mi ci vedevo.

Ho conosciuto altre persone con cui confrontarmi quotidianamente, che mi hanno aiutato a rimettere le cose in prospettiva. Melissa Dari, titolare del Learning Centre di Montegranaro e insegnante, mi ha fatto capire che dirigere e insegnare è estremamente difficile, ma possibile. E che poi, a un certo punto, si può scegliere di cambiare. Ci vuole coraggio.

Che fine ha fatto Ludolingua?

Non è che non avessi più tempo a disposizione per far conoscere Ludolingua nel territorio e incontrare altri nuovi studenti di italiano: anche se fossero arrivati, non avrei avuto tempo per fare con loro il mio lavoro di sempre!

Helen Doron® English aveva bisogno di crescere e la direzione del Learning Centre richiedeva più energie di quelle stimate, e anche nuova formazione specifica. Ludolingua finiva in cantina, io dietro una scrivania? Non se ne parla!

Cambiare è esserci in un’altra forma

Cambiare
Fonte: freeimages.com

Mi ci sono voluti un paio di anni per riconoscere Ludolingua dentro ogni cosa che facevo: nella gestione complessiva del Learning Centre, nelle linee guida di comportamento con le famiglie degli iscritti, nell’attenzione speciale che riservavo a ciò che accadeva nelle aule durante le lezioni, nel rapporto con gli insegnanti Helen Doron® English da coordinare e guidare, nell’organizzazione degli eventi della scuola, in ogni nuova idea per nuovi progetti, nell’accurato lavoro di comunicazione che occorre a ogni brand internazionale per restare forte e autorevole nel tempo in un mercato competitivo, e per saper cambiare al momento giusto.

Corsi di inglese Helen Doron
Fonte: helendoron.it/branch/ascoli – Clicca sull’immagine per leggere questo articolo

Con il tempo, poi (nemmeno tanto, direi), ho imparato – e continuo a imparare – l’arte della delega, decentrando una parte del controllo. Mi sono provvista di una buona collaboratrice, Chiara, che poi è anche insegnante. Ho speso del tempo per istruirla su cosa fare, riguadagnando un po’ del mio.

Va bene, ma l’insegnamento? Continuo a insegnare italiano L2, meno di prima, ma meglio di prima. La mia più recente studentessa iscritta a Ludolingua è stata Aurora, da Grenchen, in Italia per vacanza-studio. Se non ho tempo di stare in aula più intensamente, lo faccio fare ad altri. Ci sono in giro tanti giovani insegnanti di italiano L2 validi che, come me tempo fa, cercano una scuola. Valuto continuamente i loro curriculum – sì, “curriculum”, e non al plurale curricula come il latino avrebbe voluto e come i più eruditi vorrebbero ancora, perché anche la lingua cambia e si arricchisce di nuove possibilità.

Mi sono resa conto che cambiare è questo: esserci in un’altra forma.

Bentornata, Ludolingua!

Nuovo sito web, nuove attività, nuovi progetti

A tre anni dalla sua nascita, Ludolingua oggi è: corsi di italiano per stranieri, corsi di inglese per bambini e ragazzi con metodologia Helen Doron®, gestione in ambito formativo e scrittura per il web. Tutto questo è tenuto insieme da un filo rosso, che è quello originario: le “parole in gioco“.

Il nuovo sito web di Ludolingua, cambiato da pochi giorni, è stato sviluppato da Simone Volpini. I testi sono miei, come sempre. Sono stati eliminati numerosi contenuti che non servivano più, compresi articoli del blog, per questo a oggi ce ne sono ancora pochi. Sito e testi sono in divenire. Li migliorerò anche grazie a te che leggi, se vorrai suggerirmi i tuoi cambiamenti.


Contattami