Scrivere e cucinare. C’è differenza?

Scrittura e cucina hanno qualcosa in comune.

Per parlare della prima, parliamo della seconda.

Ma cominciamo e finiamo con un gioco.

Quando insegnavo italiano a stranieri (il mio primo amore e mestiere), una delle fasi iniziali della lezione era il diagramma a ragno (Spidergram). Scrivevo e cerchiavo la parola chiave del giorno al centro di un cartellone, o della lavagna, e invitavo gli studenti a trovarne altre per libere associazioni di idee, tracciando delle linee a partire dal centro. Ogni nuova parola poteva essere l’inizio di una costellazione, oppure crescere in una frase.

Non importava, in quel momento e per quell’obiettivo, che gli studenti dicessero e scrivessero correttamente le parole che avevano in testa; a quella festa, Ortografia e Fonetica non erano ancora ospiti gradite. Non era importante nemmeno che conoscessero tante parole, ma solo che le cercassero fra quelle già presenti nella propria testa, senza l’aiuto del dizionario.

Per esempio, se l’obiettivo del giorno era che gli studenti prendessero confidenza con l’uso alternato di verbi al passato prossimo e all’imperfetto, la parola chiave più azzeccata per lo spidergram era “Infanzia”, perché il racconto dei ricordi d’infanzia è una cornice narrativa ideale per poter praticare con naturalezza i due tempi dell’indicativo, sia nello scritto che nel parlato.

diagramma a ragno

Dopo esserci preparati ad accogliere le parole, leggevamo un brano di Natalia Ginzburg, oppure ascoltavamo un’intervista a Valeria Moriconi che raccontava la sua infanzia. Alla fine della lezione, gli studenti erano in grado di raccontare i loro ricordi d’infanzia. Custodisco ancora tutti i loro scritti e la registrazione delle loro voci.

Scrivere

Faccio i diagrammi a ragno anche oggi che non insegno quasi più la mia lingua ai non nativi. Lo faccio soprattutto per me, per aiutarmi a pensare meglio nel lavoro, ma mi capita di farlo anche durante alcune riunioni importanti con i collaboratori.

Ho provato a fare lo stesso con la parola “scrivere“, che è l’argomento di questo articolo. Il mio foglio, però, è rimasto vuoto. Provo una massa liquida di sentimenti e stati d’animo che mi fa esitare: amore, tranquillità, confusione, imbarazzo, rispetto, timore, ansia, devozione, inadeguatezza. Potrei continuare, ma non vedrei la fine, né io che sto scrivendo, né tu che stai leggendo. Mi sento un po’ straniera.

Scriventi e scrittori allo scrittoio

scrivere
Photo by rawpixel.com on Unsplash

Claudio Giunta, nella sua intervista andata in onda su Rai Radio 3 lo scorso 21 febbraio, ha usato spesso le parole “scriventi” e “scrittori“. Ho raccontato questa intervista in un articolo su “Come non scrivere”, che è anche il titolo del suo ultimo libro (UTET 2018).

Il modo in cui Giunta usa le due parole è intuibile: scrivente è chi scrive, quindi chiunque sia alfabetizzato, e scrittore è chi scrive per mestiere, quindi un autore. Mettersi d’accordo su cosa faccia di uno scrivente uno scrittore, è un’altra faccenda e a sbrogliarla non ci penso nemmeno.

Cucinare

Passiamo dallo scrittoio ai fornelli. Scrivere e cucinare si assomigliano, un po’. Sono in ballo ingredienti da dosare con cura, spazi da usare, tempi da controllare, e tutta una creatività di sapori, odori, colori, consistenze da esprimere. Oltre il bisogno di nutrirsi, l’obiettivo è il piacere, proprio e degli altri.

Ti ricordi Davide Mengacci, quando nei suoi programmi televisivi diceva: «Non sono un cuoco, sono un uomo che cucina»?

Casalinghi e chef ai fornelli

cucinare
Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Alberto cucina spesso il pesce a casa sua con gli amici. Mario ha fatto un corso di cucina e sa come cucinare il pesce meglio di altri. Claudia lavora come aiuto cuoco nella cucina di un ristorante. Simone ha vinto l’ultima edizione di Masterchef. Mauro è lo Chef del ristorante Uliassi, che poi è il cognome di Mauro.

Amore, dove vuoi andare a cena stasera?

Se tu potessi scegliere, senza avere il cuore più pesante per il portafoglio più leggero, fra una cena a casa di Alberto e una da Uliassi, pagheresti 165 euro per una (una) degustazione di pesce preparata da Mauro?

Il mio compagno, sì. Una volta sola. Mi ci ha portato nei primi mesi in cui stavamo insieme, dopo avermi precisato che quello, per lui, era un investimento per una strategia di relazione di coppia di durata almeno quinquennale e che l’Albanella di molluschi e crostacei non l’avrei rivista prima di cinque anni. Non con lui, almeno.

La bottiglia d’acqua minerale costava 5 euro. Il profumo dell’Albanella di molluschi e crostacei, non me lo ricordo, però ci ricordiamo l’Albanella tutta.

scrivere
Mauro Uliassi, Albanella di molluschi e crostacei
Fonte immagine: www.altissimoceto.it by Viaggiatore Gourmet

A proposito di consistenze

Fra i dessert di Uliassi, c’è un piatto che si chiama “La nocciola nelle sue consistenze”. Quando le ho assaggiate, tutte le consistenze della nocciola, ho pensato agli Esercizi di stile di Raymond Queneau e ai suoi 99 modi di raccontare la stessa cosa.

Il Dizionario Analogico della Lingua Italiana della Zanichelli è «un prezioso arnese di lavoro per trovare la parola giusta. […] una specie di social network delle parole che cerca di favorire la loro vita di relazione attraverso catene nomenclatorie» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera). Non è un dizionario di sinonimi. È simile, piuttosto, al diagramma a ragno. Allarga le parole in una ragnatela di caratteristiche, azioni connesse, modi di dire, parole e frasi collegate. Costruisce la trama (lucente). Aiuta chi scrive a trovare la precisione, e la consistenza giusta.

Dizionario Analogico della Lingua Italiana
Estratto PDF disponibile online: staticmy.zanichelli.it

La scrittura, per scriventi e scrittori

Da quando iniziamo ad andare a scuola con la penna e il quaderno nello zaino, ci chiamiamo tutti Alberto. Con la penna, o la tastiera, avremo un rapporto per il resto della vita.

È un rapporto che cambia nel tempo, nello spazio, nelle risorse disponibili. Così che ognuno di noi, in base alla propria carta di identità personale e professionale, ha non soltanto un rapporto con la scrittura diverso da quello di tutti gli altri, ma una percezione di che cos’è, un immaginario che si forma davanti alla parola “scrivere”. Il tuo immaginario qual è?

Giochiamo con la scrittura?

Rientriamo nell’aula di italiano per stranieri, da dove avevamo cominciato. Un esercizio classico è quello di completare una frase. Si può completare con aggettivi, verbi, nomi, o espressioni che iniziano con “come …”. Si può espandere la frase con “perché …”. La sola cosa importante è che la stringa non superi le 20 parole.

Completa le frasi liberamente (liberamente, non è un bell’avverbio da poter usare, ogni tanto?)

  1. Scrivere romanzi e racconti è …
  2. Scrivere per il teatro e il cinema è …
  3. Scrivere per la televisione e la radio è …
  4. Scrivere manuali e saggi specialistici è …
  5. Scrivere comunicati stampa e articoli di giornali è …
  6. Scrivere testi per cataloghi, brochure e volantini è …
  7. Scrivere per siti e blog è …
  8. Scrivere per i social network è …
  9. Scrivere su commissione è …
  10. Scrivere è …

Puoi scrivere le tue frasi nei commenti a questo articolo, oppure attraverso i social collegati a questo blog (LinkedIn, Facebook, Twitter), oppure, se proprio non vuoi uscire allo scoperto, scrivendomi in privato. Puoi decidere di completarle tutte, o solo quelle di tuo interesse o con cui hai più familiarità.

Se vuoi prima lavorare di carta e penna come faccio io, ho preparato per te una scheda che puoi scaricare e stampare. In bianco e vinaccia.

scrittura

Gioca con me, perché …

Sono davvero, davvero assetata delle tue frasi. Ho bisogno di un patto di alleanza con te, per poter scrivere il prossimo articolo, dove ti racconterò di una difficoltà che ho incontrato nel mio lavoro ai punti 7 e 9, e di come l’ho affrontata. Per incontrare questa difficoltà, non è necessario essere scrittori o fare il mio lavoro. È una difficoltà di tutti noi scriventi, perché la scrittura ce l’abbiamo nelle mani come farina e uova da impastare.

Nel prossimo articolo ti parlerò di scrittura, personalità e tono di voce. Per parlarne senza commettere un atto di sacrilegio nominando la Dea Scrittura invano, farò riferimento a schede ed esempi di linguisti, scrittori e copywriters che hanno esperienza da vendere (e anche da regalare, nel caso di alcuni a cui va tutta la mia gratitudine). Molti di loro hanno già fatto capolino nella nostra Piccola Biblioteca del Conforto, ma solo come riferimento bibliografico.

È ora di mettere le mani in pasta, per me e per te.

scrivere e cucinare
Photo by Ariel da Silva Parreira on FreeImages.com

“Come non scrivere”. Claudio Giunta a Rai Radio 3

È meglio se scrivo come si deve e ci metto le parole difficili, o se non scrivo per niente? Scrivo.
(Nanni Moretti, rivisto per l’occasione)

«Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura».

Questa è la citazione di Stephen King con cui Claudio Giunta ha deciso di aprire il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa.

Claudio Giunta, Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano, UTET 2018, pp. 336.

claudio giunta

Il libro nasce dalla sua esperienza di insegnamento all’Università di Trento e raccoglie per i suoi studenti, e per tutti i lettori interessati, le regole di base per evitare gli errori più comuni nella scrittura argomentativa.

Mettiamoci l’anima in pace subito: la lettura di questo libro non insegna a scrivere (quale libro lo fa?). Anzi, il Prof. Giunta ha organizzato all’università dei corsi di non-scrittura, perché, dice  lui, “è più facile insegnare non la verità, ma l’errore”. Come? Leggendo tanti esempi di testi brutti. Fortunatamente, aggiungo io, fonti di questo tipo non mancano.

Intervista in diretta, sotto la pioggia

Oggi pomeriggio Claudio Giunta è stato ospite di Fahrenheit, il bel programma di Loredana Lipperini su Rai Radio 3. L’intervista è andata in onda subito dopo la musica di Paolo Conte e io l’ho ascoltata mentre guidavo sotto la pioggia.

Automobilista distratta sul raccordo autostradale 11. Piovono pensieri mal manovrati.

radio 3
Photo by Mario Calvo on Unsplash

L’intervista, così come il libro, è una miniera di spunti utili a tutti noi, “scriventi” e “scrittori”. Voglio condividerli in questo articolo, elaborato quasi in diretta e scritto poco dopo, appena raggiunta la scrivania.

È la prima volta che non dedico tempo e attenzione a una ricerca più approfondita di fonti e link, alla scrittura e riscrittura del testo e all’editing, al controllo della lingua. Tanta è la voglia di raccontare quello che dice Giunta nell’intervista, che faccio il contrario di quello che suggerisce Giunta nel libro.

La lingua come si deve

A scuola ci hanno insegnato a scrivere come si deve. Ma come si deve?

Ci hanno fatto leggere Primo Levi e Italo Calvino, autori dalla penna limpida. Eppure, quando scriviamo, tendiamo a non considerare la limpidezza come esempio di buona scrittura. Siamo tentati, anzi, di scegliere l’opacità di un linguaggio di maniera barocca. Il rischio, detto come lo direi io (e ora lo dico), è quello di attorcigliarsi nel cappio di scelte linguistiche che poi non sappiamo governare.

Perché gli italiani leggono Levi e Calvino e tentano di scrivere come Gadda?

Sembra un problema di ipercorrettismo: la scuola, impegnata ad arginare l’italiano decisamente troppo colloquiale che viaggia sulle bocche dei ragazzi, finisce col promuovere una lingua di plastica. Succede, allora, di premiare gli studenti che imbellettano i propri scritti con una lingua involuta, concettosa, piena di paroloni (o “parolone” come ha detto Giunta in radio? Adesso mi è venuto il dubbio, dopo vado a controllare …). Scambiamo così il contorsionismo linguistico con la capacità di scrittura.

Lingua, scrittura, identità

Vorremmo scrivere bene. Ci hanno detto che scrivere bene è essere corretti e composti. Noi ci teniamo tanto a essere corretti e composti, perché abbiamo bisogno di soddisfare l’umano bisogno di ascesa sociale.

D’altra parte, la lingua è un atto di identità. Questo, anche se non c’era bisogno di ricordarlo, me lo ha ricordato Vera Gheno, la sociolinguista che gestisce l’account Twitter dell’Accademia della Crusca, in suo recente intervento a Play Copy 2018.

vera gheno
Vera Gheno a Play Copy 2018 by Pennamontata. Fonte: twitter @ludolingua

Vada dunque per il bello scrivere, se ci fa belli al mondo. C’è un problema: nella costruzione della nostra identità linguistica, e quindi sociale, maneggiamo l’antico idioma con minore naturalezza di quella che abbiamo nel modo di esprimerci tutti i giorni e finiamo col confezionare testi simili alla lettera di Totò.

Carta, calamaio e penna: « … veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, …»

totò
Fonte: http://www.antoniodecurtis.com

A me viene subito in mente l’italiano popolare. Un’associazione mentale forse impropria, ma non fa niente. La nomenclatura “italiano popolare” è stata suggerita da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Il primo lo definiva come «il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale». Il secondo come «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto».

L’abito della festa e i vestiti di tutti i giorni

Diamo una mano di belletto alla lingua: “vi sono” al posto di “ci sono”, “tipologia” al posto di “tipo”, “aspettualità” al posto di “aspetto”, “esemplificazione” al posto di “esempio”. Così nelle circolari ministeriali, così nei testi dei ragazzi a scuola, nella convinzione che impressionare chi legge significhi scrivere diversamente da come si parla, cosa che è vera in parte: la pianificazione del messaggio, la vigilanza sulla sintassi, l’attenzione alla punteggiatura sono alcuni degli aspetti che distinguono l’italiano scritto da quello parlato, ma per scrivere bene non è necessario indossare tunica e coturni.

Se proprio vogliamo sforzarci di imitare modelli letterari nei nostri scritti, imitiamo la chiarezza e la semplicità dello stile di Natalia Ginzburg: leggendo Le piccole virtù, il lettore capisce, quindi si compiace, quindi si diverte.

Ma allora Joyce?

Durante l’intervista a Claudio Giunta, un ascoltatore fa questa domanda in diretta con un sms. Già, che ce ne facciamo di Joyce?

«Joyce non ha bisogno del mio libro», risponde Giunta. Ma soprattutto: Joyce scriveva romanzi. Posso non capire l’Ulisse, ma devo capire una circolare ministeriale, o una legge. Di scrittura argomentativa qui si parla, e bisognerebbe saper distinguere gli obiettivi di ogni registro dell’italiano, e avere ben chiaro il destinatario.

Tuttavia anche molti narratori di oggi potrebbero aver bisogno di leggere Come non scrivere, per non prendersi troppo sul serio e tornare a dare un’occhiata allo stile di Vitaliano Brancati, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Camilla Cederna, Indro Montanelli, e a un esempio di prosa anglosassone trasparente: George Orwell.

«Solo gli insicuri sanno sempre tutto»

«Ci vergogniamo di non sapere le cose», dice il Prof. Giunta, che ha confessato di aver scoperto soltanto alla fine dell’università che “arrugginire” si scrive con due “r” e due “g”.

Non c’è niente di male ad avere dei dubbi e questo vale anche per gli insegnanti, spesso imbarazzati all’idea di non saper rispondere alle domande degli studenti (e non solo degli studenti). La lingua va meditata e il giorno dopo si può dare una buona risposta. Basta avere voglia di cercarla.

Polare, rispetto all’ignoranza, è l’arroganza di quelli che sanno sempre tutto.  Fra l’antipatia dell’arroganza e il candore dell’ignoranza, Giunta sceglie il secondo. Perché all’ignoranza c’è rimedio, se c’è voglia di rimediare.

Essere modesti e cortesi, insomma, è un buon atteggiamento per scrivere meglio.

Il libro di Giunta va letto. Anzi no, seguiamo il consiglio di limitare l’uso dei verbi passivi: leggete il libro di Giunta.

A proposito di buoni consigli sulle forme verbali e su molte altre insidie linguistiche: teniamo sulla scrivania anche l’agile Guida di stile di Luisa Carrada (Zanichelli 2017). Ma questo libro l’avevo già segnalato.

L’intervista integrale a Claudio Giunta adesso si può ascoltare sul podcast di Rai Radio Tre.

Come non ringraziare

Della genealogia dei nostri parenti, amici e cani, non interessa a nessuno. Dei grandi autori morti, nemmeno, se li citiamo per far vedere che li abbiamo letti.

Allora io ringrazio Paolo Conte perché, poco prima di imbattermi nell’intervista a Claudio Giunta su Rai Radio Tre, stavo ascoltando “La vera musica” in macchina, sotto la pioggia.

Aggiornamento del 22 febbraio

Un lettore mi ha scritto che questo articolo è un po’ difficile da leggere. Mi piacerebbe riscriverlo, ma per ora facciamo così: se è difficile, ecco un altro esempio di “come non scrivere”.

Scrivere, e scrivere meglio. Piccola biblioteca del conforto

«Imparare a scrivere è, in pratica, una educazione alla quotidianità»

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic)

Cronache dagli anni ’80

Il maestro Cesare ci faceva scrivere una cronaca tutti i santi giorni. Erano gli anni ’80 della scuola elementare e si prendevano mazzate in tutta tranquillità.

Ogni pomeriggio, a casa, io avevo davanti a me il mio quaderno a righe aperto su una pagina nuova, l’orologio della cucina sopra di me e il blocco dello scrittore dentro di me.  Dovevo raccontare le cose del giorno, per forza. Il maestro ci diceva che era “per imparare a scrivere”.

Siccome non avevo ogni giorno qualcosa di nuovo da raccontare, a volte bisognava inventare. Tutto è iniziato così.

cronache di scuola
Non trovo più le mie cronache di scuola. Questa è di mio fratello, anni ’90 (io non mi sarei mai mascherata da Wolverine).

“Scrivere è un cazzotto in bocca”.

Non è una bella frase. Non è nemmeno una frase utile a generare il consenso, che serve sempre a chi scrive nel web. Però si può dire che è una frase.

L’ho scritta molti anni dopo le cronache per il maestro Cesare, il 6 maggio 2013, in un blog di nome Tornasole, dove scrivevo per amore. Non nel senso che scrivevo per amore verso qualcuno (forse, verso qualcosa), e nemmeno per amor di cronaca. Probabilmente solo per non fare palestra, quella dove si fa il “fitness”.

Suppongo di aver scritto così pensando non solo alle difficoltà del processo di scrittura, ma anche alla difficoltà di trovare buone storie da scrivere. Ricevere un cazzotto, oltre a far male fisicamente, è umiliante.

Tutti scriviamo. Prima del web, abbiamo iniziato a farlo sulla carta, cioè abbiamo usato tanta cellulosa e per questo motivo ci siamo sentiti tutti un po’ scrittori. Soprattutto di narrativa. Ci sono in giro più romanzieri che lettori.

« … il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia»

(Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo)

Ma c’è un corso per ogni cosa.

Più o meno negli anni in cui io sospiravo in cucina, sopra alle cronache da scrivere “per imparare a scrivere”, veniva fondata in Italia la prima scuola di scrittura creativa, Omero (1988), seguita dalla Holden (1994), seguita da altre. Le ha censite, e messe in dubbio, Silvia Truzzi in un suo articolo intitolato “Pago dunque scrivo. Il business della creatività” (Il Fatto Quotidiano, 28/04/2012).

Da allora in avanti, insomma, molti creativi hanno trovato il loro posto nel mondo, o perlomeno una scuola tutta per loro. Alcuni scrittori nati sulla strada devono essersi un po’ risentiti.

A un certo punto, infatti, l’autodidatta Erri De Luca ha scritto i suoi “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)“:

«Non consiglio corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l’umiltà di apprendere. […] Scrivere […] è una disciplina di silenzio interiore pure dentro una folla. Chi scrive ha davanti a sé la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.»

Il web, chiacchiere da bar (senza distintivo)

Foto di Simone Volpini

Il web, in particolare attraverso i social, ha consentito a tutti di accapigliarsi anche su questo argomento: scuole di scrittura creativa sì o no? Ci sono tante risposte diverse, tutte rispettabili.

A dire il vero, ogni persona interessata all’argomento della scrittura creativa, e della creatività tutta, si è sentita chiamata a dire la propria.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (Umberto Eco su La Stampa, 10/06/2015)

Per imparare a scrivere, devi scrivere (senza pubblicare subito).

Torniamo a scrivere. In fase di allenamento, le ragioni per cui scrivi importano poco.

  1. Sia che tu scriva per studio,
  2. O che tu scriva per lavoro,
  3. O che tu scriva per piacere o, come mi è capitato di sentire, “per te” (ma che significa?),

c’è una cosa che devi fare per imparare a scrivere: scrivere tutti i giorni. Con metodo. Però le cronache del maestro Cesare non bastano, e nemmeno le scuole.

Scrivere quanto?

Ho fatto un calcolo approssimativo: in cinque anni di scuola elementare potrei aver scritto circa un migliaio di cronache da far leggere al maestro Cesare. Poi sono andata alle medie e ho scritto i temi da far leggere alla Professoressa Sponcichetti. Sono andata al liceo e ho scritto temi e riassunti per insegnanti diversi – non ho contato né temi né riassunti, perché non ho dovuto scriverli tutti i giorni scolastici dell’anno. Poi mi sono laureata in Lettere. Dopo l’università, ho seguito tanti corsi (nessuno di scrittura creativa, però, mannaggia). Ho scritto molto e spesso, per studio e per lavoro; forse anche per piacere, se questo significa amare le parole scritte e scrivere per creare benefici.

Eppure vivo nel dubbio. Chiunque si trovi a scrivere, vive nel dubbio. Chi scrive per lavoro, poi, a volte vive nello sconforto. No?

Per imparare a scrivere meglio, leggi e trova conforto.

Ho deciso di salire in mansarda, una mansarda piccola e trascurata, dove per il momento tengo tutti i miei libri in attesa di un trasloco.

Mi sono seduta per terra e ho messo insieme una lista di letture che mi sono sempre utili e che possono essere utili a chi scrive. Soprattutto a chi scrive.

Non troverai una summa. Liste così, popolano ogni angolo del web. Molti titoli sono ovvi, altri meno.

Qui troverai quella che chiamo la mia “piccola biblioteca del conforto“: cosa leggo io, quando non so dove sbattere la testa. Perché di conforto c’è tanto bisogno, per chi scrive, e per cercare di evitare orrori a danno di chi legge.

scrivere
Un angolo della mia piccola biblioteca del conforto. Foto nuda e cruda, scattata con un Samsung modesto

Scrittori, copywriters e linguisti che hanno scritto sulla scrittura

Scrivono (o hanno scritto) su questo argomento per obiettivi e pubblici diversi e da diverse prospettive di osservazione. In comune, hanno tutti l’attenzione alle parole.

  1. Luisa Carrada, Guida di stile, Zanichelli, 2017;
  2. Luisa Carrada, Scrittura & Sintassi, Zanichelli, 2017;
  3. Bice Mortara Garavelli, Silenzi d’autore, Laterza, 2015;
  4. Raymond Queneau, Esercizi di stile, traduzione di U. Eco, Einaudi, 2014;
  5. Annamaria Testa, Minuti scritti, Rizzoli, 2013;
  6. Annamaria Testa, La trama lucente, Rizzoli, 2013;
  7. Daniele Fortis, Scrivere per il web, Apogeo, 2013;
  8. Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, 2ª edizione Carocci 2012;
  9. Luisa Carrada, Lavoro, dunque scrivo!, Zanichelli, 2012;
  10. Luca Serianni, Italiani scritti, Il Mulino, 3ª  edizione 2012;
  11. Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, minumum fax, 3ª  edizione 2011;
  12. Robert W. Bly, The Copywriter’s Handbook, Henry Holt & Co., 3ª edizione 2007;
  13. Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 12ª  edizione 2003;
  14. Annamaria Testa, Farsi capire, Rizzoli, 2000;
  15. Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere, Apogeo, 2008;
  16. Annamaria Testa, La parola immaginata, Pratiche, edizione aggiornata 2000;
  17. Paul Auster, Una menzogna quasi vera, traduzione di L. Ginzburg, minimum fax, 1998.
  18. Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988.
  19. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 1974.

In uscita il 15 febbraio: Valentina Falcinelli, Testi che parlano, Franco Cesati Editore, 2018.

Siti e blog

Pagine dal web che vale la pena leggere, senza cedere alla pigrizia dello “scrolling”.

  • Il mestiere di scrivere, il blog di Luisa Carrada;
  • Nuovo e Utile, il sito di Annamaria Testa;
  • Parole O_stili, il sito dell’associazione no-profit nata per sensibilizzare, responsabilizzare ed educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile;
  • Pennamontata, il blog della web agency più magenta che ci sia, fondata da Valentina Falcinelli;
  • The Writer, il sito dell’agenzia londinese professionista della parola. Si presentano così: “40-odd people on a mission to rescue the corporate world from the tyranny of linguistic mediocrity”.

Narratori

Dei romanzi e racconti che ho letto, io non ricordo quasi niente. Spesso non ricordo “la trama”, per esempio. Una storia non si ricorda quasi mai per i fatti che succedono. Magari ricordiamo un certo capitolo, o una pagina in particolare, ma non è l’architettura che ricordiamo. Io penso che ricordiamo meglio quello che ci ha fatto stare bene. Se una storia ci nutre, noi ricordiamo il nutrimento che ne abbiamo ricevuto.

scrivere
Macchina da scrivere di John Fante (1951). Foto nuda e cruda, scattata nel 2014 al IX edizione del Festival letterario “Il dio di mio padre”, Torricella Peligna (CH)

25 vitamine per vivere bene

  1. John Fante, La confraternita dell’uva, traduzione di F. Durante, Einaudi, 2004;
  2. Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007;
  3. Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Einaudi, 2011;
  4. Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, 2010;
  5. Antonio Pascale, S’è fatta ora, minimum fax, 2011;
  6. Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani, 2005;
  7. Salvatore Mannuzzu, Snuff, o l’arte di morire, Einaudi, 2013;
  8. Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009;
  9. Sebastiano Vassalli, Stella avvelenata, Einaudi, 2003;
  10. Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Rizzoli, 1988;
  11. Tommaso Landolfi, Le due zittelle, Adelphi,1992;
  12. Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 2012;
  13. Paul Auster, Trilogia di New York, traduzione di M. Bocchiola, Einaudi, 2004;
  14. Philip Roth, Lamento di Portnoy, traduzione di R. C. Sonaglia, Einaudi, 2005;
  15. Ágota Kristóf, Trilogia della città di K., traduzione di A. Marchi, V. Ripa di Meana, G. Bogliolo, Einaudi, 2000;
  16. Magda Szabó, La porta, traduzione di B. Ventavoli, Einaudi, 2014;
  17. William Golding, Il signore delle mosche, traduzione di F. Donini, Mondadori, 2001;
  18. José Saramago, Cecità, traduzione di R. Desti, Feltrinelli, 1995;
  19. Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, traduzione di G. Amitrano, Einaudi, 2008;
  20. Ryunosuke Akutagawa, Kappa, traduzione di M. Teti, SE, 2008;
  21. Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di A. Busi, Feltrinelli, 2002;
  22. Franz Kafka, La metamorfosi, traduzione di E. Ganni, Einaudi, 2014;
  23. Peter Bichsel, Storie per bambini, traduzione di C. Allegra, Marcos y Marcos, 1986;
  24. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di R. Colorni e A. Pandolfi, Adelphi, 1991
  25. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, edizioni del ’27 e del ’40 a cura di S. Silvano Nigro, Meridiani Mondadori, 2002.

La venticinquesima vitamina te l’aspettavi? Io no.

Infine, il Manifesto della Leggibilità.

  • Costituzione della Repubblica Italiana (1947), con l’introduzione di Tullio De Mauro e una nota storica di Lucio Villari, UTET, 2006.

Sì, la Costituzione c’entra, anche quando si parla di scrittura.

Costituzione della Repubblica italiana 1947
Fonte immagine: bordeline24.com

La suggerisco come lettura utile per chi lavora con le parole, perché è un manifesto programmatico della leggibilità.

Non è solo il  testo legislativo. La Costituzione è un testo scritto in un momento della storia linguistica italiana in cui il 60% della popolazione non aveva capacità di comprensione dei testi. A proposito di storia linguistica italiana: come l’ha raccontata Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, nessuno mai.

Il Professor De Mauro – che vorrei tanto chiamare “il buon Tullio” senza mancare di rispetto – ci ha insegnato che l’indice di leggibilità di un testo è legato a due fattori: la presenza del vocabolario di base e la brevità dei periodi sintattici.

  1. Per quanto riguarda il primo fattore, il lessico della Costituzione si compone per il 74% del vocabolario di base.
  2. Per quanto riguarda il secondo fattore, i periodi sintattici della Costituzione hanno una media di 19,6 parole per frase.

“Una prestazione eccezionale”, commenta il buon Tullio nella sua introduzione al testo, soprattutto se consideriamo che si tratta di un testo normativo italiano, dunque esposto ai rischi del burocratese, l’antilingua di calviniana memoria.

Oggi, ai tempi di SEO e blog, il testo della Costituzione avrebbe ottenuto un elevato punteggio di leggibilità da WordPress Yoast.

La Costituzione del ’47 ci può suggerire, insomma, che scegliere parole di massima accessibilità di lettura non è soltanto difficile: è un mestiere.

Per questo, l’unico testo legislativo italiano di straordinaria chiarezza può essere, forse, l’esempio definitivo del vero, complicato e pazzo lavoro che sta alla base di ogni scrittura retribuita: la domanda “Per chi scrivo?”.

L’allestimento del testo comincia, o dovrebbe cominciare, dopo questa domanda. Le parole sono tutto ciò che sta in mezzo. Montarle è “uno sporco lavoro”.

è uno sporco lavoro
Foto di Simone Volpini

“Intanto prendavamo contatti”. Come parlano i formatori

Qual è stato l’ultimo corso o evento di formazione a cui hai partecipato? Cosa ricordi? Cosa ti è stato più utile? In questo articolo ti racconto cosa ho notato in quelli che ho frequentato io. Troverai una riflessione su:

  1. Corsi ed eventi di formazione dedicati alla comunicazione nel web;
  2. Il rapporto fra chi compra e chi vende formazione;
  3. Come parlano i formatori nei loro corsi;
  4. Un problema che ho incontrato;
  5. Una soluzione che ho trovato;
  6. Una proposta indecente.

1. Svegliarsi la mattina con la voglia di partire

partire
Photo by Karsten Würth (@inf1783) on Unsplash

Negli ultimi due anni ho seguito 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale, in aula e online, nel settore in cui ne ho sentito più bisogno.

I temi ricorrenti di questi due anni a colpi di slides: digital personal branding, content marketing, social media marketing, tecniche di vendita e di persuasione, tecniche di scrittura digitale, gestione del team di collaboratori, gestione della relazione con il cliente, gestione delle proprie “skills”, gestione del tempo, gestione dei cattivi pensieri, e tante altre cose che iniziano con la parola “gestione”.

Come sopravvivere agli eventi di formazione

L’ho già scritto in un altro articolo: la formazione non serve a niente, se non produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

Scegliere gli eventi con parsimonia è la decisione personale di Cristiano Carriero, storyteller (“di mestiere, incolla le persone ai testi“). Per me è anche un ottimo consiglio da seguire, se non si vuole diventare ascoltatori stanchi e – aggiungo io – un po’ sfiduciati. Prendere pause di respiro dall’apnea degli eventi di formazione aiuta a sceglierli con maggiore lucidità.

Non tutti gli eventi di formazione favoriscono la crescita. Questo non è sempre e soltanto responsabilità del formatore, come non è sempre e soltanto responsabilità dell’ascoltatore.

Dove sta il punto di convergenza fra il bisogno di formazione dell’ascoltatore e il bisogno di fatturato del formatore?

2. “Buyer Personas”

Chi sono le persone interessate a compiere un’azione d’acquisto nel settore della formazione personale e aziendale? Cosa fanno? Qual è la loro giornata tipo?

buyer personas
Fonte: www.gamehouse.com

Prendiamo una persona che conosco, e di cui ho l’autorizzazione a divulgare i dati. Profiliamola, cioè creiamo un prototipo di pubblico potenziale basato sul suo profilo.

Per farlo, possiamo usare alcune voci della carta d’identità creata da Stefania Vignaroli in un suo articolo su Pennamontata. Io ne ho riviste alcune e ne ho aggiunte di nuove, allo scopo di ottenere un profilo più dettagliato su alcuni aspetti importanti che, nel tempo, hanno portato a ridefinire l’attuale “buyer persona” e a orientarne nuovi bisogni e obiettivi.

Informazioni personali

  • Nome: Unapersonacheconosco.
  • Età: 36.
  • Sesso: donna.
  • Dove vive: in un paesino costiero sul confine fra Marche e Abruzzo.
  • Dove ha vissuto: Roma, L’Aquila, Siena, Wolverhampton.
  • Famiglia: padre pensionato ex dipendente statale, madre insegnante statale, fratello ingegnere. Ha un compagno, ingegnere web per aziende. Non ha figli.
  • Formazione: laureata in linguistica, specializzata in didattica dell’italiano a stranieri.
  • Lavoro attuale: manager di filiale di un’azienda internazionale che vende corsi di inglese per bambini e ragazzi dai 3 mesi ai 19 anni.
  • Lavori precedenti: insegnante di italiano per stranieri in ambienti universitari.
  • Potere d’acquisto: medio.

Profilo

  • La sua giornata tipo: si sveglia fra le 7 e le 8 del mattino e accende il computer. Inizia la giornata lavorando principalmente a casa, a meno che non abbia appuntamenti con nuovi clienti o riunioni con i collaboratori. La mattina si dedica alla progettazione di campagne pubblicitarie e di eventi, alla creazione di contenuti web che raccontano e promuovono la brand aziendale, al controllo del database dell’attività, alle e-mail. Poi va in macchina ad Ascoli Piceno (a 35 km da dove abita), nella sede della scuola che dirige. Qui passa il pomeriggio a contatto diretto con i clienti, cioè i genitori degli iscritti. Torna a casa fra le 20 e le 21.
  • Dimestichezza con il computer: medio-alta.
  • Ha un suo sito web? Sì.
  • Gestisce siti web non suoi? Sì.
  • Quali social media utilizza di più? Facebook, LinkedIn, Twitter.
  • Esigenze: ha bisogno di sfruttare in maniera più consapevole ed efficace le proprie capacità di scrittura per adattarle alle dinamiche del web.
  • Obiettivi: vuole collaborare con agenzie di comunicazione per raccontare la storia di persone e aziende.
  • Timori: teme di scegliere eventi di formazione inadatti ai suoi bisogni e quindi di sprecare i suoi risparmi, il suo tempo e il suo entusiasmo.

Obiettivi e sfide

  • Cosa sta cercando: un formatore che non vuole venderle il suo ultimo libro o, se non ha scritto un libro, che non vuole il like ai post della sua pagina Facebook.
  • In che modo ottiene informazioni sulle proposte formative: leggendo blog, facendo ricerche su Google, ascoltando i pareri di amici e colleghi.
  • Come può aiutarla il formatore: con una formazione individuale.
  • In che modo può fidelizzarla il formatore: rimanendo un punto di riferimento, dopo la formazione, nel supporto al suo lavoro; coinvolgendola in progetti.
  • Quale tono di voce utilizzare: informale, ma non colloquiale; semplice, ma non semplicistico; autorevole, ma non pedante.

Il concetto di “buyer persona” è più ampio, più complesso, di quello di “target”. La “buyer persona” ha interessi, abitudini, convinzioni e credenze, comportamenti di acquisto, atteggiamenti sociali, approcci digitali e, fermi tutti: ha pure emozioni!

Profilare è sufficiente a convertire?

Se Unapersonacheconosco, e come lei anche le “personas” simili, è sempre stata ben disposta a investire tempo e denaro in formazione, ma oggi molto più che in passato tende alla diffidenza iniziale verso le offerta formative: evidentemente no, individuarla non è sufficiente a portarla all’acquisto.

L’esperto di marketing questo lo sa bene. Se è un serio esperto di marketing, poi, allora è esperto anche di altre cose.

“Chi sa solo di marketing, non sa niente di marketing”

Rovinata dal battesimo accademico in un settore assai lontano dal (e anzi ostile al) marketing, ho creduto a lungo che la verticalità della conoscenza fosse un punto di forza. Chiaramente mi sbagliavo e ho avuto la fortuna di accorgermene. Questo l’ho scritto in risposta a un post LinkedIn di Rudy Bandiera.

Quello che mi piace del marketing ben fatto è proprio il suo legame stretto con le persone.

Probabilmente, anzi, da umanista reduce e riciclata, che in passato spaginava trattati di sociolinguistica, di dialettologia e di filologia moderna, di antropologia, di semiotica – insomma, di tutte quelle scartoffie spesso polverose e incomprensibili che non servono a niente, – ho individuato un’area di intersezione ammaliante fra due sfere che prima visualizzavo distanti e non comunicanti: il marketing e il linguaggio. Meglio dire “linguaggi”, perché non di solo linguaggio verbale si tratta.

Resto, in ogni caso, una profana del marketing, sebbene per lavoro io ci faccia i conti quotidianamente e malgrado i corsi di formazione.

Unapersonacheconosco, quella che abbiamo profilato sopra con l’aiuto della carta di identità di Pennamontata, mi assomiglia in modo impressionante. Io e Unapersonacheconosco abbiamo in comune anche un brutto vizio, che ci rende pessime al prossimo: quando andiamo a un corso o un evento di formazione, ci cade l’occhio o l’orecchio su come parlano i formatori.

È a questo bivio che tu, Formatore, puoi farmi tua per sempre o decidere di rinunciare a una fetta appetitosa di quello che è o potrebbe essere il tuo mercato.

Photo by Mike Pellinni on Unsplash

3. Formatore, come parli?

Unapersonacheconosco è una molesta rompipalle. Questo si poteva sospettare già a partire dal suo profilo, prima ancora di averci a che fare. D’altra parte lei sa che, se non sta attenta a come si pone nel web e fuori dal web, corre il rischio di essere spiacevolmente assimilata al pubblico delle “maestrine dalla penna rossa del social networking” (che brutta cosa!). Peggio ancora, forse, c’è il rischio di farsi attribuire quel fastidioso snobismo salottiero, da nicchia morettiana ormai sconfitta e sorpassata.

Il Formatore, se vuole conquistare l’attenzione di Unapersonacheconosco e assicurarsi il suo coinvolgimento, dovrà quindi curare la sua comunicazione sotto diversi aspetti. L’obiettivo del Formatore, infatti, è bloccare l’attività schizofrenica di “scrolling” che Unapersonacheconosco compie quotidianamente col dito sulla homepage di LinkedIn, Facebook e Twitter (anche durante il corso di formazione).

Sono d’accordo con Riccardo Scandellari: come lo comunichi è più importante di quello che comunichi, «si tratta di trovare una propria “voce” che si faccia ricordare».

Costruire e mettere a punto uno stile comunicativo riconoscibile, e quindi un linguaggio proprio e inconfondibile, ha forse qualche relazione anche con la lingua che si sceglie di usare?

4. Potente è il linguaggio, ma la lingua?

C’è una cosa che ho notato in più di uno dei 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale seguiti negli ultimi due anni.

Nel “public speaking”, il Formatore ha un linguaggio potentissimo, fatto di gestualità e intonazioni provate e riprovate, di pause studiate, di domande mirate, di un repertorio di esempi collaudati, di risate e di silenzi del pubblico accuratamente previsti e orientati. Il Formatore è attento a quello che succede in sala; fa alzare e muovere il pubblico quando lo vede stanco; sa portare l’attenzione esattamente dove vuole e, se c’è un comportamento inatteso, sa come scansarlo o sfruttarlo, secondo il momento e il bisogno (suoi).

Michael Keaton in "The Founder"
Michael Keaton in “The Founder” (USA 2016) – Fonte: http://www.cinemum.net

Tuttavia, c’è spesso o quasi sempre una buccia di banana a intralciare la luccicante passerella del suo discorso: l’italiano. 

Anche a lui, Formatore consumato, può capitare di scivolare, che so, sulla coniugazione di un verbo all’imperfetto, per esempio: “prendavamo” al posto di “prendevamo”. Unapersonacheconosco, all’improvviso, si distrae dall’incanto dell’ascolto, come se avesse preso un pugno in faccia. Ma come? Le avevano detto che il Formatore è bravissimo!

Il Formatore, in effetti, è bravissimo nel suo mestiere. Sebbene le cose che dice non possano essere tutte interessanti né tutte sorprendenti per tutti gli ascoltatori presenti, sa di cosa parla e sa coinvolgere chi lo ascolta. Unapersonacheconosco, quindi, decide di non dare peso a una svista che è anche piuttosto diffusa, forse di origine regionale. Perciò torna a immergersi nell’ascolto di ciò che non sa, in cui non è competente. Ma, più avanti, il Formatore incappa in un’altra buccia di banana e scivola su “mettavamo”. Unapersonacheconosco comincia a stare scomoda sulla sedia. Poco dopo, il Formatore proietta una slide. La slide contiene una frase impataccata da un apostrofo, che spicca come un foruncolo su una faccia incipriata: “Qual’è la tua sfida?”.

Ma veramente, ancora ‘sta storia? Non può essere un’altra buccia di banana (magari è uno scherzo per vedere se stiamo attenti, o se abbiamo un’opinione). L’emozione di Unapersonacheconosco, in ogni caso, è ormai troppo forte: quella del formatore pare una trascuratezza sistemica. La spaccatura fra i due diventa più profonda, i rispettivi valori non sono più condivisi: è iniziata la crisi della fiducia.

Cosa fare adesso?

5. La Crusca risponde (se domandi)

Accademia della Crusca
Archivio Digitale Accademia della Crusca –
Fonte: adcrusca.it/

Quei pignoli dell’Accademia della Crusca, pensate, mettono a disposizione di tutti un servizio online di consulenza linguistica. Una redazione di linguisti dedica gratuitamente una parte del proprio tempo a leggere le domande degli utenti e a rispondere. Quando ho un dubbio, io vado lì. Se non trovo quello che cerco, sfoglio l’agile Garzantina di Luca Serianni.

Come molti formatori, anche quelli della Crusca hanno pubblicato un paio di libri, La Crusca risponde in 2 volumi, ma chiaramente non sono stati bravi a venderli.

Alla fine, io e Unapersonacheconosco siamo incerte se dare retta al quel vecchio articolo del buon Lercio: L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”.

6. La soluzione: allearsi

Dopo tutto, come mi è stato fatto opportunamente notare, a volte conviene conoscere un po’ meno l’italiano e avere intraprendenza e un’idea geniale per fare business? Io un’idea geniale per fare business non ce l’ho, ed è per questo che mi sento intimamente sollevata al pensiero che innovatori e avanguardisti del business un’idea ce l’abbiano.

In nome del sacrosanto principio della reciprocità, infatti, io voglio dare qualcosa in cambio: mi rendo disponibile a mettere due verbi al posto giusto nelle storie degli altri.

scimpanzè
Photo by Audronė Locaitytė on Unsplash

“Ai spik Inglish. Giast a bbitt”

“Gli italiani non sanno l’inglese”. Non siamo un po’ stufi di dircelo e sentircelo dire?
In questo articolo troverai:

  1. Una sintesi di alcuni dati già noti e disponibili in rete;
  2. Una selezione di testimonianze su esperienze scolastiche;
  3. Una riflessione sui rapporti fra italiano e inglese in Italia;
  4. Un suggerimento.

“Il problema degli italiani che non sanno l’inglese e se ne vantano”

Questo è il titolo di un articolo uscito nel corso di quest’anno su Linkiesta.it. Questo, il riassunto:

“Una vergognosa classifica mette l’Italia nei piani bassi in tutta Europa. Qui l’inglese si parla male.”

I dati

La classifica a cui Linkiesta.it fa riferimento è quella del Report EF EPI 2017 (Education First – English Proficiency Index), il più ampio rapporto internazionale sulla competenza dell’inglese nel mondo. L’edizione di quest’anno ha preso in esame 80 Paesi. Se nella panoramica globale non siamo messi poi così male in questa “classifica” (33 su 80), restringendo la ricerca ai dati relativi all’Europa, abbiamo questo profilo:

EF EPI 2017 Europa
Fonte: https://www.ef-italia.it/epi/regions/europe/

I livelli di competenza sono indicati nel Rapporto con cinque colori differenti che corrispondono a: alto – buono – medio – basso – molto basso. L’Italia, al ventitreesimo posto di ventisette, se la cava per il rotto della cuffia entrando per ultima nella serie verde (livello medio), appena un passo prima di sprofondare nell’imbarazzo dell’insufficienza.

Il documento completo, che spiega nel dettaglio anche la fonte dei dati e la metodologia utilizzata per il calcolo e l’analisi, è scaricabile qui.

No English, no Job

inglese lavoro
Fonte: cbsnews.com

Primo Maggio 2017: in occasione della Festa dei Lavoratori, ABA English ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta fra oltre 5.700 persone di diversi Paesi, di cui 1.900 italiani. Lo studio rivela che:

  • Il 40% degli italiani dichiara di avere perso almeno un’occasione lavorativa a causa del proprio livello d’inglese.
  • I cosiddetti “Millennial” e la “Generazione X” – cioè le fasce di età tra i 20 e i 45 anni – sono i più danneggiati sul piano professionale: in questo caso, il 54% di loro dichiara di essere stato penalizzato nel lavoro a causa di un’inadeguata competenza in inglese.
  • L’inglese è la lingua più richiesta sul posto di lavoro per il 76% degli italiani.
  • Le persone più giovani studiano l’inglese per lavoro, mentre le persone sopra i 45 anni per ragioni personali.

Leggi il comunicato di ABA English.

Eppur siamo studiosi!

Sempre secondo le indagini di ABA English, il 42% degli italiani studia l’inglese da più di tre anni. Il 59% dichiara di dedicare allo studio almeno 2 ore alla settimana.  Leggi il comunicato di ABA English.

Nel più recente degli articoli che sono riuscita a trovare sull’argomento specifico, si legge invece che il 26% degli italiani studia l’inglese da oltre dieci anni, un dato che sembra superare la media mondiale (21%).

L’inglese nell’esperienza scolastica

inglese noioso
Fonte: helendoron.it/branch/ascoli
  • “L’inglese l’ho studiato a scuola, conosco la grammatica, ma non riesco a comunicare come vorrei!”.
  • “Sì, l’inglese un po’ lo parlo … Cioè, diciamo … un inglese scolastico!”.
  • “L’inglese lo so, ma quando vado all’estero mi sento in imbarazzo a parlare … “.
  • “A scuola la mia prof me lo ha fatto odiare“.
  • “L’inglese ormai è indispensabile, mio figlio è ancora in tempo, io ormai …”.
  • “Voglio che mio figlio abbia le opportunità che non ho avuto io”.

Queste sono alcune delle testimonianze che ho personalmente raccolto fra i genitori dei bambini e dei ragazzi che frequentano i nostri corsi Helen Doron® English nel Learning Centre di Ascoli Piceno.

Scopri la proposta formativa per adulti realizzata per il Learning Centre di Ascoli Piceno

A proposito di ragazzi: ci risulta che per molti di loro l’inglese è una materia scolastica da studiare (e basta!), affrontata con disagio. Ne ho parlato qui: “L’inglese dei ragazzi a scuola. Cosa manca?“.

L’inglese, e i paladini dell’italiano

Dante Bronzino
Agnolo Bronzino, Ritratto di Dante – Fonte: uffizifirenze.it

Poi ci sono i custodi della lingua di Dante: “L’italiano prima di tutto!”, “L’italiano è la lingua più bella del mondo!”. Ma che significa “bello”, riferito a una lingua? Diciamo piuttosto che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo (e anche che alcuni stranieri la conoscono meglio di alcuni italiani).

Sono un’insegnante. Ho insegnato a lungo l’italiano come lingua seconda, cioè a stranieri in Italia. Era, ed è, il lavoro per il quale mi sono formata all’Università per Stranieri di Siena, ambasciatrice di lingua e cultura italiana nel mondo. Di lingua e cultura italiana nel mondo, non di campanilismo.

Guardo al linguaggio e alle lingue, e seguo i dibattiti relativi, con una formazione da linguista. L’impronta di questo lungo apprendistato è rimasta. I linguisti studiano l’evoluzione della lingua sul piano fenomenico, non sono favorevoli all’intervento normativo. Chi non sa e vuole capire meglio, può leggere Luca Serianni.

Qui non si parla di anglofoni e anglofili, ma di distinguere tra internazionalizzazione e provincialismo.

Ci vuole la Testa

Molti ricorderanno i tempi di Dillo in Italiano, l’importante petizione sottoposta nel 2015 da Annamaria Testa all’Accademia della Crusca a favore di un uso più attento della lingua italiana da parte di chi ha ruoli e responsabilità pubbliche.

Accademia della Crusca
Archivio Digitale dell’Accademia della Crusca – Fonte: adcrusca.it

Attenzione: non si trattava di una campagna contro l’uso dell’inglese! Si trattava, invece, dell’invito gentile di Annamaria Testa – una delle firme più note e stimate nel mondo della comunicazione per l’impresa e della creatività, autrice di Nuovo e Utile – al buonsenso nell’impiego di termini inglesi che hanno parole corrispondenti altrettanto efficaci in italiano.

Si trattava, semmai, di un’esortazione a riflettere sulla diffusione dell’itanglese (valgano come esempi la scelta di “form” quando si può dire “modulo”, “jobs act” quando si può dire “legge sul lavoro”, “show” quando si può dire “spettacolo”).

In un’intervista rilasciata a La Nazione, la Testa (che l’inglese lo parla) ha dichiarato: “Essere bilingui è un vantaggio, ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano. In un Paese che parla poco le lingue straniere, questa non è la soluzione, ma è parte del problema”.

A mio avviso, l’itanglese – questo singolare, spassoso intruglio di italiano e inglese – è spesso il problema di chi non padroneggia consapevolmente né l’uno né l’altro.

Le lingue sono tutte importanti?

Sul piano dei poteri politici dominanti, e quindi del prestigio sociale di cui ora una, ora un’altra lingua gode lungo la storia umana, e quindi anche sul piano dei riassetti economici, e quindi anche sul piano della distribuzione demografica: evidentemente no.

Il latino è stato l’idioma universale, finché l’Impero Romano è stato in grado di governare i territori conquistati (lingua del potere, potere della lingua…). Poi ha iniziato a “imbarbarirsi” – secondo i dotti di allora, amanti della norma tanto quanto i dotti di oggi, – confluendo nella “corruzione” del latino volgare, madre biologica delle lingue romanze odierne. Fra queste, c’è il nostro “italiano bello”.

Se invece pensiamo alle lingue come a un prodotto sociale, a manifestazioni di identità e costruzioni di pensiero, saremmo forse in grado di dire chi di noi è l’individuo più importante?

Facciamo così:

Affiniamo l’italiano, miglioriamo l’inglese

Di imparare si tratta, in entrambi i casi, e di rimanere in ascolto e osservazione. A tutte le età. Infine, se crediamo che ne valga la pena, non escludiamo l’ipotesi di continuare ad arricchire anche con altre lingue la nostra identità e il nostro pensiero, che non è né più né meno importante di quello degli altri.

Mirò - Costellazione amorosa
Joan Mirò, “Costellazione amorosa” – Fonte: restaurars.altervista.org

Scopri la proposta formativa per il Learning Centre di Ascoli Piceno

oppure

Contattami

Pubblicato in Analisi, Inglese, Italiano

Iscriviti alla Newsletter per ricevere gli articoli via e-mail